Il parlamentare Pdl, componente della Commissione Trasporti della Camera, individua insieme ai sindacati le linee guida dalle quali partire per evitare la dismissione avviata da Rfi
Rfi vuole abbandonare lo Stretto, questo ormai è chiaro, ma cambiando approccio si può cambiare rotta. Lo sostiene Vincenzo Garofalo (nella foto), neo deputato alla Camera e soprattutto componente della Commissione Trasporti. Oggi ha accolto l’invito ad aprire un tavolo giunto dai sindacati attraverso un documento, incontrando i segretari nella sala commissioni di Palazzo Zanca. Garofalo è ritenuto un interlocutore credibile dai sindacati, essendo stato presidente dell’Autorità portuale apprezzato, al di là di scelte condivisibili o meno, per l’impegno continuo. La presenza di un messinese nella Commissione Trasporti offre un nuovo canale ai sindacati per riaprire una vertenza, quello Stretto, lontana dal chiudersi e che con Garofalo trova uno sbocco concreto e affidabile in Parlamento e nel Governo, per quanto lo stesso deputato del Pdl ci tenga a sottolineare che «non sono un mago e da solo non posso muovere montagne». Ecco perché ci vuole unità sindacale e consapevolezza che il caso Stretto è un problema di tutti, dai lavoratori agli utenti.
Pippo Lotronto della Uil trasporti esordisce spiegando il motivo della mancata firma da parte della Uil del documento presentato a Garofalo. «Solo un problema di tempistica e di organizzazione». Dunque sottolinea che «non possiamo rimanere in stand-by per almeno dieci anni, cioè il tempo minimo che trascorrerà prima della realizzazione del Ponte. A differenza di realtà come Civitavecchia e Golfo Aranci, qui non c’è accordo politico sulla dismissione di Rfi, tutt’altro, registriamo una volontà precisa da parte del presidente della Regione di aprire un tavolo».
Il segretario provinciale della Cisl Tonino Genovese parla di «istituzioni distratte» rispetto a un problema che «sembra appannaggio esclusivo di lavoratori e sindacati. Rfi percepisce un compenso dallo Stato per garantire la continuità territoriale, è chiaro che in questo momento disattende questo ruolo, con uno scientifico piano di lenta dismissione. Il corridoio Berlino-Palermo di cui si parla non può fermarsi a Villa San Giovanni, a prescindere dal Ponte. C’è un evidente corto circuito, mi domando se sia tollerato o meno dal Governo e se l’arroganza di Rfi possa superare quelle che sono le esigenze di un’intera comunità». Ma la questione va oltre il problema mobilità: «Rfi occupa sul nostro territorio una parte considerevole di spazi. Con l’alibi del Ponte, sono state bloccate tutte le idee di sviluppo praticabili in questa città. In assenza di servizi è chiaro che l’utilizzo di queste aree è sovradimensionato, creando quella cortina di ferro inaccettabile per una città che si affaccia sul mare. Opere come l’interramento dei binari e il trasferimento della stazione si possono e si devono fare a prescindere dalla realizzazione o meno del Ponte. Il problema occupazionale è una conseguenza di tutto ciò, con Rfi che continua a non mantenere gli accordi sottoscritti. Lasciare il servizio ai privati – conclude Genovese – rappresenta un’interruzione di pubblico servizio. Quale ruolo vogliono avere Rfi e la politica nella questione dell’attraversamento dello Stretto?».
Sulle questioni occupazionali è Mariano Massaro, segretario regionale dell’OrSA, ad entrare nei dettagli. «E’ arrogante il modo con il quale Rfi si prende gioco delle istituzioni. Con accordi sottoscritti da ogni parte erano state stabilite delle date entro le quali di dovevano dare delle risposte. Rfi aveva garantito 55 stabilizzazioni e l’adozione del turno particolare entro marzo, ma dopo il solito, indecoroso rimbalzo di responsabilità, ancora aspettiamo. All’indomani dell’incidente del Segesta si parlava tanto di sicurezza, e invece c’è stato un ulteriore taglio agli armamenti, con la conseguenza che con un equipaggio di sette persone si possono imbarcare massimo 40 passeggeri. Rfi può parlare solo relativamente di impresa, perché il maggiore azionista è il Ministero del Tesoro, con le nostre tasse. Noi oggi riapriamo la vertenza, e chiediamo che siano rispettati gli accordi e la legalità».
Ma anche l’equità di trattamento, come sottolineato da Nicolo D’Agostino, della segreteria provinciale dell’OrSA, che nel ricordare tutti i casi di prevaricamento da parte di Palermo e Catania afferma che «non siamo figli di un dio minore», ma anche da Michele Barresi, del settore ferrovia della Cisl, che parla di «latitanza» da parte di Rfi e di «sudditanza» nei confronti di Palermo e Catania. Un errore strategico perché, fa notare Barresi, «dal nodo ferroviario di Messina passa tutta la Sicilia». Sull’argomento torna anche Lotronto della Uil: «La metroferrovia che aprirà a fine anno, costruita con i soldi di Messina e di Rfi, verrà gestita a Palermo».
Sebastiano Pino, segretario del Sasmant, dice che «è una questione di diritti e di obblighi, venendo meno ai quali si verifica l’interruzione di pubblico servizio. C’è un preciso disegno di ridimensionamento totale. Basti pensare che nel 1899 la prima nave che traghettò da Messina a Reggio Calabria impiegò 35 minuti, oggi si investono milioni di euro per la stessa durata». L’ultimo intervento è di Domenico Piccione, responsabile settore ferrovie della Cgil: «E’ già difficile aprire un tavolo e chiudere un accordo, figuriamoci se poi gli accordi non vengono mantenuti. Le relazioni industriali per chi lavorare a Rfi sono mortificate e ci ritroviamo a dover giustificare il fatto di avere solo tre navi. Dico che questa è un’occasione perché ci sia unità sindacale, anche perché il mancato mantenimento degli accordi ha smantellato la nostra credibilità».
A conclusione dell’incontro, Garofalo tira le fila partendo da un presupposto: «Dobbiamo cambiare approccio, se chiediamo l’elemosina veniamo trattati da elemosinanti. Evitiamo, poi, di fornire alibi alla volontà di dismettere. Dobbiamo pretendere un sistema moderno, il problema dello Stretto è di tutti, di qualità della vita. Convinciamo Rfi che lo Stretto non è passività per l’azienda ma attivo. Il mio impegno sarà questo – garantisce Garofalo – ma non sono un mago».
