Quando fu chiaro che Giovanni Paolo II avrebbe visitato Messina, il responsabile della redazione de -La Sicilia-, Gino Mauro, mi affidò il compito di affiancare l’inviato che il giornale avrebbe mandato da Catania, Giuseppe Testa. Sarebbe rimasto in città per cinque giorni, i due della visita e quelli necessari a raccontare come la città si preparava all’evento. Sudai freddo, dalla gioia e dal timore: era un incarico importante per un cronista giovane come ero allora, avevo più di qualche ragionevole dubbio sull’opportunità della scelta e, comunque, toccave a me dimostrarne la ragionevolezza. Sapevo che avrei firmato accanto a Peppe, che leggevo ogni giorno con interesse e con la voglia di imparare; avrei avuto anche l’opportunità di apprendere i segreti dell’inviato e poi, consideravo tra me e me, fare l’inviato, anzi l’inviatino nella propria città era un privilegio del quale ringraziare il mio giornale. In più sentivo maturare per le strade una strana sensazione, che avevo voglia di testimoniare dalle colonne del giornale: il senso concreto, del tutto terrestre, di una spiritualità che invadeva sempre di più strade e piazze, restituiva senso alle persone, ai messinesi che prima mi apparivano quasi informi, disinteressati al loro stesso vivere e alle condizioni della città.
Giorni di esaltazione, sia per la scultorea grandezza di Giovanni Paolo II, sia per l’orgoglio febbrile che contagiava tutti, sia per i compagni di strada e maestri che avevo accanto. Seguire passo passo Peppe significava anche misurarmi con il futuro che mi ero scelto, capire se mai avessi potuto proseguire lungo quella strada o meno. Il primo giorno andammo fino a Trappitello, dove il cuoco che avrebbe cucinato per il Papa stava cucinando per noi: «Il menu – disse – è identico a quello che proporrò al Santo Padre, tranne il dolce: quello sarà una sorpresa che riserverò a lui solo». Non per questo uscimmo meno soddisfatti: pranzo mistico che ricordo ancora oggi e del quale scrivemmo entrambi, ma per il giorno dopo cosa avremmo potuto inventare?
Certo le strade del corteo pontificio lisce come il tappeto del biliardo contro le buche della periferia, la Passeggiata a mare pulita come mai prima, il monastero di Montevergine e le suore, emozionate per essere state spinte dalla clausura alla prima pagina. Non ricordo come naque la folle idea di visitare la camera nella quale avrebbe dormito il Papa, ma salimmo in auto fino al belvedere di Cristo Re. Uno sguardo al panorama superbo di cui sicuramente avrebbe goduto anche Karol Wojtyla, poi entrammo a piedi nell’istituto e salimmo, ricordo, al primo piano. Non incontrammo nessuno tranne un ragazzo che ci indicò la stanza piena di luce, il letto non ancora montato, le tende dietro le quali si intravedeva lo Stretto.
All’improvviso si materializzarono due persone: «Chi siete, cosa volete», ci dissero con una voce decisa, che di certo non era fatta per rassicurarci. «Nulla, nulla, giornalisti, giornalisti» disse Peppe mostrando il tesserino. Avrebbero potuto almeno trattenerci, non immaginavo che quella nostra incursione poteva mettere in crisi l’intera macchina organizzativa, fare inceppare il rigido protocollo scandito da cerimonieri più che esigenti.
Le maglie dietro di noi si chiusero, non avevamo scattato foto e questo ci consentì, penso oggi, di allontanarci prima ancora di essere identificati. Papa Giovanni Paolo II venne a Messina ed ebbi l’onore di precederlo per raccontare ai lettori luoghi e uomini che avrebbe incontrato. A Tindari, ultimo giorno della sua memorabile visita, ero tra i giornalisti accreditati, vicinissimo a lui. Più volte, nel corso di questi anni, mio padre e mia madre mi hanno chiesto come era il Papa di tutti visto da vicino; più volte ho risposto loro: «come da lontano un Grande Uomo».
Nino Arena
FOTO D’ARCHIVIO ISOLINO
