Forme efficaci di cogestione aprono la strada a un nuovo modello di relazioni aziendali
Cosa succede fra imprese e sindacati? La Fiat sta indicando a confindustria ed ai rappresentanti dei lavoratori, un nuovo rapporto aziendale ? “Continuo a produrre negli stabilimenti italiani, pago la manodopera di più di quanto mi costerebbero i lavoratori polacchi, ma pretendo una maggiore subordinazione nel lavoro ed il sacrificio di alcuni diritti acquisiti con le lotte sindacali” E’ un sillogismo che inchioda il sindacato costringendolo ad accettare solo perché la conservazione del posto di lavoro è oggi una necessità imprescindibile, ma che non ha senso nei normali rapporti industriali. Se ne è reso conto anche Marchionne che, nella stessa relazione in cui ha difeso la sua scelta, ha proposto l’evoluzione del sistema industriale verso la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa.
Ha così indicato un sistema di rapporti industriali, parzialmente esistente in America e previsto dall’articolo 46 della nostra Costituzione che stabilisce: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.. E’ questa la sola strada politicamente praticabile e compatibile con l’esigenza di garantire la produzione. La norma, secondo i padri costituenti, avrebbe dovuto ricevere un’attuazione progressiva, ed avrebbe, comunque, dovuto garantire una diretta rappresentanza dei lavoratori nell’ambito degli organi direttivi delle aziende. In realtà il confronto fra lavoratori ed azienda è stato gestito, attraverso il controllo e la contrattazione dei sindacati intesi quali soggetti attivi di un contropotere aziendale fondato sul conflitto.
L’indicazione del principio, previsto dall’articolo 46 della nostra Costituzione può essere considerato una interessante apertura degli imprenditori più avveduti, verso una diversa concezione dei rapporti industriali. E’ necessario che una analoga apertura vi sia da parte delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle forze politiche più vicine al mondo del lavoro.
In America ed in Inghilterra, si stanno realizzando, con i buoni auspici di Barack Obama, e di David Camerum, nuove forme di cogestione fra impresa e lavoratori, dirette a ristrutturare il capitalismo moderno. Le imprese utilizzano la cooperazione dei lavoratori, ma si fanno carico sia della produzione dei beni o dei servizi oggetto della loro attività, sia della vita dei lavoratori e dei problemi concreti delle loro famiglie. Sta nascendo la figura dell’imprenditore sociale, che vuole produrre sempre di più e meglio, creando una effettiva cooperazione con i lavoratori, assumendosi la responsabilità di promuovere il benessere sociale dei dipendenti e delle loro famiglie. Qualcosa di simile è avvenuto in Italia agli albori del capitalismo, quando l’imprenditore assumeva anche la figura del buon padre di famiglia. Ma l’attuale formula è assolutamente diversa. Nasce dalla crisi e costituisce una forma di difesa e di rilancio verso un futuro, da realizzare insieme imprenditoria e mondo del lavoro. Così all’interno dei rapporti industriali si discuterà anche delle case, degli asili, delle scuole, sapendo entrambe le parti che non si tratta di “altro” rispetto alla produzione, ed alla remunerazione, ma è l’insieme della fabbrica, compreso l’apporto complesso e vitale dei lavoratori e delle loro famiglie.
I pionieri di questa strategia sono il premio Nobel Muhammad Yunus e Bill Gates. Il primo ha fondato una banca realizzando utili, ma anche facendosi carico dei problemi vitali di migliaia di persone. Il secondo ha fondato un sistema di beneficenza di grandi dimensioni collegato all’impresa Microsoft. Sono buoni esempi, ma credo sia necessario che l’industria, la politica ed i sindacati scelgano di avviarsi verso la modernizzazione e la trasformazione delle imprese ed escano finalmente dal provincialismo e dalle beghe del nostro piccolo mondo.
Franco Providenti
