La devastazione nel Messinese e in Sicilia, Calabria e Sardegna deve finalmente aprirci gli occhi su come realizzare le opere
di Marco Olivieri
Il disastro in Sicilia, Calabria e Sardegna a causa del ciclone Harry è un punto di non ritorno. Lo sono state anche le tragiche alluvioni. Lo sono tutti gli eventi atmosferici figli del cambiamento climatico. Ma sarà davvero una “sveglia”, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, per le classi dirigenti? Dalla qualità della ricostruzione, lo ribadiamo, si capirà se la lezione è stata appresa. Ripensare i territori in chiave di rischi mareggiate e cicloni, dissesto idrogeologico, pericoli sismici, è necessario, pena la nostra sopravvivenza.
Assieme alla velocità dei tempi, occorrono interventi strutturali adeguati alla necessità di un cambiamento nei modelli di sviluppo e di costruzione. Non a caso in questi giorni abbiamo assistito all’appello a una pianificazione ponderata da parte dell’Ordine degli architetti di Messina: “Gli eventi di questi giorni dimostrano che la politica non può più ignorare la vulnerabilità dei territori. È necessario progettare infrastrutture e sistemi insediativi capaci di resistere a eventi estremi che difficilmente continueranno ad avere il carattere della eccezionalità. La gestione dei suoli, la sicurezza dei litorali, la regimentazione idraulica dei torrenti, i consolidamenti dei versanti, la manutenzione delle opere esistenti e la prevenzione devono diventare priorità assolute. Una pianificazione più oculata, fondata su dati, conoscenza e visione di lungo periodo, è oggi un dovere istituzionale, professionale e civile. La ricostruzione richiede un cambio di passo: politica, burocrazia e professionisti devono dialogare in modo continuo e costruttivo, condividendo responsabilità e competenze. La ricostruzione deve rappresentare un salto culturale, tecnico e istituzionale”.
“Infrastrutture vicine al mare e cementificazione selvaggia”
Da tenere bene a mente pure i rilievi dell’Osservatorio sull’erosione delle spiagge della provincia di Messina: “Le infrastrutture civili sono arrivate troppo vicine alla battigia, sfidando un mare che, per sua natura, non si può controllare. Si è costruita una ‘città lineare’ parallela alla riva, spesso entro i 150 metri, aggiungendo piazzole e strutture che hanno ridotto la profondità delle spiagge. A questo si aggiunge l’occupazione delle spiagge con manufatti destinati alla fruizione balneare, non rimossi a fine stagione. E si sono realizzate opere di difesa senza una visione d’insieme, finendo spesso per spostare il problema dell’erosione sui litorali vicini, come dimostra chiaramente la storia della costa jonica”.
Il caso della recente ricostruzione a Santa Teresa di Riva
Sotto accusa, per l’Osservatorio, anche “le procedure d’emergenza e gli interessi correlati”, poiché “spesso si è ricorso a iter speciali che eludono verifiche ambientali serie, alimentando gestioni poco trasparenti delle risorse per il dissesto idrogeologico. A Santa Teresa di Riva, dopo la distruzione di un tratto di lungomare per una normale mareggiata, lo si è ricostruito con le stesse modalità di prima, comprese opere rigide protese verso la spiaggia, come piazzole belvedere e scivoli. In generale, dove la spiaggia era profonda, il mare si è sfogato senza fare danni. Dove ha trovato cemento e ostacoli rigidi, ha distrutto tutto”.
Il Wwf: “Serve un Patto per il clima dopo il ciclone Harry”
Ecco perché diventa decisiva la ricostruzione. Per il Wwf, “il governo deve prendere esempio da altri Paesi (come la Spagna) e promuovere un vero e proprio Patto per il clima che comprenda sia l’abbattimento delle emissioni, sia l’adattamento alle nuove condizioni climatiche. Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) risulta ancora inapplicato (praticamente fermo dal dicembre 2023), senza adeguati finanziamenti. Solo una settimana fa è stato istituito l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che avrebbe dovuto essere operativo fin dal primo semestre del 2024. È necessario attuare il Pnacc, soprattutto attraverso Piani strategici locali, nelle aree a maggior rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici”.
“L’abusivismo edilizio non è un fenomeno marginale né residuale, soprattutto lungo le coste”
Su questa linea Rifondazione comunista Sicilia: “Lungo le coste siciliane il mare non ha fatto altro che occupare spazi che gli erano stati sottratti, spesso in modo illegittimo o quantomeno imprudente. Costruzioni troppo vicine alla battigia, stabilimenti balneari sorti senza un disegno organico, infrastrutture realizzate ignorando la dinamica naturale delle correnti e dell’erosione hanno trasformato vaste porzioni di litorale in zone ad altissimo rischio. Le cronache dei giorni successivi al ciclone hanno raccontato di danni ingenti non solo a infrastrutture pubbliche e attività produttive regolari, ma anche a edifici costruiti in violazione delle norme. Un dato che apre una questione scomoda: l’abusivismo edilizio non è un fenomeno marginale né residuale, soprattutto lungo le coste. È parte strutturale del problema e contribuisce in modo diretto ad amplificare gli effetti di eventi come quello appena vissuto”.
“Dopo il ciclone non si può far finta di niente e ricostruire tutto come prima”
E ancora: “In questo quadro si inserisce un altro elemento delicato e potenzialmente pericoloso. Diversi sindaci dei territori colpiti hanno già chiesto deroghe alle procedure ordinarie per poter intervenire rapidamente sul ripristino di strade, lungomari e opere danneggiate. È una richiesta comprensibile nella fase immediatamente successiva al disastro, quando la priorità è garantire sicurezza, servizi essenziali e una minima normalità alle comunità colpite. Tuttavia il confine tra deroga temporanea ed eccezione permanente è sottile. Se il bypass delle regole ambientali, urbanistiche e paesaggistiche dovesse protrarsi nel tempo, il rischio sarebbe quello di trasformare l’urgenza in consuetudine, creando le condizioni per un nuovo futuro disastro”.
Viene osservato da Rifondazione comunista: “La tentazione di ricostruire tutto esattamente dov’era e com’era è forte, soprattutto sotto la pressione economica e sociale. Ma è proprio qui che si gioca una partita decisiva. Ricostruire senza ripensare l’uso del territorio significherebbe riprodurre le stesse condizioni che hanno reso così devastante l’impatto del ciclone. Significherebbe consolidare errori storici, magari con nuovi soldi pubblici, e rimandare ancora una volta il nodo centrale: dove si può costruire e dove, semplicemente, non si dovrebbe più costruire”.
“Occorre elevare la qualità della programmazione, della pianificazione e della prevenzione”
Anche il presidente Paolo Amenta e il segretario generale, Mario Emanuele Alvano, di Anci Sicilia chiedono un cambio di passo: “Si deve aprire una fase nuova, non ordinaria, non emergenziale, ma strategica. Una fase in cui la ricostruzione si accompagni a un profondo ripensamento e a una nuova riprogrammazione, che potrà essere affrontata solo partendo dai sindaci”.
Per questi motivi, sostiene Amenta, “è arrivato il tempo in cui la sola logica di individuare risorse per intervenire e ricostruire non è più sufficiente. Anci Sicilia ritiene che non si possa ricostruire con le stesse logiche urbanistiche del passato. Occorre semplificare la normativa, elevare la qualità della programmazione, della pianificazione e della prevenzione. Bisogna prendere atto che le condizioni climatiche sono cambiate e che su questo cambiamento debbano fondarsi nuove politiche pubbliche e scelte urbanistiche, oltre alla gestione del demanio, alla difesa del suolo e a nuovi sistemi di protezione civile”.
Un cambio di passo per non aspettare inerti l’ennesimo disastro
Siamo a un bivio, insomma. E serve un cambiamento radicale. Un’assunzione di responsabilità, valorizzando competenze e strumenti adatti per mutare, in meglio, il volto della Sicilia e delle altre realtà colpite. Questo nuovo paradigma deve trovare attuazione in una classe dirigente che non può più negare la realtà. Nessuna superficialità può essere tollerata nel momento in cui paghiamo caro gli errori del passato. Prevenzione e sicurezza devono essere le linee guida nella ricostruzione. La politica si svegli, finalmente. E per davvero.
