Accusare gli adolescenti perchè poco ammaliati dalla lettura è un errore non ritenuto di poco conto
Aprire un libro appena comprato, porre al centro della rilegatura il proprio naso e riempire i polmoni di quel profumo fatto di inchiostro. Il primo passo verso la cultura: leggere. Dopo aver appreso l’ordine delle lettere dell’alfabeto, la loro pronuncia e lo stile della scrittura non resta che inoltrarsi nel mondo della lettura. Un mondo che la maggior parte dei ragazzi si annoia quasi ad esplorare solo perché tentata da altre distrazioni, quali TV, PC o Play-station. E’ facile incriminare i giovani perché tendono a dilettarsi in diversivi, ahimè, poco proficui. Naturalmente, quale ragazzo metterebbe in primo piano la lettura di un buon libro anziché quella dei siti Internet? Quasi nessuno. L’avversione verso i testi letterari inizia sin dai banchi di scuola: <> espressione tipica di un professore, il quale ritiene di essere stato generoso e si illude che i suoi alunni diligenti possano portare con sé al mare il libro da lui consigliato e presentargli, in occasione del rientro a scuola, una recensione possibilmente non scovata su Wikipedia. La visione del lavoro svolto dall’insegnante come “buono” è una visione miope: il docente si sente soddisfatto delle direttive impartite ai propri allievi, i quali si sentono quasi costretti a preferire il genere letterario (in questo caso quello del romanzo) che è stato loro indicato come “buona lettura”. Il risultato è quasi sempre negativo: i ragazzi notano sin da subito la consistenza del libro che supera solitamente le trecento pagine, provano a leggerne le prime, si accorgono del linguaggio assai forbito adottato dall’autore e finiscono per darlo in pasto alla polvere tra gli scaffali della libreria di casa. Tuttavia, c’è da precisare inoltre che gli insegnanti, benché ricoprano un ruolo alquanto rilevante per la formazione di un ragazzo, non sono considerati gli unici responsabili della distanza che intercorre tra un ragazzo e un libro. Al di fuori delle mura scolastiche, entrano in azione i genitori, coloro che hanno il duro compito di educare e provvedere accuratamente alla formazione dei loro figli. Questi, compiuti i 6 anni hanno già in mano il primo cellulare, compiuti i 10 anni il primo computer, compiuti i 14 anni il primo motorino, compiuti i 18 anni la prima macchina; abituandosi in tal modo ai ritmi frenetici della modernità senza lasciare spazio alla cultura facilmente acquisibile attraverso lo scorrimento con gli occhi delle pagine di un testo. Diviene sempre più evidente l’incapacità, o meglio, l’intolleranza da parte dell’adolescente di sfruttare il proprio tempo libero stando seduti su una poltrona a sfogliare un libro anziché bighellonare a destra e a manca anchilosando le meningi. Si nota spesso e volentieri che al genitore importa quasi più di ogni altra cosa che il proprio figlio faccia il “bravo”, che svolga i compiti di scuola, che non faccia tardi la sera, che tenga in ordine la stanza, piccoli lavori che, se eseguiti per bene, rendono il ragazzo degno di ammirazione e fiducia. Ma l’idea di portare, magari durante un pomeriggio all’insegna dello shopping, il proprio figlio in una libreria, stimolandolo a prendere in mano un libro, tastarlo, annusarlo e leggere l’incipit, sfiora la mente di poca gente. Sarebbe, quindi, competenza degli adulti in qualità di magistri vitae, indirizzare i ragazzi in un percorso attraverso il quale assumerebbero un atteggiamento di apertura verso la lettura tale da renderli non solo più sapienti, bensì anche più desiderosi e assetati di sapere.