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I segnali “precursori” del sisma del 1908 e le deformazioni crostali nello Stretto di Messina

Daniele Ingemi

I segnali “precursori” del sisma del 1908 e le deformazioni crostali nello Stretto di Messina

martedì 23 Febbraio 2021 - 08:10
I segnali “precursori” del sisma del 1908 e le deformazioni crostali nello Stretto di Messina

Negli ultimi 2 anni che precedettero il sisma il suolo nei pressi di Messina si sollevò di +2,3 cm l'anno

All’indomani del catastrofico sisma del 28 Dicembre del 1908, l’assetto geomorfologico dello Stretto di Messina è stato oggetto di studio da parte di molti scienziati venuti da tutto il mondo per capire la complessa conformazione geologico strutturale dell’area. Ancora oggi abbiamo più di una teoria riguardo la nascita e l’evoluzione dello Stretto durante le varie ere geologiche. Tra queste quella che può essere ben applicata alla realtà dello stretto attribuisce a tale area una struttura a “Graben”. Tradotto nel vocabolario di geologia il termine “Graben” indica una fossa oceanica tettonica, ossia una porzione di crosta terrestre che è sprofondata a causa dell’azione combinata di un sistema di faglie normali (o dirette) in regime tettonico di tipo distensivo. In poche parole ciò vuol dire che lo stretto di Messina non è altro che una depressione di natura tettonica formatasi in 125mila anni, grazie al ripetersi di grandi terremoti che hanno gradualmente allontanato la punta nord-orientale della Sicilia dalle coste della Calabria meridionale e dal resto del continente.

L’immagine di Messina distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908

Di grande importanza sono le caratteristiche rocciose e litologiche dei rilievi che contornano lo Stretto. Non è un caso se i Peloritani (riva siciliana) che il massiccio dell’Aspromonte (riva calabrese) presentano lo stesso tipo di conformazione. Questo sta ad indicarci che in epoche passate la Sicilia era unita al resto del continente, avvalorando cosi la teoria che vede il “Graben” come struttura dominante della zona. Come sappiamo lo Stretto di Messina si trova proprio nel centro del Mediterraneo, in una zona molto instabile dal punto di vista tettonico. Infatti proprio qui convergono ben tre placche continentali, ognuna di esse ha un proprio movimento che le porta a scontrarsi formando cosi un sistema di faglie normali, lungo complessivamente 370 km, che in vari studi (vedi Monaco, Tortorici, Gasparini, Anderson, Jackson,..) è stato denominato come “Siculo-Calabrian Rift zone”. Questo complesso sistema di faglie si estende in modo continuo dalle coste tirreniche calabresi, prolungandosi attraverso lo stretto di Messina, lungo la costa ionica della Sicilia fino a raggiungere gli Iblei orientali (Sicilia sud-orientale) e l‘area attorno l‘isola di Malta. L’orientamento del “Rift” è ben documentato dai meccanismi focali di numerosi e violenti terremoti crostali che nei secoli scorsi hanno colpito la Sicilia orientale, in particolare la zona iblea, la costa attorno Catania (1169-1693) e lo Stretto di Messina (394-1908), come la Calabria meridionale, specie la fascia aspromontana (su tutte la crisi sismica del 1783). Proprio sotto lo Stretto di Messina passano diverse faglie di carattere distensivo, collegate direttamente al cosiddetto “Siculo-Calabrian Rift zone”. Tali strutture tettoniche sono caratterizzate da particolari movimenti orizzontali dovuti ai continui spostamenti delle placche continentali.

Purtroppo molte di queste faglie sono tuttora sconosciute dai geologi poichè si trovano a circa 7-8 km sotto il fondale dello Stretto, per questo non possono essere oggetto di studio o costante monitoraggio, a differenza di quanto avviene in California con la famosa faglia di San Andreas che scorre in superficie. Data l’impossibilità di studiarla e la quasi totale assenza di segni di rottura lasciati in superficie durante il terribile terremoto del 1908 la faglia che continua a modellare e deformare la morfologia dello Stretto di Messina viene anche definita come una faglia di tipo “cieca”, che agisce in profondità senza riuscire ad emergere in superficie. Un vero e proprio rompicapo per i geologi e i sismologi che da decenni continuano a studiare l’evoluzione geologica dello Stretto. Il sisma del 1908 ha messo a disposizione numerose informazioni utili ai fini di una più attendibile definizione della geodinamica dell’area. In realtà già pochi mesi prima dell’immane catastrofe sismica si era conclusa una campagna di livellazione delle coste dello Stretto, fra Reggio Calabria e Messina. Le misure furono ripetute poco tempo dopo l’evento, fornendo così una stima attendibile degli spostamenti verticali cosismici (Loperfido, 1909; De Stefani, 1909). Tali informazioni hanno mostrato un netto sollevamento della Calabria rispetto alla Sicilia. Ma movimenti anomali del suolo, prima del forte terremoto del 28 dicembre del 1908, sono stati evidenziati dai dati mareografici (Omori, 1913).

Nel porto di Messina registrazioni di questo tipo, da parte del Servizio Mareografico Nazionale, avvenivano con continuità fin dal 1887. Dai dati relativi alla stazione operante a Messina si è evidenziata una fase di sollevamento della costa messinese sino al 1900, e un successivo abbassamento della stessa, nel periodo 1900-1906. Ma la cosa molto strana, che ha fatto riflettere a lungo molti sismologi di fama internazionale, riguarda il fatto che negli ultimi due anni prima del potente sisma del 1908 il suolo, nei pressi di Messina, comincio a sollevarsi verso l’alto in maniera repentina, arrivando addirittura a far registrare una notevole anomalia, di ben +2,3 cm/anno, a cavallo fra il 1906 e il 1907 (Mulargia e Boschi, 1983; Bottari et al, 1992). Questo sollevamento così repentino delle coste che bordano lo Stretto di Messina da alcuni sismologi è stato interpretato come un “segnale premonitore”, indicante un forte stress della faglia dello Stretto, ormai giunta sul punto di rottura, e quindi carica al punto giusto per scatenare un terremoto di alta magnitudo. In effetti il terremoto fu accompagnato da un notevolissimo abbassamento della costa sul versante messinese, di varie decine di centimetri, con un massimo di circa 70 cm a sud di Messina. Lo tsunami che precedette il sisma danneggiò la stazione Mareografica di Messina la quale, ripristinata nel 1912, consentì la registrazione di un forte sollevamento “post-sismico” del suolo (fisiologico dopo la subsidenza di oltre i 70 cm che fece sprofondare la costa attorno Messina durante il sisma del 28 Dicembre), di –2.4 cm/anno (valore medio su un periodo di cinque anni seguenti il 1912).

L’entità degli spostamenti osservati fanno presupporre che lo stato deformativo che probabilmente precederà un sisma analogo, per forza e rilascio di energia, a quello del 1908, possa essere rilevabile da sistemi di monitoraggio permanenti tramite l’ausilio del GPS. Negli ultimi trenta anni numerose campagne geodetiche sono state effettuate in riva allo Stretto di Messina, per monitorare eventuali deformazioni nell’area. Nel 1970, nell’ambito del progetto varato dal Governo Italiano per la costruzione del Ponte dello Stretto, fu istituita una rete geodetica ripetutamente misurata con tecniche terrestri sino al 1982. La comparazione tra le misure di livellazione del 1981-1982 e del 1970 mostrarono una moderata “subsidenza” di circa 0.1 cm/anno (Achilli e Broccio, 1982; Baldi et al., 1983; Anzidei et al., 1998). La rete di monitoraggio GPS, a partire dal 1994, è stata estesa verso la parte meridionale dello Stretto di Messina, collegando la rete locale ad una rete regionale (TYRGEONET), volta al controllo delle deformazioni crostali del Mediterraneo centrale. Tale rete, che ormai copre l’intera area dello Stretto di Messina e i territori attigui, nell’imminente futuro sarà in grado di rilevare ogni tipo di deformazione crostale pronta ad interessare l’area, dandoci in tempo reale informazioni utili sull’andamento della sismicità in riva allo Stretto di Messina, e soprattutto indicando per tempo quelle “anomalie” che possono in qualche modo predire eventi sismici significativi per la zona fra Reggio e Messina.

2 commenti

  1. Studi di questo genere dovrebbero essere incentivati, per il monitoraggio di zone a rischio sismico, coinvolgendo tutti gli enti che si servono dei territori (urbanizzazione, cementificazione varie ecc) onde attenuare disastri come il 1908.

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  2. Piero Pappalardo 24 Febbraio 2021 16:53

    Articolo di grande spessore, bravo Daniele.

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