Pietro Grasso a Messina: «La repressione non basta, serve anche l’antimafia della speranza» - Tempo Stretto - Ultime notizie da Messina e Reggio Calabria

Pietro Grasso a Messina: «La repressione non basta, serve anche l’antimafia della speranza»

Pietro Grasso a Messina: «La repressione non basta, serve anche l’antimafia della speranza»

domenica 15 Aprile 2012 - 22:04

Il procuratore nazionale antimafia ospite della II edizione del Salone del libro ha risposto alle domande di Tempostretto.it

Il pubblico delle grandi occasioni ha accolto ieri pomeriggio, nella sala B del Palacultura “Antonello da Messina”, il Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso (in carica dal 2005). L’occasione era la giornata conclusiva del Salone del Libro di Messina, organizzato per il secondo anno e che ha riscosso grande successo e registrato numerose presenze. Il Procuratore, partendo dal’ultimo suo libro “Liberi tutti. Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia” (Sperling & Kupfer, 2012), ha analizzato il fenomeno mafioso nella sua evoluzione e ha condiviso alcuni dei più significativi momenti della sua attività di indagine investigativa e di controllo. A margine del suo intervento ha risposto alle domande dei giornalisti e anche a quelle di Tempostretto.it

♦ Come è cambiato il fenomeno mafioso dal ‘92 ai giorni nostri?

«La mafia, dopo l’attacco frontale agli uomini dello Stato, a Falcone, a Borsellino, delle morti dei quali quest’anno si celebra il ventennale, si è proiettata in una fase di inabissamento, si è riscontrato un tentativo di nascondimento, di ritorno all’antico, di cercare di convivere con le altre componenti sociali, anche con l’imprenditoria, di entrare nel mondo degli affari. Dove producono gli affari le mafie cercano di non fare accendere i riflettori sulla loro presenza e dunque ci sono meno delitti violenti, c’è meno criminalità visibile».

Sembra che la mafia abbia perso il carattere di regionalità e che ormai si sia trasferita nel resto d’Italia, valicando, talvolta, anche i confini nazionali…

«Sì, ormai da parecchi anni, attraverso il fenomeno migratorio e attraverso la creazione di luoghi che hanno clonato le strutture organizzate che sono nel territorio d’origine, la mafia è riuscita a ramificarsi in altre regioni d’Italia e anche all’estero. Il fenomeno di trasferimento degli interessi a centro-nord, in realtà, esiste già da tempo ma è soltanto stato negato. In fondo negli anni ’70, i sequestri di persona in Lombardia e Piemonte ponevano già allora un’attenzione. Buscetta parlava di un allacciamento a Milano dove si riunivano per i loro traffici internazionali. E’ una situazione conosciuta che ora si è riusciti a dimostrare attraverso delle indagini evidenti. La ‘ndrangheta ha delle strutture organizzate che si chiamano locali anche in Canada, in Sud America, in Australia, in Germania. Però è difficile comprendere la pericolosità da parte di paesi e di popoli che non sono abituati a questi fenomeni e non conoscono quanto sia insidiosa l’infiltrazione nel tessuto economico prima e nel tessuto politico-amministrativo poi…».

Quale via principale state seguendo in questa lotta?

«Togliere i beni ai mafiosi è stata riconosciuta la priorità nella nostra strategia contro la criminalità organizzata: del carcere vale di più togliere i patrimoni. Perché un uomo che viene messo in carcere è immediatamente sostituito da qualcuno fuori, mentre sostituire i patrimoni è molto più difficile, ci vuole più tempo».

♦ Ma ovviamente, e lo dite spesso, la magistratura da sola può ben poco…

«Si può fare tutta la repressione che si vuole ma se non si innesta un cambiamento culturale di una classe dirigente nuova che riesca ad applicare i principi della legalità, che non sono solo l’osservanza delle leggi, ma anche il rispetto della libertà, della democrazia, della giustizia, della tolleranza, di non violenza -tutto questo è cultura della legalità- non vedremo mai i frutti del nostro lavoro. Si tratta di mettere in atto non solo un antimafia della repressione ma anche un’antimafia della speranza».

♦ Il sottotitolo del suo ultimo libro “Liberi tutti” è “Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia”. Come colpisce la malattia-mafia?

«Non si muore di mafia solo se si viene uccisi dalla mafia. Muoiono di mafia coloro i quali ogni giorno si rassegnano a vivere nell’illegalità e nell’ingiustizia, coloro che chiudono gli occhi davanti ai reati, coloro che fanno affari eludendo la legge, coloro che cercano i favori dei potenti, coloro che accettano compromessi e favoritismi. Tutto ciò mi è sembrato giusto mettere nel libro. Il titolo viene da un gioco che facevo da bambino e che facevamo tutti da piccoli. Del nascondino mi piaceva sempre restare per ultimo per liberare tutti. Ma questo è un sogno che certamente non potrò realizzare perché c’è bisogno dell’aiuto di tutti quanti per auto-liberarci. Non è più il tempo di un eroe che libera tutti, di un santo che fa i miracoli, che porta avanti per conto di tutti le varie lotte contro l’ingiustizia e l’illegalità ma è un qualcosa che va sentito da tutti: dalla società, dai movimenti organizzati e dalle singole persone».

Come ha ricordato, sono finiti gli anni delle grandi stragi ed è cambiato il modo di percepire la mafia. Non trova che ci sia il rischio che l’assetto antimafia possa diventare un cliché, un atto scontato e non riflettuto, complice anche l’abitudinaria e scolastica educazione alla legalità?

«Io spero di no, e spero, anche attraverso il mio ultimo libro, di far comprendere con immagini, con racconti, con storie di vita quello che è effettivamente la mafia e che non ci si può assolutamente ritenere fuori da questo sistema. Il metodo mafioso può essere applicato oggi anche al di fuori del sistema mafioso, nelle congreghe criminali, anche dei colletti bianchi».

Come può oggi un giovane scegliere di diventare mafioso?

«Ci sono diversi giovani che, anzichè andare a scuola, se ne vanno nelle sale gioco, aspettando di essere chiamati dal mafioso per un qualche lavoretto per poi cercare di fare la loro carriera. Così come ci sono anche giovani che proprio grazie all’educazione alla legalità fatta a scuola sono riusciti a uscire dalla loro famiglia mafiosa. Ho due esempi bellissimi: quello di due bambine che hanno costretto la loro madre a collaborare con la giustizia e a denunciare il marito e quello di un altro giovane che è scappato di casa per sottrarsi alla sua famiglia mafiosa e, preso il diploma, è scappato al nord per cercare una nuova vita. E ce l’ha fatta. E la nostra causa ha bisogno di queste occasioni. Dobbiamo fare in modo che i giovani non restino inebetiti davanti a un computer o a una slot-machine. Lo dico perché solo nel giovane risiedono tutte le nostre attese. Egli, essendo ingenuo, ma non cinico come l’anziano, crede che il mondo possa veramente cambiare e ci spera. I giovani che convincono gli adulti a cambiare vita: questa è la nostra speranza».

(CLAUDIO STAITI)

►Pietro Grasso, (Licata, 1°Gennaio 1945) incomincia a lavorare in magistratura nel 1969 come pretore a Barrafranca (EN). Sostituto procuratore al Tribunale di Palermo, intorno alla metà degli anni settanta si occupa di indagini sulla pubblica amministrazione e sulla criminalità organizzata. Diviene titolare dell'inchiesta riguardante l'omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980. Nel 1984 ricopre l'incarico di giudice a latere nel primo maxiprocesso a Cosa nostra (10 febbraio 1986 -10 dicembre 1987), 475 imputati. Pietro Grasso, a fianco del presidente della corte Alfonso Giordano, è stato estensore della sentenza (oltre 8 000 pagine) che irrogò 19 ergastoli e oltre 1000 anni di reclusione. Conclusosi il maxiprocesso, Grasso viene nominato consulente della Commissione antimafia. Nel 1991 viene nominato consigliere alla Direzione affari penali del Ministero di grazia e giustizia, il cui "guardasigilli" era Claudio Martelli, che chiamò anche Giovanni Falcone, e componente della Commissione centrale per i pentiti. Successivamente viene sostituto nell'incarico, per poi essere nominato procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia (guidata da Pier Luigi Vigna), applicato nelle Procure di Palermo e Firenze dove ha seguito e coordinato le inchieste sulle stragi del 1992 e del 1993. A Palermo da Procuratore della Repubblica dall'agosto del 1999, sotto la sua direzione, dal 2000 al 2004, sono stati arrestate 1.779 persone per reati di mafia e 13 latitanti, che erano inseriti tra i 30 più pericolosi. Nello stesso arco di tempo la procura del capoluogo siciliano ha ottenuto 380 ergastoli e centinaia di condanne circa per un totale di migliaia di anni di carcere. L'11 ottobre 2005 è stato nominato procuratore nazionale antimafia, subentrando a Pier Luigi Vigna, che ha lasciato l'incarico nell'agosto 2005 per raggiunti limiti di età, mentre era ancora capo della Procura della Repubblica di Palermo. Il Consiglio superiore della magistratura ha dato via libera alla sua nomina con 18 voti a favore e cinque astensioni. L'11 aprile 2006 contribuisce con il suo lavoro, dopo anni d'indagine, alla cattura di Bernardo Provenzano nella masseria di Montagna dei cavalli a Corleone, latitante dal 9 maggio 1963. Il 18 settembre 2006 la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, con il contributo della Procura Nazionale diretta dal procuratore nazionale Grasso, conclude un'indagine durata due anni riguardante l'azione di alcune cosche mafiose di Vibo Valentia, che avevano messo le mani sui villaggi turistici della costa. Le cosche in questione sono La Rosa di Tropea e quella dei Mancuso di Limbadi, che ricavavano ingenti guadagni dal controllo degli appalti per la costruzione e la fornitura dei villaggi vacanze nella zona di Catanzaro. L'operazione Odissea si conclude con 41 procedimenti di custodia cautelare. Alla scadenza naturale del primo mandato alla DDA è stato riconfermato all'unanimità dal Consiglio Superiore della Magistratura per un secondo mandato.

(FOTO STURIALE)

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