I papà dell'altro 19 marzo, Giuffrida: Non vedo mio figlio da 465 giorni - Tempostretto

I papà dell’altro 19 marzo, Giuffrida: Non vedo mio figlio da 465 giorni

I papà dell’altro 19 marzo, Giuffrida: Non vedo mio figlio da 465 giorni

martedì 20 Marzo 2018 - 08:10

Dal blog MessinOrdine, del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, abbiamo scelto questa riflessione dedicata ai "papà separati" e non solo, di Frida Simona Giuffrida. "Non è un problema di genere, è un problema valoriale e culturale"

19 marzo, San Giuseppe, Festa del Papà. Giorno di festa di cioccolatini, di lavoretti fatti a scuola, di poesie, di bambini emozionati e papà commossi, che nascondono malamente le lacrime.
Penso però anche ai papà che non ci sono più ed al dolore dei figli, sempre bambini a qualunque età, che rivolgono il loro pensiero in una parte di cielo.
Penso ancor più gravemente a quei papà che pur essendoci non potranno passare la loro festa con i loro figli perché il tribunale nel determinare i giorni di permanenza con il padre non collocatario, non è stato lungimirante come comincia ad esserlo adesso: “La festa della mamma con la mamma la festa del papà con il papà, il compleanno della mamma con la mamma, il compleanno del papà con il papà”. In quasi tutti i provvedimenti oggi si legge così, quasi tutti i tribunali lo inseriscono di default, quasi tutti gli avvocati lo prevedono negli accordi di separazione. Ma penso soprattutto ai figli di quei 4 milioni di genitori separati che vivono costantemente il disagio della loro conflittualità, che non vedono regolarmente uno dei due genitori, statisticamente il padre. Penso alla manifestazione che si terrà oggi a Roma a cui hanno aderito non solo i padri “dai diritti negati”, ma anche quelle mamme che non vorrebbero vedere negato ai figli il loro diritto di avere entrambi i genitori. Non è un problema legislativo, non è nemmeno un problema applicativo, o quanto meno non è soltanto un problema applicativo, i tribunali si stanno adeguando a rilento, ma si stanno adeguando ad un concetto il più ampio possibile di bigenitorialità già previsto legislativamente, con cui fanno il paio la mediazione familiare e il coordinatore genitoriale.
È un problema culturale e valoriale, come sempre, aggravato fortemente dalla lunghezza nella risposta di giustizia, dalla inefficienza dei servizi sociali, dalla mancanza di informazione dell’esistenza di strumenti, oggi più che mai, volti ad insegnare ai genitori che i figli non sono di proprietà esclusiva di nessuno e non sono strumenti di vendetta.
Le storie che si leggono sui giornali, le denunce sporte da uomini e donne nei confronti degli ex, padri e madri dei loro figli, non sono purtroppo storie inventate, e spesso sono più gravi di quanto la nostra mente possa immaginare.
Il carico di dolore e di rabbia che porta con sé la vicenda separativa è una bomba inconsapevole scagliata contro bambini, vittime mute del fallimento familiare. Sono loro che pagano il prezzo dell’errore dei propri genitori, che non accolgono, che non ascoltano e che non vedono il male che fanno, perché accecati dal desiderio di punire chi ritengono sia stato l’artefice della fine del sogno della casa del mulino bianco.
Non si può biasimare chi soffre terribilmente perché lasciato, tradito, umiliato, calpestato, bisogna, invece, sostenerlo con il giusto supporto, emotivo, psicologico, legale e giuridico, affinchè la devastazione della fine di un rapporto non si trasformi inconsapevolmente in una guerra senza esclusione di colpi ai danni dei più deboli.
Non è un problema di genere, non sono solo i papà vittime della cieca vendetta delle mamme e non sono sempre le mogli/compagne vittime della violenza dei mariti/compagni.
È un problema culturale e valoriale, che può essere combattuto con un approccio pacificatore a tutto campo a scuola, dal medico, in chiesa, dagli assistenti sociali, dall’avvocato, in tribunale. La cultura e la trasmissione di un messaggio di pace e non di guerra, con occhio vigile e professionale verso quei campanelli di allarme che nascondono la minaccia della violenza non verso un genere, ma verso il genere umano.

Frida Simona Giuffrida

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