Si celebra oggi la giornata mondiale contro il virus dell'HIV. Ad essere colpiti soprattutto bambini ed adolescenti del continente africano dove il tasso di mortalità rimane elevatissimo per l’impossibilità di ricevere cure adeguate
Un fiocco rosso per non dimenticare mai quella malattia silente che miete vittime soprattutto tra bambini e ragazzi. Questo il simbolo della giornata mondiale contro il virus dell’HIV: la data non è casuale, ma è stata scelta per “ricordare” il primo caso di Aids, diagnosticato il primo dicembre del 1981. Da allora sono state oltre 25 milioni le persone morte a causa della mortale infezione, soprattutto nei paesi del continente africano. Secondo gli ultimi dati, oggi sono oltre 33 milioni le persone sieropositive, ogni anno 80 mila contraggono il virus e 25 mila non riescono a sconfiggere il male. In giovane età il contagio avviene per l’utilizzo di droghe o a causa di rapporto sessuali non protetti.
Come detto è soprattutto il continente nero quello in cui è più alta la percentuale di contagio, e ciò a causa delle povertà di quei luoghi e dall’impossibilità di usufruire di cure adeguate. Nei paesi occidentali, invece, dotati di elevato reddito pro-capite, si è riusciti a contenere l’epidemia grazie all’efficienza dei servizi di monitoraggio e prevenzione, ma soprattutto per la possibilità di utilizzo della terapia antiretrovirale resa disponibile dai progressi della ricerca farmaceutica.
Di questo e molto altro si discute oggi nel corso dell’incontro organizzato al
Cesv e promosso dall’Osservatorio sui Minori “Lucia Natoli” tra gli operatori sanitari e i rappresentanti del volontariato sociale. Come spiegato da Massimiliano Fanni Canelles, per cercare di frenare l’emorragia di mortalità infantile dei paesi africani, è necessario fornire la possibilità di cure anche nei remoti villaggi tribali dell’Africa, lì dove la gente viene dimenticata. Negli ultimi anni il numero di aiuti inviati è aumentato, senza però essere mai sufficiente rispetto alle esigenze di quanti non riescono ad arrivare neanche all’età adolescenziale.
