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Messina. L’antico muro dell’isolato 163: svelato il mistero (seconda parte)

Daniele Ferrara

Messina. L’antico muro dell’isolato 163: svelato il mistero (seconda parte)

venerdì 26 Febbraio 2021 - 10:52

Alla scoperta di pezzi di storia della nostra città. Tra misteri e ritrovamenti

Abbiamo disquisito nel precedente articolo sul muro di non chiara origine rivenuto all’isolato 163, insieme a Franz Riccobono, e qui ora continuiamo. Sebbene Giacomo Scibona gli attribuisse un ruolo difensivo, esso si trova proprio ai piedi di un’altura, posizione incompatibile con un’esigenza difensiva in quanto invitante all’assalto. Riccobono (parti in corsivo), come ci diceva, ha tutt’altra idea su questa struttura dai resti enigmatici…

Un frammento d’un’imponente opera idraulica

Dicevamo la scorsa volta: se non è un muro di cinta, che cos’è?Come già accennato, la ricerca archeologica, specie in un’area particolare come quella della pianura alluvionale su cui si sviluppa l’antica Zancle, deve tenere presente la morfologia del territorio. La breve pianura alluvionale che separa la falce del porto dalle colline peloritane è da sempre caratterizzata, per non dire che è stata creata, dai corsi d’acqua che dal crinale peloritano sfociano sul litorale dello Stretto. Per quanto riguarda l’àmbito urbano o appena suburbano, dobbiamo tenere presenti tre principali corsi d’acqua: il Camaro, il Portalegni ed il Boccetta. Il Camaro – ricordato dal Fonte di Orione ove viene paragonato ai grandi fiumi Nilo, Tevere ed Ebro – è in realtà un torrente breve dai consistenti apporti alluvionali che dalla preistoria all’evo moderno hanno condizionato lo sviluppo dell’insediamento nella direttrice meridionale. Proprio in quest’àmbito rientra il nostro muro, che in realtà è un’imponente intervento di ingegneria idraulica che tenta di deviare l’apporto alluvionale del ramo minore – costituito dall’asse dell’attuale via Santa Marta – spostandone il flusso di rischî e di apporti alluvionali da nord, direzione porto, verso sud lungo l’asse dell’attuale via Santa Cecilia, evitando così le problematiche conseguenti alle continue alluvioni provocate da questo piccolo ma minaccioso corso d’acqua che, fino al 1908, veniva chiamato “la Fiumarella.

Questa sembra certamente una spiegazione più plausibile. In base a cosa si può dimostrarla?

Come dicevo, la ricerca interdisciplinare è sempre proficua. In questo caso la stratigrafia del Piano delle Moselle, cioè lo spazio che dall’asse di via Tommaso Cannizzaro raggiunge il viale Europa, è caratterizzata dal susseguirsi di bancate alluvionali costituite da terreni prevalentemente sabbiosi provenienti da monte che nel loro sovrapporsi hanno innalzato il piano di campagna, in alcuni casi raggiungendo lo spessore di oltre 6 metri. La datazione di questa stratigrafia ci viene dai ritrovamenti archeologici che datano i differenti strati, sicché in alcuni casi, come quanto avvenuto lungo l’asse della via Santa Cecilia a valle di via La Farina, i livelli preistorici risultarono sepolti da successivi livelli alluvionali per uno spessore di oltre 7 metri. Per ritornare al muro di via Santa Marta, da un’analisi cartografica che considera le quote dei terreni si evince come l’andamento originario della diramazione del torrente Camaro lungo l’asse che vede come limite settentrionale le radici della collina di Montepiselli tendeva a scorrere in direzione Nord, raggiungendo probabilmente il porto – così come il torrente Portalegni – fino al XVI secolo, immettendosi nella direttrice oggi costituita dal corso Cavour e passando davanti al Duomo, per sfociare nel porto in prossimità della Chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani; anche in questo caso, onde evitare il rischio d’interramento del porto e il fastidio di ricorrenti alluvioni, il corso del Portalegni venne drizzato verso Sud come avvenuto in epoca classica con il muro di via Santa Marta che dà luogo all’assiale dell’attuale via Santa Cecilia, sia per lo sbocco delle acque. Significativo il fatto che il muro di via Santa Marta non è trasversale – come sarebbe stato opportuno se avesse dovuto inibire un accesso – alla vallecola plasmata dal corso d’acqua che proveniva da monte e che poteva costituire una via d’accesso alla pianura alluvionale, ma è in obliquo, proprio in maniera tale da accompagnare le acque nella direzione voluta, cioè l’asse Santa Cecilia.

Chiaro come l’acqua. Circa la datazione di quest’antica opera idraulica cosa si può dire?

Non avendo avuto modo di visitare gli scavi né successivamente di prendere visione diretta di quanto conservato in posto, nelle fondazioni dell’is. 163, non posso esprimere pareri specifici circa la correlazione tra necropoli e manufatto. Comunque, il fatto che ci si trovi lungo un corso d’acqua e soprattutto a valle di una scarpata sovrastante che, nella parte sommitale, ha restituito a partire dagli anni ’70 tutta una serie di ritrovamenti archeologici tali da ipotizzare l’esistenza di una sorta di acropoli nella parte alta della collina. Circostanza questa che lascia spazio a più ipotesi circa i materiali ritrovati nello scavo di fondazione dell’is. 163 in quanto, oltre a quanto trovato in posto, vi è la presenza di un complesso di elementi databili tra il V ed il II secolo a.C. che in molti casi potrebbero definirsi di provenienza sporadica in quanto pervenute dal dilavamento di materiali da monte. In ogni caso la struttura di via Santa Marta costituisce la più imponente testimonianza – per dimensioni, circa 25 m di lunghezza – riferibile ad un’importante monumento d’ingegneria idraulica.

Occultamento dei resti archeologici: un problema di fondo

In ogni caso, proprio essendo un importante lascito del nostro passato, si sarebbe dovuto metterlo in mostra, ma così non è. Quali sono le possibilità di fruizione?

Dopo essere stato riportato alla luce, l’importante manufatto rimane sepolto nel buio di un cantinato inspiegabilmente inaccessibile, né all’esterno viene in alcun modo segnalata la presenza di un così importante reperto archeologico. Ahimè, quello dell’“occultamento” delle testimonianze archeologiche messinesi è un problema generale che andrà risolto, in quanto è incredibile che tali importanti testimonianze risparmiate dalla generale distruzione non vengano proposti ai giovani e ai viaggiatori che meglio potrebbero comprendere l’antichità dell’insediamento zancleo iniziato già in epoca preistorica e non nell’VIII sec. a.C. come banalmente si continua a ripetere.

Ringraziando come sempre Franz Riccobono per la sua disponibilità e la sua prontezza e animosità nel divulgare la nostra negletta storia, concludiamo augurandoci un futuro in cui Messina possa veramente divenire una “città archeologica”.

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