Il corto “Il Stupro” indica il percorso culturale che tutti dobbiamo seguire - Tempostretto

Il corto “Il Stupro” indica il percorso culturale che tutti dobbiamo seguire

Pierluigi Siclari

Il corto “Il Stupro” indica il percorso culturale che tutti dobbiamo seguire

martedì 27 Novembre 2018 - 06:22

Durante la presentazione all’università è stato ricordato l’impegno della professoressa Antonella Cocchiara

“Per oltre cinque anni ho seguito un processo per stupro, il processo riguardante le reiterate violenze subite da Anna Maria Scarfò, e durante tutte le fasi processuali non ho mai sentito parlare un maschio” ha spiegato Placido Sturiale, fotografo che spazia tra il teatro e il giornalismo, presentando il cortometraggio di cui è regista, Il Stupro, proiettato ieri presso l’Aula Magna “Lorenzo Campagna” del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università di Messina. “I maschi tacevano o ridevano, insieme alle fidanzate, mentre assistevano alle arringhe degli avvocati contro di loro” ha continuato il regista, “Questi uomini sono rimasti zitti, e in un primo momento ho pensato a un caso isolato, ma poi, documentandomi, non ho trovato voci maschili né nella bibliografia giudiziaria, né in quella giornalistica né letteraria, salvo rare eccezioni, e sempre per mostrare ulteriore mancanza di rispetto verso la donna”.

Il Stupro tratta il tema della violenza contro le donne proponendo proprio un punto di vista maschile. Il protagonista, interpretato da Antonio Lo Presti, è un uomo con un buon lavoro, una bella moglie che lo ama e una figlia altrettanto bella sul punto di diplomarsi. Colpisce subito lo spettatore lo sguardo che l’uomo rivolge a una giovane collega, perché si tratta del tipico sguardo di chi vede l’altro come un oggetto, e ciò ci fa presagire un’imminente violenza. In realtà, la violenza è già stata compiuta, anni prima, contro la giovane fidanzata di allora, che passati venticinque anni non riesce a superare il passato, che, del resto, tormenta anche l’uomo. L’abile regia, l’intensa recitazione, la sceneggiatura di Tonino Cafeo e le scelte musicali, oltre naturalmente all’argomento trattato, hanno coinvolto gli spettatori, che al termine hanno applaudito a lungo l’opera.

A precedere e seguire la proiezione, gli interventi di Marina Quattropiani, docente di Psicologia clinica, e di Antonella Cava, docente di Sociologia della Comunicazione.

La prima ha riportato un dato agghiacciante, e cioè che molti stupratori non si considerano tali perché non sono in grado – per un misto di ignoranza e di istintiva autogiustificazione – di identificare correttamente i comportamenti che costituiscono lo stupro. “La maggior parte degli uomini che violentano una donna non considera il fatto come stupro” ha infatti spiegato la prof. Quattropiani, “E la maggior parte di loro è costituita da appartenenti al ceto medio, senza precedenti penali. Un’altra caratteristica che accomuna gli stupratori è l’interpretare come sessualizzati, senza che lo siano, comportamenti delle donne. Questa distorsione della realtà, che poi va a influenzare le loro azioni, proviene da errati schemi culturali, ormai purtroppo consolidati. È contro di essi che è fondamentale impegnarsi, a scuola, in famiglia, ovunque, e eventi come questo sono infatti importantissimi”.

Impegnata a analizzare il consumo mediale degli spettatori, la prof. Cava ha condiviso alcune riflessioni: “Nel famoso documentario del 1979 Processo per stupro, riguardante la violenza subita dalla diciottenne Fiorella, si vede come la giovane, oltre a essere vittima appunto della violenza, è stata per tutto il processo vittima dell’atteggiamento che voleva indagare sul suo comportamento” ha ricordato la docente, “l’avvocato difensore dell’imputato arrivò a colpevolizzare Fiorella, e tutte le donne, perché se le donne non avessero voluto la parità tra i sessi, e fossero rimaste a casa, accanto al caminetto, il fatto non si sarebbe verificato. Facciamo un salto in avanti, a oggi, 2018, in Irlanda, a Cork, durante un processo per stupro la strategia difensiva viene costituita utilizzando l’indumento intimo di pizzo indossato dalla vittima come prova dell’innocenza dell’accusato. È terribile pensare che tra i due processi siano passati quarant’anni, e ciò ci dimostra che il cammino da percorrere è ancora lunghissimo”.

Durante i saluti istituzionali che hanno preceduto la proiezione e il dibattito, coordinato dalla professoressa Vittoria Calabrò, il prorettore vicario Giovanni Moschella, il Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche Mario Calogero, la delegata alle politiche di genere Giovanna Spatari, la Consigliera provinciale di parità Maria Crisafulli e l’ideatrice di “Posto occupato” Maria Andaloro hanno sottolineato la necessarietà di un impegno volto alla creazione dello strumento culturale che affianchi quello repressivo per contrastare la violenza di genere. L’Università di Messina, come è stato ricordato, si è già resa protagonista di numerose iniziative in tal senso e ne sta già programmando altrettante per i prossimi mesi. Tutti i presenti hanno rivolto un pensiero affettuoso, e pieno di stima e gratitudine, alla professoressa Antonella Cocchiara, scomparsa due anni fa, che ha dedicato tutta la propria vita alla difesa dei diritti delle donne.

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