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“A tavola con la storia”, la cultura del Niceto nei sapori della sua valle

Giovanni Passalacqua

“A tavola con la storia”, la cultura del Niceto nei sapori della sua valle

sabato 19 Dicembre 2015 - 12:50
“A tavola con la storia”, la cultura del Niceto nei sapori della sua valle

San Pier Niceto e Monforte San Giorgio sono paesi ricchi di tradizioni, legate alla cultura orale e contadina e per questo sempre più difficili da preservare. Il libro redatto da Antonella Nuccio, Erica Polito e Giuseppe Ardizzone Gullo si pone l'obiettivo di recuperare e valorizzare queste tradizioni, dalle loro radici storiche alla loro espressione gastronomica, ma non solo

“È ormai un dato acquisito che l’ambito alimentare possieda a pieno titolo le caratteristiche di una vera e propria produzione culturale”. Così Sergio Todesco ci introduce “A tavola con la storia”, alla scoperta dei saperi e sapori della valle del Niceto. Una storia riassunta nell’omonimo libro redatto da Antonella Nuccio, Erica Polito e Giuseppe Ardizzone Gullo, attraverso le ricette della trazione pastorale e contadina dei paesi della valle, San Pier Niceto e Monforte San Giorgio. Ricette che sono anche approdate a Expo Milano 2015.

Parte da lontano la storia di questi due insediamenti di origine araba e bizantina, esistenti sin dal medioevo sotto l’unico nome di San Pier Monforte; dopo alterne vicissitudini, che hanno sedimentato tradizioni culturali ormai secolari, i paesi stanno perdendo quella cultura prevalentemente orale che ha da sempre caratterizzato non solo la gastronomia, ma anche la produzione musicale del territorio.

“Nelle oltre duecento preparazioni di questo ricettario emergono l’impronta esclusiva del mondo femminile, il tramandare di generazioni di madri e l’attaccamento alla terra” – si legge nella prefazione – “Con questo spirito sono state intervistate le persone più anziane, ricercando quei piatti tradizionali che s’intrecciano con usanze, valori e credenze che, radicati nella cultura siciliana, evocano l’identità stessa degli abitanti di quei borghi”. E non solo i piatti: come le ricette, anche i canti e i modi di dire non avevano forma scritta, ma erano spesso estemporanei; e per questo il libro è cadenzato dalle giaculatorie, dai canti della vendemmia, dai proverbi della saggezza popolare.

Fondamentale è il “connubio tra cultura e coltura: la conoscenza e l’identità storica dei cibi rappresenta la difesa e la tutela delle produzioni agricole e gastronomiche locali”. Per questo l’opera non si limita a una mera collezione di ricette, ma approfondisce la storia, l’arte, persino la routine dei due paesi. Tra fritture e legumi troviamo così la descrizione dei riti legati al ciclo della vita, al raccolto e alla tradizione cattolica, quest’ultima elemento costitutivo delle nostre radici. Nonostante una laicizzazione evidente, gli eventi storicamente legati al cattolicesimo vengono gelosamente preservati o addirittura recuperati dal passato: è il caso delle processioni, dal “Capidduzzu i Maria” al Crocifisso, passando per l’Infiorata sampietrese che, grazie alla passione e all’impegno di Peppuccio Donia, è stata recuperata e rivisitata, e da oltre dieci anni attira a San Pier Niceto migliaia di visitatori.

“Pressoché tutti i volumi di gastronomia popolare siciliana non riescono a sottrarsi alla genericità indistinta di un mero esercizio cumulativo, che prescinde dal corretto inserimento di ciascuna ricetta nel proprio contesto territoriale” – scrive ancora Todesco. Non è il caso, come abbiamo visto, del libro in questione: una lettura raccomandata per tutti coloro che, dall’essenziale semplicità di una ricetta contadina, vogliono arrivare a toccare le radici storiche e culturali del territorio. Radici da preservare, prima che si disperdano nell’atomizzazione della società globale.

Giovanni Passalacqua

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