Sin dalla sua prima stesura il canto è stato oggetto di critiche e proposte di cambiamenti, ne ripercorriamo la storia.
E’ di questi giorni la notizia che Umberto Bossi propone di sostituire il nostro inno nazionale conosciuto come -Inno di Mameli- con -Và pensiero- in quanto, a suo dire, sarebbe un canto in cui si riconoscono più italiani rispetto al classico inno che, sempre a suo dire, gli italiani non conoscerebbero.
Ognuno, in merito, ha le sue convinzioni, noi vogliamo solo tracciare la storia di questo canto che sempre è stato oggetto di discussioni e di proposte di modifiche.
Innanzitutto il nome, che molti credono sia -Inno di Mameli- invece, sin dalla sua prima stesura del 1847 è stato chiamato, dallo stesso Goffredo Mameli -Il canto degli italiani-. Musicato in meno di un mese dal maestro Michele Novaro, venne eseguito per la prima volta dalla banda musicale di Sestri Ponente. Fu un vero successo con circa trentamila genovesi raccolti ad ascoltare questo inno; siamo in pieno risorgimento e il testo dell’inno infuoca gli animi di chi lotta per l’unità d’Italia. Il testo viene subito censurato ma riemerge prepotentemente ad ogni manifestazione pubblica tanto da essere conosciuto praticamente da tutti. Non riuscendo a contenerne il successo le autorità cercarono di modificarne parti del testo, anche in questo caso con scarsi risultati. Il canto di Goffredo Mameli accompagna tutta l’età risorgimentale fino ad arrivare all’impresa di Garibaldi che lo intonava durante le sue conquiste e per questo divento l’emblema dell’unita nazionale. Durante l’epoca fascista l’inno resistette alla censura della -Corporazione dello spettacolo-, istituzione che controllava le edizioni musicali in quanto non risultava essere contro il regime come ad esempio -L’inno dei lavoratori-, -L’internazionale- o -La Marsigliese-. Durante l’età repubblicana -L’Inno di Mameli-, di fatto riconosciuto da tutti come l’inno nazionale (anche se ufficialmente restava la -Marcia Reale-), venne sostituito, per un breve periodo, da -La Leggenda del Piave-. Solo il Consiglio dei Ministri del 14 Ottobre 1946 acconsenti all’uso de -Il Canto degli Italiani- come inno nazionale tra le critiche di quanti avrebbero preferito -La Leggenda del Piave- o -Va pensiero-.Solo nel 2006 è stato proposto di aggiungere all’articolo 12 della Costituzione (quello che sancisce la bandiera italiana) una frase che riconosca ufficialmente -Fratelli d’Italia- come l’inno nazionale. La modifica non è stata ancora fatta e, da quanto si sente dire in questi giorni, non sembra essere cosa facile…
Qualche curiosità: tra le varie critiche riservate a questo inno, c’è anche quella di Antonio Spinosa, giornalista, che lo giudicò maschilista e propose una modifica del testo sostituendo la celebre frase iniziale -Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta- con -Fratelli e sorelle, / mettiamoci a festa-.
La storia dell’inno, inoltre, si intreccia con quella della bandiera nazionale e dell’emblema della Repubblica, quest’ultimo scelto nel 1948 tra 197 loghi presentati ad un concorso appositamente bandito.
Di seguito il testo completo del nostro inno nazionale:
Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!
Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popoli,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!
Uniamoci, uniamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!
Dall’Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!
Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!
