"Sara Campanella e Daniela Zinnanti uccise a Messina nel nome del patriarcato"

“Sara Campanella e Daniela Zinnanti uccise a Messina nel nome del patriarcato”

Redazione

“Sara Campanella e Daniela Zinnanti uccise a Messina nel nome del patriarcato”

giovedì 12 Marzo 2026 - 07:42

Sul femminicidio intervento del Circolo "Menapace" di Rifondazione comunista. "Viviamo in una società che insegna agli uomini il possesso"

Daniela Zinnanti, 50 anni, è stata uccisa a coltellate nella sua casa, in via Lombardia a Messina. A trovarla è stata la figlia, dopo ore di silenzio che già annunciavano l’irreparabile. L’ex compagno, Santino Bonfiglio, 67 anni, ha confessato l’omicidio: era agli arresti domiciliari per reati contro la persona e solo un mese fa aveva già aggredito Daniela. Un’altra donna uccisa da un uomo che non accetta la fine di una relazione. Il femminicidio di Daniela riapre la ferita ancora viva lasciata da Sara Campanella, la ventiduenne uccisa a coltellate in pieno giorno. Le piazze messinesi, già attraversate dalla rabbia degli studenti e dei collettivi, avevano denunciato con forza ciò che questo Paese continua a non voler vedere: la violenza maschile non è un’emergenza, è un sistema. Non è un fatto privato, non è un incidente, non è un raptus. È patriarcato“. Così una nota di Stefania De Marco, segretaria del Circolo “Lidia Menapace”, Riviera jonica messinese, Partito della rifondazione comunista – Sinistra Europea.

La nota ha il merito di affrontare il tema dell’ossessione del possesso che nulla ha a che vedere con il vero amore e con una maturità affettiva e sessuale. Scrive De Marco: “E mentre a Messina si consumava questo femminicidio, nelle stesse ore a Ispica la polizia arrestava un uomo tunisino di 45 anni per un tentato femminicidio. Due aggressioni quasi simultanee, due donne colpite dalla stessa matrice di violenza. E già sappiamo come verranno raccontate: Bonfiglio “era un pregiudicato”, l’altro “un immigrato”. Si getterà la responsabilità oltre lo steccato, verso il margine sociale o il confine nazionale, pur di non guardare al centro del problema. Ma noi sappiamo che non è così. L’omicidio di Daniela Zinnanti non è un caso isolato: è l’ennesima conferma di un modello che si ripete con una precisione crudele. I media continueranno a sottolineare che l’assassino era pregiudicato, e che a Ispica l’aggressore era straniero, come se questo potesse assolvere gli uomini “perbene”. Ma Daniela Zinnanti non è stata uccisa perché aveva accanto un “mostro”: è stata uccisa perché viviamo in una società che insegna agli uomini il possesso e alle donne la sopportazione”.

“Mancano prevenzione, sostegno ai Centri antiviolenza e l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole”

E ancora: “Il femminicidio è la punta dell’iceberg di una violenza millenaria, oggi funzionale anche a un capitalismo in crisi che produce precarietà, militarizzazione e guerre permanenti. La risposta della politica continua ad apparire drammaticamente inefficace. Si continua a puntare sulla repressione invece che sulla prevenzione, come se l’aumento delle pene introdotte dal ddl che punisce con l’ergastolo i femminicidi, fosse una soluzione. Ma l’unica vera deterrenza è la prevenzione, non la punizione. E invece? Non si consolidano i percorsi di protezione, rimangono ignorati i Centri Antiviolenza, interviene, addirittura il disegno di legge Bongiorno, in cui è previsto che sia la donna a dover dimostrare la forma del suo “no”. Mentre l’Istat certifica un tasso di inattività femminile superiore al 40% e viene impietosamente bocciata la proposta di legge di congedo parentale paritario. E parallelamente si continua a non inserire percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole che rappresenta l’unica strada percorribile”.

“La morte di Daniela, il tentato femminicidio di Ispica, ci dicono la stessa cosa: non siamo davanti a tragedie isolate, ma a un ordine sociale che produce sistematicamente violenza contro le donne. E questo ordine si cambia solo con la lotta collettiva, nelle piazze, nelle scuole, nei territori. Perché le donne si vogliono vive. E libere”, viene sottolineato in conclusione.

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