Referendum giustizia, c'è chi dice no per rafforzare l'indipendenza della magistratura

Referendum giustizia, c’è chi dice no per rafforzare l’indipendenza della magistratura

Marco Olivieri

Referendum giustizia, c’è chi dice no per rafforzare l’indipendenza della magistratura

mercoledì 18 Marzo 2026 - 11:30

22 e 23 marzo i cittadini approveranno o respingeranno la legge costituzionale Meloni-Nordio. Le ragioni per il no del costituzionalista D'Andrea

di Marco Olivieri

Riforma costituzionale e referendum. Sono tante le riserve sull’eventuale approvazione di una legge che non risolve gli enormi problemi della giustizia in Italia. E rischia, invece, di indebolire l’indipendenza della magistratura.

Ma andiamo per gradi. Il 22 e 23 marzo i cittadini italiani saranno chiamati a scrivere“sì” o “no” a una legge costituzionale promossa dal governo Meloni e dal ministro Nordio. Ecco il quesito: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”.

D’Andrea: “Marcato indebolimento dell’indipendenza e autonomia della magistratura”

In discussione sette articoli della Costituzione,  la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la creazione di due Consigli superiori della magistratura e di una nuova Alta Corte disciplinare. Osserva Luigi D’Andrea, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Messina: “Per la verità, se si ha riguardo al disegno di legge di rango costituzionale approvato dalle Camere, senza che il progetto presentato dal governo abbia subito alcuna modifica nei quattro passaggi camerali previsti, si può facilmente constatare che nell’articolato riformatore non è affatto sancita (e tantomeno disciplinata) alcuna “separazione delle carriere”. Sono soltanto evocate “distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”. Non c’è, tuttavia, alcuna ulteriore previsione in grado di dare corpo e sostanza a tale “distinzione” (che comunque non è certo coincidente con una “separazione” in senso proprio). Ad esempio nulla è disposto in ordine alla differenza tra i concorsi di accesso alle due carriere o alla loro specifica, differenziata, articolazione”.

Il costituzionalista individua un nodo centrale della proposta di riforma: “Il testo di riforma costituzionale finisce per realizzare la “distinzione delle carriere” precisamente (e soltanto) attraverso lo sdoppiamento del Csm, che prevede un Consiglio superiore della magistratura giudicante e un Consiglio superiore della magistratura requirente, la presidenza dei quali è attribuita al presidente della Repubblica. Tale opzione si configura come un tassello, non certo di secondaria importanza, del disegno di revisione costituzionale, che sembra assumere una fisionomia unitaria in quanto incardinata intorno a un’unica ratioil marcato indebolimento della garanzia istituzionale di autonomia e indipendenza della magistratura, nel sistema vigente assicurata dal Csm. Ed è appunto a un simile obiettivo che risulta funzionale, non solo quello sdoppiamento, ma, più ancora, la distribuzione fra i tre organi già menzionati (i due Csm e l’Alta Corte disciplinare) del complessivo patrimonio di funzioni che oggi è attribuito all’unitario Csm. Non sembra improprio, al riguardo, richiamare il celebre motto dei romani (che molto si intendevano di diritto e di potere…) “divide et impera”.

“La singolare introduzione del sorteggio per l’elezione dei Csm”

Ed è ancora, secondo il costituzionalista D’Andrea, “nella prospettiva di una significativa riduzione dell’autorevolezza politico-istituzionale e probabilmente della stessa capacità operativa di entrambi i Csm prefigurati dalla revisione costituzionale, nonché dell’Alta Corte disciplinare, che si prevede una modifica autenticamente radicale in ordine alla composizione di tali collegi. Il tutto abbandonando il metodo elettorale e optando per il sorteggio al fine dell’individuazione dei relativi membri non di diritto (che rimangono il presidente della Repubblica e, rispettivamente, il primo presidente  e il procuratore generale della Corte di cassazione). L’articolo 104, IV comma, nel testo costituzionale revisionato, prevede che, con riferimento ai membri non di diritto dei due Consigli superiori della magistratura, siano “estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Elenco che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”. Analogamente sono sorteggiati i tre membri “laici” di derivazione parlamentare e i sei magistrati giudicanti e tre requirenti che compongono l’Alta Corte disciplinare.

“Una grave criticità la differente modalità di sorteggio”

Evidenzia D’Andrea: “In linea generale, sembra difficile sostenere che attraverso il sorteggio si venga a comporre un collegio certamente più idoneo a esercitare le funzioni allo stesso devolute rispetto a quello che risulterebbe procedendo per via elettiva. E così è, a maggior ragione, se la platea all’interno della quale si effettua il sorteggio è composta da migliaia di soggetti. Come è ben noto, la tesi sostenuta da quanti si dichiarano favorevoli alla riforma del Titolo IV è che, affidando alla pura sorte la designazione dei consiglieri, si colpiscono alla radice i fenomeni degenerativi clamorosamente emersi con il cosiddetto caso Palamara, che affidavano ad accordi tra le correnti dell’Anm, Associazione nazionale magistrati, soprattutto le nomine dei titolari degli uffici direttivi. Ma la differenza tra le due forme di sorteggio adottate per i membri laici e per i membri togati dei tre organi chiamati all’“amministrazione della giurisdizione” non può certo passare inosservata. Anzi, è precisamente volgendo lo sguardo in direzione di tale differenza che è dato apprezzare una grave criticità del disegno riformatore, che si risolve in uno dei più rilevanti fattori dell’indebolimento della garanzia istituzionale dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura che tale progetto genererebbe”.

La Costituzione cambiata a colpi di maggioranza

Perché non procedere ad un sorteggio “secco” anche di avvocati e docenti universitari? Perché mantenere al Parlamento in seduta comune il potere di scegliere nell’ambito di tali categorie?”, si domanda il costituzionalista. E andrebbe pure messo in evidenza che la nostra Carta costituzionale non dovrebbe essere modificata a colpi di maggioranza sul piano della razionalità politica. Ma richiederebbe un dialogo e uno sforzo comune tra maggioranza e opposizione. Cosa che non c’è stata.

Un centrodestra trumpiano refrattario ai controlli mentre il referendum non risolve i problemi della giustizia

Va stigmatizzata pure la costante strumentalizzazione politica da parte della presidente Meloni. Il “sì” al quesito referendario non risolve i problemi della giustizia italiana: la lentezza esasperante dei processi civili e penali, l’abuso nella carcerazione preventiva, il sovraffolamento delle carceri e spesso l’assenza di una funzione rieducativa della pena, il rafforzamento delle misure alternative al carcere, le ragioni dello Stato di diritto e i casi di errori giudiziari.

No, l’intento politico non scritto sembra quello di indebolire l’indipendenza della magistratura a beneficio di un centrodestra allergico ai controlli e alle regole democratiche. L’equilibrio dei poteri e anche la centralità del Parlamento non sono amati da uno schieramento che ha al proprio interno chi guarda a Trump e Orbán come punti di riferimento. Il rischio concreto è di uno svuotamento progressivo della democrazia a favore di un pulsione cesarista, con l’esaltazione del capo politico al di sopra di tutto. E con l’idea che chi è investito dal popolo del consenso sia libero da limiti costituzionali e legislativi. Da qui l’allergia ai rilievi della Corte costituzionale o della Corte dei conti.

Il desiderio di rivincita di Forza Italia nel nome di Berlusconi

Con il fantasma incombente di Silvio Berlusconi, la riforma Nordio è stata vista da Forza Italia come una rivincita. Il centrodestra e specialmente il partito guidato dal ministro Antonio Tajani si sono strutturati, nel post Tangentopoli, in chiave di difesa dei colletti bianchi e delle classi dirigenti. Difesa da una presunta invasività del potere giudiziario. E così questo disegno di legge è viziato da un antichissimo clima di contrapposizione tra poteri dello Stato. Ci si concentra sempre sui “piani alti”, come nel caso del controverso falso in bilancio. Ma i suicidi nelle carceri e le misure alternative alla detenzione, nel segno della civiltà giuridica, non ottengono un’adeguata attenzione da parte di chi governa.

In sostanza, non risultano esserci reazioni politiche all’altezza delle enormi carenze strutturali del sistema penale e carcerario. Ma solo strumentalizzazioni e veleni contro la magistratura, vedi i continui attacchi di Meloni e Salvini quando le decisioni non corripondono ai desiderata di Fratelli d’Italia e degli altri alleati. “Mala tempora currunt”, insomma, non solo sul piano internazionale. Ecco perché è importante dire no a questa riforma costituzionale.

Foto dalla pagina Fb del Partito democratico.

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3 commenti

  1. andiamo avanti io sono con voi tutti uniti vinceremo Messinesi intelligenti votate no

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  2. votate no non date il potere assoluto alla Meloni

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  3. Rifondazione comunista e Landini sono scesi in piazza, e come al solito contro gli interessi degli italiani

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