Messina. Una rappresentazione convincente, che gli appassionati di lirica e di Puccini non possono perdere
MESSINA – È ritornata la grande opera al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, “La Bohème”, una delle più celebri e amate opere di Giacomo Puccini, che ha infatti attratto il pubblico delle grandi occasioni, almeno per quanto riguarda la prima, tenutasi venerdì, con replica la domenica 16 febbraio alle 17.30.
Andata in scena la prima volta a Torino nel 1896, è frutto del connubio vincente fra Puccini e i drammaturghi Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, autori del libretto, tratto da un romanzo dello scrittore francese H. Murger, “Scenes de la vie de bohème”. Tal connubio, nell’ambito del quale Giacosa era una sorta di sceneggiatore mentre a Illica era affidato il compito di mettere in versi la storia, diede vita anche a “Tosca” e “Madame Butterfly”, e si sciolse solo con la morte di Giacosa, nel 1906. Ne “La Bohème” si sviluppa meravigliosamente la poetica musicale di Puccini, una mirabile sintesi fra melodia popolare – quante volte, da piccolo, ho sentito mia nonna cantare “Mi chiamano Mimì”! – e la musica colta, di influssi derivanti dai compositori contemporanei tedeschi e francesi. Spesso criticata dai musicologhi dell’epoca, per certa melodia “facile” – un certo Carlo Bersezio, dopo la prima di Bohème, ebbe a scrivere: “Quest’opera non lascerà tracce nella storia del nostro teatro lirico” – è stata completamente rivalutata dalla critica moderna, ed ha comunque sempre avuto i favori del pubblico.
La connotazione fondamentale della musica pucciniana, tanto da renderla un unicum nel panorama musicale del melodramma, consiste nell’abbracciare le più varie influenze internazionali musicali del suo tempo, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. E così nelle sue opere, e ne “La Bohème” in particolare, accanto ad influssi derivanti dall’ opera lirica italiana contemporanea – il verismo -, riscontriamo evidenti influssi wagneriani, che si manifestano nell’uso del leitmotiv e nel cromatismo, e caratteri tipici della musica francese, il lirismo di Massenet, il colore di Bizet, e, soprattutto, i meravigliosi e del tutto moderni impasti timbrici di Claude Debussy.
Anche l’ambientazione delle opere riflette la sua dimensione internazionale, dal momento che le storie si svolgono ora in Cina, ora in Giappone, perfino in America, quasi a dispetto del morboso attaccamento del musicista per la sua Torre del Lago, da cui non riusciva mai a separarsi per troppo tempo.
Infatti, anche la vicenda di questo capolavoro non è ambientata in Italia, ma, nella versione originale, nella Parigi del 1830, nel mitico e affascinante Quartiere Latino, e tale circostanza ha concorso ulteriormente alla popolarità dell’opera.
Una rappresentazione convincente per regia, scenografia, orchestra e cantanti
Suddivisa in quattro Quadri, con conseguenti tre intervalli, il melodramma inizia in una gelida soffitta parigina, ove vivono alcuni giovani artisti scapestrati, che cercano di sbarcare il lunario, senza mai perdere l’allegria della loro giovinezza. Ci vivono in particolare Rodolfo, poeta (tenore) e il suo amico Marcello, pittore (baritono), che ricevono la visita degli amici Colline (basso) e Schaunard, (baritono), e danno vita ad un festino improvvisato con cibo e vino. Dopo essere riusciti a liberarsi del padrone di casa (Benoit) che reclama l’affitto, escono per continuare la baldoria al caffè Momus, (un locale storico frequentato da artisti, che si trovava al posto dell’attuale Hotel Relais du Louvre) tranne Rodolfo che rimane ancora in casa per finire un articolo. Una ragazza sua vicina, l’indimenticabile Mimì (soprano), bussa alla porta per avere un fiammifero. Complice lo spegnersi del lume e la caduta accidentale della chiave di casa di Mimì, le mani dei due giovani, intenti a cercare al buio la chiave, si incontrano ed è subito attrazione reciproca. I due raccontano la propria storia in un duetto – “Che gelida manina…..Mi chiamano Mimì” – fra i più celebri e melodiosi della storia dell’opera, meravigliosa fusione del lirismo melodico con la raffinatezza timbrica del fraseggio orchestrale. Arrivano però gli amici che chiamano da fuori Rodolfo, il quale scende per recarsi con loro al caffè, accompagnato dalla sua nuova amica. Finisce così il primo Quadro.
Il secondo Quadro è ambientato al caffè Momus, nel Quartiere Latino, dove la combriccola incontra Musetta (soprano), vecchia fiamma di Marcello, che, dopo aver inscenato uno spettacolino (cantando il celebre e delizioso valzer “Quando me n’vo” finisce con il rimettersi con lui, lasciando da solo a pagare il conto il suo accompagnatore (Alcindoro).
Il terzo Quadro inizia con Mimì che si lamenta con Marcello della gelosia di Rodolfo, ma il suo discorso è accompagnato da insistenti colpi di tosse. Marcello ne parla con Rodolfo, alla Barrière d’Enfer (dove Musetta insegna il canto agli ospiti) e quest’ultimo, pur se intenzionato, come Mimì, a troncare la relazione, confida all’amico che la separazione è necessaria in realtà in quanto la ragazza è malata di tisi e non può più stare con lui nella gelida soffitta. Mimì, che nel frattempo, nascosta, ha ascoltato tutto, si rivela e i due si abbracciano, mentre, al contrario, Marcello e Musetta finiscono con litigare.
L’ultimo quadro si apre nuovamente nella soffitta di Rodolfo e Marcello: i due ricevono la visita di Colline e Schaunard, ma improvvisamente irrompe Musetta, in preda all’agitazione, perché Mimì è fuori svenuta, in procinto di morire. Rodolfo si prende cura di Mimì, i due rievocano, il loro primo incontro, lasciati soli da Musetta e Colline, andati nel frattempo a impegnare gioielli e vestiti per comprare le necessarie medicine e un manicotto. Al loro ritorno Rodolfo spera che la giovane possa ancora guarire, ma gli amici si accorgono che Mimì è morta. Presto se ne avvede anche Rodolfo che, piangendo, si getta sul suo corpo. Si conclude così tragicamente il melodramma che alterna continuamente momenti tristi ad altri spensierati.
La rappresentazione tenutasi a teatro cittadino è stata sicuramente convincente, sia per quanto riguarda la regia e la coreografia, sia per quanto riguarda la resa musicale, dell’orchestra e dei cantanti.
La regia di Carlo Antonio De Lucia autore anche delle Scenografie insieme ad Alessandra Polimeno, Riccardo Roggiani, con il pregevole apporto del Video designer Matthias Schnabel,
ha trasposto l’ambientazione in un’epoca leggermente successiva, la “Belle Epoque” parigina (a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo), lo si deduce innanzitutto dagli splendidi quadri che fanno da sfondo alla vicenda: i tetti di Parigi nel primo e ultimo Quadro, ove si vede la Torre Eiffel, che ovviamente nel 1830 ancora non era stata costruita; le immagini di un film muto con i costumi e l’ambientazione tipica di quegli anni – una donna con gli elegantissimi abiti del tempo, la grande conchiglia ove sviluppa le sue sinuose movenze – nel secondo Quadro; una scena notturna ove in una nevosa Parigi si vedono sullo sfondo passare alcune automobili d’epoca, nel terzo Quadro. Il caffè Momus, ove è ambientato il secondo Quadro, ha le tipiche vetrate Liberty, ed anche i costumi sono tipici dell’epoca.
Il primo Quadro (non a caso Puccini ha suddiviso l’opera in “Quadri” e non in “Atti”) rappresenta efficacemente la gelida soffitta in cui vivono Rodolfo e Marcello, solo un tavolo con delle sedie, una stufa a legna e qualche altro elemento che evidenzia la miseria ma anche la spensieratezza iniziale dei due amici.
Nel secondo Quadro, che fa rivivere la effervescente Parigi bohèmien dell’epoca, è stato protagonista anche il valente coro di voci bianche “Biancosuono” di “Progetto Suono”, (I “Monelli”) diretto da Agnese Carrubba, che ha meritato alla fine del Quadro i convinti applausi del pubblico. Proprio in questo Quadro, tuttavia, non ha convinto, a mio avviso, la scelta di rappresentare il film muto nello sfondo, che per quanto assai suggestivo (forse proprio per questo) ha rischiato di distrarre lo spettatore dalla scena del melodramma.
Nel terzo Quadro la scena muta radicalmente, una serata fredda e nevosa, dinanzi alla porta della dogana, la Barrière d’Enfer; nel quarto, infine, ritorna la gelida soffitta, ospite questa volta del tragico epilogo, la morte di Mimì, che non smette mai di commuovere, quasi a simbolizzare la fine della spensierata giovinezza della compagnia di artisti, sepolta per sempre insieme alla povera Mimì.
Buona prova dell’Orchestra del Vittorio Emanuele, eccellente Luca Bruno
È innanzitutto da sottolineare la buona prova dell’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, diretta ancora una volta egregiamente dal giovane direttore Carlo Palleschi, una esecuzione corretta e abbastanza precisa, molto sentita ed efficace nei momenti topici del melodramma.
Molto bene i cantanti, Rodolfo, interpretato da Paolo Lardizzone, che ha esibito una bella voce sicura, ma anche una efficace resa scenica attoriale, come del resto tutti gli altri interpreti. Stesso discorso per Mimì (Marily Santoro), interpretazione sofferta, con un canto talora forse un po’ “leggero” ma ben intonato, e per Musetta, Linda Campanella, frizzante al punto gusto, anch’essa dalla voce corretta, senza sbavature e incertezze, ma forse un po’ debole e a volte sovrastata dall’orchestra.
Bene i personaggi minori: Gaetano Triscari nel ruolo di Colline, Lorenzo Barbieri (nella doppia parte di Benoit e Alcindoro), Alex Martini (Schaunard), Antonino Mauceri (Parpignolo), Marcello Siclari (Doganiere), il coro “F. Cilea” di Reggio Calabria, diretto da Bruno Tirotta.
Eccellente Luca Bruno, che ha entusiasmato il pubblico nel ruolo di Marcello, con una potente e chiara voce di baritono, ricevendo alla fine fragorosi applausi.
Una rappresentazione comunque decisamente soddisfacente, che gli appassionati di lirica e di Puccini non possono assolutamente perdere.
