Il poeta Ibico da Messina e la contesa con Reggio Calabria - Tempostretto

Il poeta Ibico da Messina e la contesa con Reggio Calabria

Daniele Ferrara

Il poeta Ibico da Messina e la contesa con Reggio Calabria

martedì 02 Luglio 2019 - 07:29

Le due città dello Stretto si contesero a lungo i natali del poeta annoverato tra i nove lirici del Canone Alessandrino

Di poeti, vanti e altre storie.

Messina non ha bisogno d’attribuirsi i natali d’illustri personaggi; essa, di grandi, ne ha generati a bastanza, perciò non abbiamo la necessità di sequestrarne ad altre città (come, da Siciliani, ad altri popoli). Ma c’è una figura che le due città dello Stretto, la siciliana e l’italiana, si contendono: Ibico. Anche se oggi gli storici sono quasi tutti concordi sull’origine reggina, secoli fa i Messinesi – che ora si sono completamente ammutoliti – s’impegnavano nel dimostrare che quell’uomo si chiamasse Ibico di Messina.

Ibico è particolarmente importante nella letteratura: in periodo ellenistico, fu annoverato fra i Nove Lirici del Canone Alessandrino, ciò significa che veniva collocato in cima all’altura dei poeti lirici e ciò faceva di lui un esempio per i posteri. Scrisse moltissime poesie, raccolte in sette libri, dei quali ci restano varî frammenti. Filoni particolarmente cari a Ibico erano quello eroico – con gli elogi agli antichi guerrieri – e quello omoerotico; infatti, amava molto la bellezza dei giovani uomini e la esprimeva in versi. Inoltre si ritiene che Ibico sia stato l’inventore d’un tipo di cetra triangolare, la sambuca.

L’unica fonte ove si possono trovare informazioni sulle origini del poeta (in sovrannumero!) è la Suda, la celebre enciclopedia bizantina. In essa c’è scritto: “Ibico, figlio di Fizio, o (come altri raccontano) dello storiografo Polizelo messinese, o (per altri) di Cerdante, reggino di stirpe”. Tre padri, due dei quali erano probabilmente reggini.

Grazie a questo passo apprendiamo dell’esistenza di Polizelo di Messina che altrimenti non ci sarebbe nota, sebbene non ne conosciamo la vita né le opere; può essere plausibile che Ibico fosse stato in un certo senso un figlio d’arte, letterato figlio di letterato, anche se in ambiti diversi. D’importante c’è da dire su Polizelo che per il periodo in cui visse fu tra i primissimi storici in lingua greca e non soltanto il primo storico siciliano ma anche il primo storico al di là del Mar Ionio. Ciò ovviamente nel caso in cui non fossimo vittime di un tragicomico malinteso e che Polizelo non fosse di Messina bensì della Messenia in Grecia (a quel punto ci sarebbe veramente da ridere per non piangere).

In ogni caso alla fine della presentazione d’Ibico c’è quel “reggino di stirpe”; ma questa definizione è molto meno semplice di quanto sembra. Gli antichi greci per definire la stirpe di una persona utilizzavano un criterio esclusivamente patrilineare (non facciamo diversamente noi oggi, per quanto sia spiacevole ammetterlo) e di quale fosse l’origine della madre non importava a loro nulla; ecco perché quella precisazione non preclude una più autentica origine messinese. Se Ibico aveva madre messinese ed era qui cresciuto, egli era messinese; ma come dimostrarlo?

Alla fine di tutta questa dissertazione, arriviamo a un vicolo cieco: la quasi totalità degli autori antichi parla d’un Ibico di Reggio (e fra questi abbiamo Neante, Ateneo e Cicerone), per quanto potessero non essere d’accordo gli eruditi messinesi che facevano salti retorici degni di trapezisti pur di dimostrare che il poeta fosse messinese.

Questa disamina su Ibico non è fine a sé stessa: si vuole che sia spunto per rivedere l’identità che Messina deve inevitabilmente forgiarsi. Molti potrebbero dire che già da molto si è accertato che Ibico e gli altri non erano nativi di Messina, ed è vero, ma l’hanno detto studiosi che messinesi non erano e che interesse alcuno non avevano a sostenerne la messinesità o rigettarla; invece, devono essere i Messinesi a rinunciare alle appropriazioni indebite del passato. Perché questo? Perché il passato non rimane semplicemente lì dov’è, dimenticato, ma produce conseguenze apparentemente indirette che poi ci si chiede anche con affanno a cosa siano dovute; perciò passato va risolto, per potere guardare al futuro, guardare a una nuova Messina come città di cultura, d’arte, di ricchezza, attraverso ciò che noi oggi possiamo realizzare.

Daniele Ferrara

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