A qualche giorno dalle celebrazioni dell’anniversario del terremoto de l’Aquila, l’ex-direttore del servizio sismico della Regione Siciliana Leonardo Santoro propone una riflessione sulle ultime novità in tema di nuove tecniche di ricostruzione
La notte del 6 aprile 2009 una scossa di terremoto di magnitudo 5,9 della scala Richter (6,3 gradi magnitudo di momento sismico) devasta l’Abruzzo. 308 vittime, più di 1600 feriti e, ad oggi, quasi 40.000 senzatetto. Questi i drammatici numeri del tremendo sisma. Qual è lo stato della ricostruzione a due anni da quei drammatici eventi.
Proviamo a ripercorrere le tappe salienti di questo terremoto e proviamo ad analizzarne criticità, singolarità e ricorrenze con altri terremoti che hanno colpito l’Italia negli ultimi decenni al fine di comprendere come si mossa e si è evoluta la macchina dei soccorsi e della ricostruzione.
L’evento sismico principale era stato preceduto da scosse di diversa intensità iniziate già nel dicembre 2008.
Le Comunità locali erano già in apprensione, soprattutto per l’aumento della frequenza delle scosse nell’approssimarsi dell’evento più devastante.
Le Istituzioni preposte, Dipartimento nazionale della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia avevano dato il 31 marzo precedente all’evento del 6 aprile rassicurazioni in merito alla bassa probabilità del verificarsi di un terremoto di maggiore intensità rispetto gli eventi già in atto.
Il verbale di tale riunione fu redatto e sottoscritto soltanto dopo l’evento del 6 aprile.
Un ricercatore dell’INAF sulla scorta di proprie osservazioni sulle concentrazioni di Radon, un gas che viene naturalmente rilasciato dal terreno in ambiente vulcanico ed in diverse situazioni geolitologiche locali, comprese le aree dove sono in atto eventi sismici, ritenne possibile l’approssimarsi di un evento sismico di più forte intensità.
Nel merito delle risposte Istituzionali date in occasione dell’approssimarsi della scossa principale e relativamente alle cause dei crolli causati dal terremoto, diverse inchieste furono attivate dalla Procura della Repubblica.
L’evento sismico, ricordato come il terremoto dell’Aquila, in realtà ha devastato, oltre che il capoluogo di Regione, anche moltissimi centri abitati dell’Abruzzo con ripercussioni e danni anche nel Lazio e nelle Marche.
La macchina dei soccorsi vide l’impegno di tutte le forze di protezione civile anche a scala nazionale ed internazionale.
Furono sperimentate diverse soluzioni per gli alloggiamenti di emergenza e per offrire assistenza agli iniziali 65.000 sfollati.
Furono realizzate diverse tendopoli ed utilizzati tutti gli alberghi della costa abruzzese.
Sulle cause dei crolli furono fatte diverse ipotesi e fu anche analizzato a posteriori uno studio del Gruppo nazionale difesa dai terremoti sulla vulnerabilità sismica delle strutture strategiche delle regioni del meridione d’Italia i cui risultati non erano stati presi in considerazione e che davano per altamente vulnerabili strutture che effettivamente risultarono gravemente danneggiate come la Prefettura dell’Aquila.
Come responsabile di questo studio, per la provincia di Messina, osservai una effettiva rispondenza dei risultati alle situazioni reali interessate dal sisma, rispondenza confermata anche in occasione dei successivi rilievi di agibilità svolti per conto del Consiglio nazionale degli Ingegneri.
Complessivamente, da tali rilievi, risultarono ben 24.000 edifici inagibili e 13.000 edifici danneggiati.
Un gran numero di edifici pubblici e di Chiese subì danni ingenti e l’intero centro urbano della città dell’Aquila diventò “zona rossa” e così perimetrata e resa inaccessibile alla cittadinanza per motivi di sicurezza.
La ricostruzione dell’Aquila ha visto una serie di sperimentazioni i cui esiti e la cui efficacia sollevano tutt’oggi diverse perplessità.
Tra questi il progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) che ha consegnato abitazioni temporanee realizzate sì con criteri antisismici ma che presentano diversi difetti costruttivi, probabilmente, taluni, imputabili alla rapidità costruttiva. La più grossa critica mossa a tale progetto è stato l’elevatissimo costo a metro quadrato.
L’altra modalità ricostruttiva temporanea adottata è stata quella del progetto M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori) che ha visto la realizzazione di prefabbricati in legno con costi di circa 700 euro a metro quadrato.
Tali progetti hanno attuato il principio non nuovo della delocalizzazione postsismica, la realizzazione delle cosiddette “New Town”, proposte nel 2009 anche a Messina per Giampilieri e per gli altri centri colpiti da gravi eventi alluvionali.
Tali nuove città realizzate in Abruzzo hanno sperimentato il decentramento e la ricostruzione postsismica in luoghi diversi dai centri urbani colpiti.
Tale soluzione, non nuova ad eventi sismici, ha sicuramente contribuito alla perdita dell’identità urbana delle comunità colpite.
Già dopo l’evento sismico che colpì Messina e Reggio Calabria nel 1908 il governo nazionale propose il bombardamento delle macerie e degli edifici residui e la delocalizzazione delle due città.
In quel caso le comunità locali riuscirono a fermare tale soluzione.
In occasione del terremoto del Belice nel 1968, simile anche per il numero di vittime a quello dell’Abruzzo, tale soluzione prevalse per i centri più colpiti che furono abbandonati e ricostruiti anche a decine di chilometri di distanza contribuendo così a devastare definitivamente anche l’economia di quei territori.
Appare ovvio, oggi, alla luce di ciò che avvenne nelle città del Belice che i contadini non potevano, ieri ancor più che oggi, raggiungere i propri campi distanti decine di chilometri dalle nuove città ricostruite.
Tale soluzione fortunatamente non fu adottata massicciamente nel terremoto dell’Umbria e delle Marche del 1997 dove si preferì spesso collocare i container in vicinanza delle case e delle stalle danneggiate per consentire la prosecuzione delle attività agricolo pastorali e di allevamento.
Come si vede ogni terremoto ha, nella ricostruzione che lo segue, una storia a sé, fatta di scelte politiche esterne, di una non immediata reazione da parte delle comunità locali, le più fragili perché ancora sotto shock dopo l’evento sismico, di valutazioni che talvolta muovono interessi economici diversi da quelli prettamente connessi ad una efficace risposta collettiva agli effetti del terremoto.
Un caso emblematico è costituito, nel caso della città dell’Aquila, dalla scelta di perimetrare l’intero centro urbano impedendone l’accesso alla popolazione.
Sicuramente, nella primissima fase post emergenziale, tale scelta è sembrata la più efficace considerata la diffusione del danno negli edifici del centro storico.
Una delle probabili cause dei gravissimi danni subiti dal centro storico dell’Aquila, nel 2009 oltre, talvolta, a riscontrate carenze costruttive o edificazioni recenti realizzate in vicinanza di faglie attive, è dovuta al fatto che, anche quella città come Messina fu colpita nel secolo XVIII da un forte terremoto.
Anche a L’Aquila, gli strati superficiali del terreno, su cui fu rifondata la città, erano ampiamente costituite da terreni di riporto e da macerie del precedente terremoto.
Era pertanto necessario porre in sicurezza gli edifici pericolanti del centro storico prima di togliere le macerie che a tutt’oggi non sono state totalmente rimosse rallentando così la ricostruzione reale e sociale della città.
Ma quali lezioni ci impartisce allora il terremoto che ha colpito l’Abruzzo nel 2009 ?
Innanzitutto la necessità di un maggiore rispetto per il territorio. Rispetto che passa attraverso la conoscenza e l’osservanza dei suoi limiti.
All’Aquila abbiamo visto condomini costruiti in vicinanza di faglie ritenute inattive, spezzati al piede come spighe mature. In ginocchio come pachidermi colpiti a morte.
Altra lezione è quella dell’onestà professionale di tecnici, imprese edili, produttori di materiali da costruzione, amministratori, onestà dovuta innanzitutto per il rispetto della vita altrui.
I difetti costruttivi e la scarsa qualità dei materiali, vista nel crollo della casa dello studente devono fare riflettere e, soprattutto, agire su tutte quelle situazioni di degrado strutturale che tolleriamo nelle nostre città perché non abbiamo ospedali e scuole da utilizzare al posto di quelli fatiscenti o obsoleti le cui carenze strutturali verranno drammaticamente poste in luce quando arriverà il prossimo terremoto disastroso.
La più grande lezione però è in una domanda che l’Italia intera si continua a porre oggi a distanza di due anni. Capire perché.
Capire perché ciò che di più solido immaginiamo, la casa, all’Aquila è apparso come un oggetto inutilizzabile quando essa stessa non si è trasformata in uno strumento di morte.
All’Aquila sono state sottolineate dal terremoto tutte le carenze del costruito recente. Tutte quelle regole della progettazione che per decenni hanno consentito, in conformità alle leggi vigenti, la realizzazione di edifici con un piano a “pilotis” o con travi piatte da tenere nascoste dentro i solai come se vedere le travi in un edificio fosse uno sgarbo all’estetica.
Ed ancora, per chi voglia riflettere, a l’Aquila i crolli hanno colpito i telai monodirezionali, le irregolarità strutturali, le tamponature mancanti, le coperture pesanti e spingenti, tutti indicatori di vulnerabilità sismica di cui oggi conosciamo preventivamente la natura e di cui tenere conto nelle nuove progettazioni.
Tenerne conto nei corsi di laurea, a scapito delle certezze accademiche che non hanno voluto accettare le certezze deterministiche del vedere, del constatare, dell’apprendere attraverso l’osservazione delle macerie prodotte dai terremoti.
Constatazioni deterministiche si! I danni causati dai terremoti lo sono. Lo sono negli effetti, lo sono nei crolli, lo sono nelle lesioni, nelle ferite.
Giuseppe Mercalli aveva avuto ragione nel valutare la gravità dei terremoti dai danni da essi causati, perché è attraverso l’analisi del danno che apprendiamo che non è il terremoto ad uccidere ma le costruzioni mal fondate e peggio realizzate.
Charles Francis Richter, impietosamente, ne ha invece valutato l’energia, sganciandola dal bagaglio di distruzione e di morte che il terremoto produce quando incontra una struttura che non si addomestica alla sua forza.
Ancora, il terremoto dell’Aquila ci offre una risposta che deve servire per evitare il ripetersi di quella tragedia. E quella risposta la offre facendo osservare interi condomini di recente costruzione disarticolati, la presenza di calcestruzzi terrosi, barre di acciaio sfilate o arrugginite che formavano i cumuli di macerie che sono diventati tombe.
L’aquila ha sottolineato, con il crollo o l’inagibilità di edifici strategici di cui è necessario verificare per tempo la sicurezza sismica, l’opportunità di agire anche se l’immediato, impopolare, esito di tali verifiche, impone chiusure, interventi, consolidamenti che domani però salveranno la vita agli occupanti di quelle strutture.
Anche gli Enti proprietari di tali strutture: Comuni, Aziende Sanitarie, Province, Regioni, Ministeri, devono riflettere sul mancato ascolto delle indicazioni e delle conclusioni rigorose di tanti Ingegneri che, inascoltati, avevano già verificato agli stati limite quelle strutture e ne avevano denunciato l’elevata vulnerabilità sismica.
A L’Aquila sono apparsi i limiti di interi palazzi, tranciati al piede e schiacciati su se stessi, colpiti a morte da accelerazioni al suolo quattro volte maggiori di quelle che i teorici della pericolosità sismica avevano relegato a code statistiche possibili con migliaia di anni di periodo di ritorno.
Ma allora perché puntualmente in tutte le crisi sismiche queste code statistiche si presentano regolarmente ? Cosa c’è di sbagliato nelle teorie fino ad oggi accettate e divenute norma cogente ?
E’ avvenuto con il terremoto dell’Umbria e delle Marche del 1997, è avvenuto a San Giuliano di Puglia nel 2002, si è riverificato ieri in Abruzzo con picchi ufficiali di accelerazione al suolo di 0.67 g, contro gli attesi, ed ancora meno probabili 0,25 g previsti nella vigente carta di pericolosità sismica a reticolo chilometrico.
Perchè in tutti questi eventi sismici sono state registrate accelerazioni per le quali è previsto un periodo di ritorno di 2475 e probabilità di accadimento del 2% in cinquant’anni ?
Qualcosa stride in queste analisi. E’ possibile che negli ultimi cinquant’anni, gli eventi analizzati avevano tutti una probabilità di accadimento del solo 2% e si sono invece puntualmente presentati ?
L’Aquila insegna anche a prendere coscienza degli effetti dell’ amplificazione di sito a seguito degli eventi sismici.
Fornisce un monito sulla necessità di non idealizzare sul suolo rigido, come viene imposto dalle norme tecniche, le valutazioni di pericolosità sismica dei nostri centri abitati fondati invece sulle pianure alluvionali, sulle pendici appenniniche, sulle conche limose del paleolitico come la frazione Cesi di Serravalle del Chienti o sulle colline di argilla delle valli del Belice.
E che dire delle faglie sconosciute ai piani regolatori, delle fratture assassine estranee agli studi urbanistici che hanno disegnato i piani ed i programmi di fabbricazione di quei quartieri oggi rasi al suolo.
E che dire della città dell’Aquila, crocevia di civiltà, già in passato messa in ginocchio da un terremoto settecentesco sepolto e dimenticato sotto metri e metri di detriti e macerie su cui è stata anche fondata la nuova città che oggi paga quell’errore.
Lo stesso errore pagato da Messina ricostruita sulle macerie del terremoto e sui monconi degli edifici rovinati in un altro terremoto settecentesco e distrutta, come due anni fa l’Aquila, dalla sferzata del sisma del 1908, annegata da un maremoto che ricordava la vicinanza di quelle faglie nascoste da un mare da sempre teatro di miraggi, di fate morgane, di sirene, di mostri marini.
Occorre difendersi dalla tentazione, a cui siamo esposti, come tecnici, di applicare rigorosamente le norme vigenti, scritte da legislatori poco concreti e con le quali siamo costretti a continuare a progettare, oggi, con le stesse regole che prevedono il raggiungimento di una elevata duttilità riempiendo i nodi di barre di ferro che non saranno più nemmeno attorniate dal calcestruzzo.
Quanti nodi trave-pilastro esplosi abbiamo visto, nelle immagini dei crolli a l’Aquila, nodi nei quali le staffe erano scivolate giù all’atto della colata di calcestruzzo, nodi pieni di ferri e privi di conglomerato cementizio.
Innumerevoli sono quindi le lezioni impartite dal terremoto in Abruzzo, innumerevoli i moniti (ma anche tante le lusinghe delle sirene: alibi di cattiva fattura, di faglie sotto le fondazioni, di accelerazioni del suolo non previste).
Come Messina e Reggio Calabria furono, ad inizio novecento, fucina di tecnologie applicative del cemento armato, con la realizzazione delle case anti-sismiche mutuate dalle vecchie case baraccate in legno e realizzate in mattoni pieni e cordoli, ritti, stipiti, diagonali in cemento armato.
Quella stessa tecnologia esportata in Sudamerica dai nostri emigranti, ha combattuto e vinto contro i temibili terremoti delle Ande.
Oggi, ed in futuro, l’Aquila deve diventare fucina di nuove tecnologie, cantiere applicativo di materiali innovativi o di materiali tradizionali, correttamente posti in opera: Calcestruzzi ad alta resistenza, microfibre, acciai zincati, nastri di cerchiatura in fibre di carbonio, isolatori e dissipatori sismici.
Ma l’Aquila deve costituire necessariamente anche il giro di boa rispetto a scelte oggi drammaticamente rilevatesi errate che hanno portato a sottovalutare la pericolosità sismica del nostro paese.
La microzonazione sismica deve diventare strumento obbligatorio per valutare i reali livelli di pericolosità di sito.
L’architettura deve essere votata soprattutto alla sicurezza oltre che alla bellezza.
La tecnologia deve garantire innanzitutto la salvaguardia della vita umana.
E’ oggi necessaria una corale presa di coscienza, della necessità di specializzare le maestranze, qualificare ancora di più le imprese, formare i direttori di cantiere, non più soltanto sugli scranni universitari, ma in mezzo alle macerie di Onna, a monito eterno per il rispetto della vita umana.
Leonardo Santoro
