"I soldi che racimoliamo giornalmente ai semafori o nei pressi dei supermercati ci servono per ottemperare alle spese di casa: affitto, bollette e spese condominiali. Soldi, questi, che finiscono nelle tasche dei locatari e degli abitanti della città di Messina e non di qualche organizzazione criminale, come in molti stanno tentando di dimostrare"
MESSINA – “Siamo una comunità di persone che vive a Messina, che è in possesso di residenza, documenti e contratti di locazione, quindi non irregolari”.
La Comunità Nigeriana di Messina esprime il proprio dissenso nei confronti dell’ordinanza sindacale che “è contro le persone che vivono in strada, che mangiano nelle vicinanze dei monumenti e contro chi, come noi, chiede l’elemosina o fornisce piccoli servizi (come pulire i vetri delle auto o trascinare i carrelli della spesa al posto degli anziani). Un provvedimento discriminatorio e razzista”.
Rivendicano il diritto di “essere cittadini della comunità di Messina, una comunità a cui contribuiamo pagando le spese degli affitti, dei mezzi di trasporto e di servizi pubblici che quasi mai, però, ci vengono offerti. I soldi che racimoliamo giornalmente ai semafori o nei pressi dei supermercati ci servono per ottemperare alle spese di casa: affitto, bollette e spese condominiali. Soldi, questi, che finiscono nelle tasche dei locatari e degli abitanti della città di Messina e non di qualche organizzazione criminale, come in molti stanno tentando di dimostrare. Per noi stranieri il contratto di affitto diventa, in molti casi, necessario ai fini delle procedure burocratiche e amministrative relative al rinnovo del permesso di soggiorno. Non possiamo, quindi, permetterci di non registrare e di non pagare il contratto di affitto; ma, al contrario, siamo obbligati a farlo”.
Appostarsi ai semafori o nei supermercati non è una scelta, è una necessità. “La necessità di avere un tetto (e contribuire così all’economia locale, pagando gli affitti), e di rimanere regolari sul territorio. Siamo persone che hanno ricevuto un’educazione, che hanno studiato, e che hanno lasciato il proprio paese, la Nigeria, per ragioni politiche, sociali e umanitarie. Siamo arrivati in Europa convinti che qui avremmo potuto continuare a formarci, a studiare e a lavorare dignitosamente, collocandoci nel mercato del lavoro locale e dando a questo il nostro contributo, come abbiamo fatto per decenni prima di nuove leggi e limitazioni che hanno impedito a noi i percorsi più lineari e logici di chi ci ha preceduti ed è oggi cittadino italiano a tutti gli effetti. Tuttavia, in questo momento, ci è consentito contribuire all’economia locale solo in parte, pagando cioè i servizi e gli affitti di casa. Siamo convinti però che, se ce ne fosse data la possibilità, con le nostre competenze e con il nostro lavoro potremmo contribuire allo sviluppo e alla crescita di altri settori del mercato del lavoro e di tutta la comunità”.
I costi della vita e degli affitti nelle città del Nord Italia sono insostenibili, “soprattutto perché i lavori che ci vengono offerti sono, nella maggior parte dei casi, quelli meno retribuiti. Questo ci ha portato a spostarci nelle regioni del Sud Italia, dove abbiamo trovato supporto, sostegno e abbiamo costruito relazioni. Tuttavia la crisi economica particolarmente sentita in queste regioni e i salari bassissimi proposti dai datori di lavori italiani non ci hanno consentito, al momento, di trovare lavori dignitosi e di emanciparci dalla marginalità economica e sociale in cui viviamo. Fino a questo momento abbiamo lavorato (infatti, nonostante tutto, siamo e ci sentiamo dei lavoratori) come questuanti per riuscire a pagare gli affitti e a rimanere regolari sul territorio; ma se ne avessimo la possibilità lasceremmo le strade oggi stesso, per costruirci prospettive di lavoro e di vita assai diverse. A nessuno piace chiedere l’elemosina. Tanto meno a noi, che, più di altri, sentiamo la necessità di riscattarci dall’immagine di parassiti che tutti ci attribuiscono e che abbiamo un forte bisogno di riconoscimento e di relazioni. Lavorare ci aiuterebbe anche a uscire dall’isolamento sociale e linguistico in cui ci troviamo. Non è vero che non vogliamo imparare l’italiano, come pensano in molti. Noi l’italiano lo comprendiamo, ma facciamo fatica a parlarlo correttamente perché non abbiamo il modo di fare pratica con questa lingua e il lavoro è, tra i modi in cui è possibile farlo, il più importante. Siamo a conoscenza del fatto che la maggior parte della gente pensa di noi che siamo dei parassiti e che preferiamo chiedere l’elemosina, piuttosto che lavorare. Non è così. Siamo i primi a volerlo fare. Ma, a causa del clima di intolleranza e di odio che si è creato, non è semplice, per chi come noi è nero, trovare un lavoro, un contratto di lavoro o uno stipendio che non sia inferiore a quello di un’elemosina e con cui mettere insieme il pranzo con la cena e pagare un affitto e le bollette”.
Gli effetti dell’ordinanza, come quelli del decreto sicurezza, rischiano di andare nella direzione opposta rispetto al desiderio di mantenere ordine e sicurezza. “Infatti impedirci di chiedere l’elemosina significa, per noi, non potere pagare gli affitti e, dunque, perdere la casa. Perdendo la casa, che è l’unica certezza che in questo momento ci rimane, saremmo costretti ad andare a vivere per strada, alimentando criticità e problematiche sociali alle quali i sindaci di tutta Italia, e così pure il Ministero degli
Interni, non sanno, non vogliono, e non possono dare risposte concrete”.
La Comunità Nigeriana si rivolge anche ad “associazioni, partiti, movimenti e sindacati locali e chiunque voglia aiutarci, di unirsi a noi nella lotta per l’annullamento di questa ordinanza e per l’ottenimento di condizioni di vita migliori, in nome di una società più giusta e migliore di quella in cui al momento viviamo”.
Chiedono, infine, l’istituzione di un coordinamento per la formazione di un’assemblea cittadina e un incontro con le istituzioni e l’amministrazione locale. Per far parte del coordinamento, si può scrivere a: coordinamentonigerianimessina@gmail.com

Nessuno se la prende con i Nigeriani, nessun clima di intolleranza, tantomeno odio, ma in questo paese ci sono delle regole, in questa città cerchiamo di farle rispettare,
neri bianchi o gialli non ci importa, questi problemi ci sono in tutto il mondo, ma sempre le regole governano la convivenza”civile” .
questa lettera… sembra scritta da qualche politicante più che da qualche bonaccione amico nigeriano… faccio peccato a pensar male.