Sabato scorso, al Palacultura di Messina, per la stagione musicale dell’Accademia Filarmonica, l'esibizione del musicista catanese
MESSINA – Sabato scorso al Palacultura, per la stagione musicale dell’Accademia Filarmonica, si è esibito il giovane pianista catanese, Nicolò Cafaro, artista di indubbio talento, che ha proposto un programma incentrato prevalentemente su brani di Chopin, per concludere, senza intervallo, con l’esecuzione della Sonata op. 36 di Serghei Rachmaninov.
Cafaro ha iniziato la sua performance con il Notturno Op.27 n°2 in re bem. magg. di Fryderyk Chopin. Si tratta di una fra le più raffinate pagine pianistiche del romanticismo, che contiene delle preziose ornamentazioni ed ha un andamento di barcarola, non per niente era il notturno preferito di Mendelssohn.
Il pianista ha proseguito con l’esecuzione di una serie di Preludi, sempre di Chopin.
L’intera raccolta dei ventiquattro Preludi op. 28fu finita di comporre dal musicista polacco nell’isola di Maiorca nel 1839, durante un breve periodo della sua vita – il soggiorno, iniziato nel 1938, insieme alla sua amata George Sand – ma i singoli preludi hanno visto la luce in anni diversi. Lo stimolo che accelerò la formazione della raccolta fu dato dal costruttore di pianoforti Camille Pleyel, il quale ebbe l’occasione di ascoltare qualche preludio composto inizialmente e volle acquistare tutta la raccolta proponendosi come editore; Chopin, spinto da necessità, accettò e si premurò così di ultimare la raccolta, nonostante le precarie condizioni di salute.
Si tratta di ventiquattro autentiche gemme, brevi nella loro concezione, che racchiudono nel loro complesso ogni aspetto della poetica musicale di Chopin. Il preciso riferimento è ovviamente quello dei Preludi del “Clavicembalo ben temperato” di Johann Sebastian Bach, ma in quel caso ad ogni preludio segue una fuga, mentre le composizioni di Chopin sono pezzi compiuti, non preludono cioè ad un brano successivo.
Cafaro ha eseguito i nn. da 13 a 18. Il n. 13, di infinita dolcezza, è seguito da un preludio (il n. 14) di natura completamente diversa, drammatico e impetuoso.
Il numero 15, certamente il più lungo e probabilmente il più famoso, è soprannominato “La goccia d’acqua” per via di una nota ribattuta che persiste durante tutto il brano, ricordando appunto il cadere della goccia d’acqua. Il n. 16 è un altro brano dal carattere impetuoso e frenetico, definito da Cortot “La course à l’abime”, La corsa verso l’abisso. Il n. 17, di nuovo di carattere dolce e sognante, era il preferito di Mendelssohn, molto simile per ispirazione alle sue “Romanze senza parole”, mentre il n. 18, che ha concluso la serie eseguita, consiste in una sorta di breve recitativo, dal sapore drammatico.
Dopo i Preludi Cafaro ha eseguito due brani di ben altro spessore e impegno, le Ballate n. 2 e 4 di Chopin.
Con le quattro Ballate, quattro capolavori assoluti nella storia della letteratura pianistica, Chopin praticamente inventò un nuovo genus musicale (la Ballata), essendo stato il primo a usare tale termine per composizioni pianistiche. Sono brani caratterizzati da molti elementi in comune: vi troviamo infatti l’alternarsi di temi dolci e malinconici ad altri violenti e appassionati; ogni Ballata si caratterizza per la scrittura pianistica complessa ed elaborata, ognuna è densa di pathos, e annovera temi fra i più belli e famosi usciti dalla penna del polacco; tutte le Ballate, infine, si concludono con una coda tumultuosa e drammatica. Si suppone, ma non esistono conferme ufficiali certe, che le quattro Ballate si ispirino ai quattro poemi dello scrittore romantico polacco Adam Mickiewicz, amico di Chopin.
La seconda, op. 38 in Fa maggiore, uno dei brani prediletti dallo stesso Chopin, è dedicata all’amico Schumann, per ricambiarlo della dedica che il musicista tedesco gli aveva fatto componendo “Kreisleriana”, ed offre straordinarie arditezze armoniche per l’epoca.
La quarta Ballata, op. 52 in Fa minore, fu definita dal critico Gavoty “la più bella, la più ricca di sostanza, la più polifonica, la più commovente e anche la più sottile”. Trattasi in effetti di un immenso capolavoro, armonicamente ricchissimo e assai complesso, ove i temi subiscono continue trasformazioni, da lirici ad agitati e inquieti, anche in canone, fino alla impetuosa coda conclusiva. Citando un altro critico, Belotti: “Nessun’altra sua opera ha raggiunto un grado così elevato e così intenso di estasi lirica”.
Infine la Sonata op. 36, la seconda e più riuscita delle sonate di Rachmaninov. In essa non si riscontrano progressi stilistici nell’ambito delle sonate pianistiche, pertanto il brano non riveste particolare importanza storico/musicale, tanto da meritarsi la definizione da parte di Rattalino, di “Sonata-Studio”, per la presenza di elementi virtuosistici un po’ fine a se stessi, ma che hanno offerto occasione al giovane pianista di sfoggiare le sue ottime qualità tecniche.
Buona la prova del giovane pianista siciliano, che conferma le sue indubbie qualità tecniche ed interpretative, autore di una performance più che soddisfacente, che ha incontrato i favori del pubblico, al quale ha concesso una serie di bis più “leggeri”, come ad es. la celebre “Over the rainbow”, per concludere con lo splendido “Intermezzo” op. 118 n. 2 di Johannes Brahms.
