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Il Trio Siciliano dà inizio alle celebrazioni beethoveniane

Giovanni Franciò

Il Trio Siciliano dà inizio alle celebrazioni beethoveniane

martedì 14 Gennaio 2020 - 10:58
Il Trio Siciliano dà inizio alle celebrazioni beethoveniane

Sabato 11 gennaio u.s. al Palacultura Antonello, è andato in scena il primo appuntamento beethoveniano dell’anno a Messina, per celebrare il 250°anniversario della nascita del grande compositore tedesco. Per la stagione musicale delle Associazioni musicali riunite Accademia Filarmonica, V. Bellini, il Trio Siciliano, composto da tre artisti in attività presso la nostra Regione – Silviu Dima al violino, Giuseppe Nastro al violoncello e Fabio Piazza al pianoforte, ha eseguito, per il secondo appuntamento del “Ciclo Integrale dei Trii per archi e pianoforte di Ludwig van Beethoven” (il primo è andato in scena la scorsa stagione), il Trio WoO 39, il Trio op.1 n. 3 e il celeberrimo Trio ” Arciduca” op.97. Il Trio WoO 3, in un solo movimento, è una composizione abbastanza trascurabile nell’ambito dell’imponente produzione di musica da camera di Beethoven, dedicata alla piccola Maximiliane Brentano, figlia del suo amico Franz, per incoraggiarla allo studio del pianoforte, e si caratterizza per il carattere tenero e affettuoso. Ben altra importanza riveste il Trio op.1 n. 3, terzo dei tre Trii che rappresentano le prime composizioni pubblicate di Beethoven, nel 1795. I Trii furono dedicati al principe Lichnowsky, e furono eseguiti nella sua casa al cospetto di un pubblico di musicisti e cultori, fra i quali Joseph Haydn, il quale ammirò i primi due Trii ma non il terzo, in do minore, suggerendo a Beethoven di non pubblicarlo. Invece proprio il terzo, non per nulla il preferito da Beethoven, è di gran lunga il più interessante, e proprio la tonalità minore, così lontana pe Haydn a quei tempi – ma in seguito proprio Haydn la utilizzò con gran profitto nella sua musica da camera, ad es. nel Quartetto op. 76 “Delle quinte” – gli conferisce quel carattere drammatico, concitato nel primo e nel terzo movimento, impetuoso e drammatico nel Finale, mentre nel secondo movimento troviamo per la prima volta un tema con variazioni (incantevoli), genere nel quale Beethoven diverrà autentico specialista e attraverso il quale toccherà fra le più alte vette della sua produzione musicale. La seconda parte del concerto è stata interamente dedicata al suo ultimo Trio per piano, violino e violoncello, ed anche il più famoso, il Trio in si bemolle maggiore Op. 97 “Arciduca”, dedicato all’Arciduca Rodolfo d’Asburgo. Si tratta di una delle più importanti composizioni beethoveniane, da considerarsi forse l’ultimo grande capolavoro del suo c.d. periodo di mezzo, ove già si intravvedono, in particolare nell’Andante con variazioni, le profonde innovazioni ed ispirazioni del suo ultimo periodo compositivo. Proprio in questo capolavoro, tuttavia, come riconosciuto quasi pacificamente dalla critica, vi è un enorme difetto, che mina l’equilibrio e l’unità formale del brano, cioè l’ultimo movimento “Allegro moderato” definito da Carli Ballola “il più tipico esempio di Finale sbagliato in tutta l’opera beethoveniana”. Si tratta infatti di una sorta di marcetta di poche pretese, che troppo contrasta con quel momento di estasi commovente costituito dall’Andante cantabile con variazioni, il terzo movimento. Il celebre incipit del primo movimento – “Allegro moderato” -, nobile e così tipicamente beethoveniano, impernia di sé l’intero brano. Molto esteso il secondo movimento, lo “Scherzo” che per motivi di equilibrio Beethoven antepone insolitamente al movimento lento (lo farà anche nella Nona Sinfonia). Il terzo movimento, “Andante cantabile, ma però con moto – Poco più adagio”, si apre con l’esposizione di un bellissimo tema dal carattere profondo e meditativo, al qual seguono cinque straordinarie variazioni, che costituiscono l’apice della composizione. Il tema viene variato non solo sotto il profilo tematico, ma sotto tutti gli aspetti (timbrico, armonico, nel carattere lento o veloce etc.) come avverrà negli ultimi Quartetti d’archi, e, anche se è sempre difficile tracciare una linea netta fra un periodo compositivo ed un altro successivo di un artista, potremmo forse affermare che l’ultimo Beethoven nasce proprio con queste Variazioni. Indimenticabile l’ultima, la quinta, che termina con una coda di infinita, commovente, tristezza, prima che attacchi, senza soluzione di continuità, l’incomprensibile Finale di cui si è detto. Corretta e più che dignitosa la performance dei tre musicisti, che hanno dato prova di buon affiatamento, padronanza dei brani, e di una notevole sensibilità e compenetrazione nell’eseguire una composizione così complessa e intensa come l’Arciduca. Dopo un capolavoro simile, il bis doveva essere di genere totalmente diverso, ed infatti i tre bravi artisti hanno eseguito, con notevole successo di pubblico, il celebre “Primavera portena” di Astor Piazzolla.

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