Un intervento salvavita di straordinaria complessità tecnica e organizzativa è stato eseguito nei giorni scorsi all’ospedale Papardo, dove la sinergia strutturata e immediata tra Cardiologia e Cardiochirurgia ha consentito di trattare con successo un paziente giunto in condizioni critiche per una crisi aritmica, una delle emergenze più gravi in ambito cardiovascolare.
Il paziente, trasferito in urgenza da un presidio territoriale dopo il fallimento delle terapie farmacologiche intensive e dei trattamenti di prima linea, presentava un quadro clinico altamente instabile e un rischio concreto e imminente di arresto cardiaco. In presenza di aritmie ventricolari maligne ripetute e ravvicinate, che compromettevano severamente la funzione di pompa del cuore, l’unica possibilità terapeutica rimaneva un’ablazione cardiaca avanzata in ambiente protetto e multidisciplinare.
Il modello della sala operatoria ibrida
Determinante è stata l’immediata attivazione di un percorso integrato, all’interno della sala operatoria ibrida: fulcro tecnologico e organizzativo di un modello assistenziale ad altissima intensità di cura, che ha visto operare in strettissima collaborazione l’Unità Operativa di Cardiologia diretta dal prof. Giuseppe Andò e l’Unità Operativa di Cardiochirurgia diretta dal prof. Francesco Patanè.
A seguito di una valutazione condivisa tra cardiologi elettrofisiologi, cardiochirurghi, anestesisti, perfusionisti e personale infermieristico altamente specializzato, si è deciso di procedere con un’ablazione ventricolare combinata endocardica ed epicardica. Si tratta di una procedura di elevatissima specializzazione che consente di individuare e trattare con estrema precisione le aree del miocardio responsabili dell’innesco e del mantenimento delle aritmie.
L’uso della circolazione extracorporea
Nel caso specifico, la complessità anatomica e clinica ha reso necessario il ricorso alla circolazione extracorporea. Durante l’intervento, la macchina cuore-polmone ha temporaneamente sostituito la funzione cardiaca e respiratoria, garantendo perfusione e ossigenazione agli organi vitali. Il supporto assicurato dalla Cardiochirurgia e dall’équipe dei perfusionisti ha consentito all’équipe di Elettrofisiologia di operare in condizioni di massima sicurezza, intervenendo sia dall’interno del cuore (approccio endocardico) sia sulla superficie esterna (approccio epicardico), con l’obiettivo di eliminare in modo radicale i substrati aritmici.
La procedura, per complessità tecnica e organizzativa, si configura a tutti gli effetti come un intervento salvavita. In presenza di crisi aritmica refrattaria alle terapie convenzionali, infatti, l’ablazione rappresenta spesso l’unica opzione concreta per interrompere la sequenza di aritmie e ridurre drasticamente il rischio di eventi fatali.
Stabilizzazione e successo clinico
L’esito è stato positivo: le aree aritmogene sono state trattate con successo e si è ottenuta la stabilizzazione del ritmo cardiaco. Il paziente è stato quindi trasferito in ambiente intensivo, dove è stato monitorato con progressivo miglioramento del quadro clinico. La gestione di un caso di tale complessità richiede infatti non solo elevate competenze specialistiche, ma anche un’organizzazione efficiente, prontezza decisionale e una piena integrazione tra tutte le professionalità coinvolte.
“Nei casi di crisi aritmica refrattaria, la complessità clinica impone una gestione collegiale del rischio – spiega il prof. Francesco Patanè –. Questo intervento rappresenta l’esempio concreto di cosa significhi integrazione reale tra Cardiochirurgia e Cardiologia. Non si è trattato di un supporto occasionale, ma di una pianificazione condivisa sin dal primo momento, con una strategia costruita insieme e attuata simultaneamente nella stessa sala operatoria ibrida”.
Integrazione e valore aggiunto
“In questo caso, la complessità del substrato aritmico ha richiesto un approccio combinato endocardico ed epicardico, reso possibile dall’utilizzo della sala ibrida e da una pianificazione condivisa con la Cardiochirurgia sin dalle prime fasi decisionali – aggiunge il prof. Giuseppe Andò –. La possibilità di contare su un supporto cardiochirurgico immediato, inclusa la circolazione extracorporea, ci ha consentito di eseguire un mappaggio elettroanatomico estremamente accurato e di trattare in modo mirato le aree responsabili delle aritmie, anche in presenza di instabilità emodinamica”.
“Questo intervento dimostra come l’Elettrofisiologia moderna non possa più essere considerata un ambito isolato, ma debba inserirsi in un contesto multidisciplinare strutturato – afferma il dottor Antonio Taormina –. L’integrazione reale e operativa con la Cardiochirurgia e la Cardiologia rappresenta il valore aggiunto che consente di affrontare con successo i casi più complessi, garantendo ai pazienti le migliori opportunità terapeutiche disponibili”.
Tutte le professionalità coinvolte
Per l’Elettrofisiologia hanno partecipato attivamente alla procedura i medici Antonio Taormina, Giuseppe De Blasi, Gianluca Bitto e Fabio Gianvecchio, responsabili del mappaggio elettroanatomico e dell’ablazione delle aree aritmogene. Per la Cardiochirurgia hanno preso parte all’intervento i medici Ferdinando Ceresa e Marco Mammana, garantendo la gestione chirurgica e la conduzione della circolazione extracorporea, per l’assistenza cardio-anestesiologica il dottor Silvio Tommasini, elemento determinante per la sicurezza e la riuscita dell’intervento.
Coinvolti nella presa in carico del paziente anche il personale di sala operatoria, gli anestesisti, i perfusionisti e gli infermieri della Terapia Intensiva, il cui contributo è stato determinante in ogni fase del percorso assistenziale. La gestione di un caso così complesso richiede infatti non solo elevate competenze specialistiche, ma anche un’organizzazione efficiente, prontezza decisionale e una piena integrazione tra tutte le professionalità coinvolte.
