Pericolo di cementificazione a Capo Milazzo

Pericolo di cementificazione a Capo Milazzo

Pericolo di cementificazione a Capo Milazzo

giovedì 19 Febbraio 2009 - 14:20

L’ISDE propone interventi di Ingegneria naturalistica

L’ISDE (associazione medici per l’ambiente), Sez. Provinciale di Messina aveva già lanciato l’ipotesi di imminente pericolo di cementificazione nella zona di Via Manica di Capo Milazzo, già dopo i primi disastrosi episodi meteorologici di dicembre, che avevano messo in ginocchio l’intera zona.

La mancata manutenzione dei muretti a secco, patrimonio dell’architettura tipica locale, con un loro utilizzo privato, la mancata sorveglianza o il silenzioso assenso su eventuali abusi edilizi hanno, con tutta probabilità, favorito il cedimento del terreno.

I Residenti della zona sono stati messi in ginocchio dal provvedimento restrittivo che da un lato ha impedito l’accesso ad altri mezzi pesanti ma ha, soprattutto, dall’altro lato, messo in seria difficoltà se non in pericolo coloro che non hanno lasciato completamente le abitazioni.

“Ancora una volta- spiega il Referente Provinciale ISDE Dr. Giuseppe Falliti- sembra passare in silenzio la proposta di accertamento giudiziario ed amministrativo dei processi autorizzativi che hanno consentito il boom edilizio in una delle zone più pregiate dal punto di vista paesaggistico dell’intero promontorio e più sensibili dal punto di vista idrogeologico”.

E’ assolutamente insensato voler risolvere il problema di un intero costone roccioso, in pericolo per una strada franata, anche solo pensando di volerne costruire un’altra addirittura recidendo piante secolari di ulivi. Qualsiasi altro intervento di cementificazione della zona non farebbe altro che creare dilavamento ed impermeabilizzazione con ulteriore rischio di frane e crolli.

“Le uniche tecniche compatibili con la natura dei luoghi della Manica di Capo Milazzo- ci illustra Falliti- sono le tecniche di “Ingegneria naturalistica” e, quindi, semmai con il consolidamento del terreno attraverso semina a secco o ad umido, l’utilizzo di piante vive autoctone o parti di esse (semi, radici, talee), da sole o in combinazione con materiali naturali inerti (legno, pietrame o terreno), materiali artificiali biodegradabili (biostuoie, geojuta) o materiali artificiali non biodegradabili (reti zincate, geogriglie, georeti, geotessili)”.

L’impiego delle tecniche di Ingegneria Naturalistica presenta numerosi vantaggi, tra cui quello delle piante, che svolgono un’elevata funzione antierosiva; inoltre questi interventi presentano una elevata compatibilità ambientale ed una discreta biodiversità, creano habitat paranaturali per la fauna (luoghi di alimentazione, riproduzione, rifugio) e consentono un ridotto impatto ambientale nella fase di cantiere (ad es. con l’utilizzo dei ‘ragni’, particolari mezzi per lo scavo, molto agili e di ridotte dimensioni, è possibile limitare al minimo le piste di accesso al cantiere); infine i costi di realizzazione sono concorrenziali rispetto alle analoghe opere di ingegneria classica ed i costi per il ripristino ambientale del cantiere sono ridotti.

“Poiché è fatto esplicito riferimento- conclude così il Dott. Falliti- alle tecniche di Ingegneria Naturalistica nella Legge n.415 del 18 Novembre 1998 (Legge Merloni) e in leggi e circolari regionali, esiste ancora la possibilità di mettere alla prova gli amministratori locali nel campo della ecosostenibilità del territorio milazzese e, soprattutto, del polmone verde della nostra città”.

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