-L'arte mi ha sempre affascinato, soprattutto quella contemporanea, spesso etichettata come insensata o brutta-
Studio storia dell’arte da tre anni e, sinceramente, dubito fortemente che i misteri dell’arte si siano a me miracolosamente svelati grazie alle informazioni apprese. Ammetto di far fatica a distinguere un bel quadro da semplici esercizi tecnici a volte, e trovo molto difficile percepire l’anima di alcuni dipinti, magari considerati tra le opere d’arte più belle. Nonostante ciò, l’arte mi ha sempre affascinato e continuo imperterrita a visitare le gallerie d’arte e le mostre delle città in cui vado, cercando di sembrare il meno possibile uno dei tanti turisti ignoranti e confusi. Credo la mia attrazione per l’arte sia dovuta in gran parte alla mia passione per la bellezza, la bellezza intesa sia come carattere che come armonia. Nell’ambito di questa ammirazione forte, sono incuriosita in maniera particolare dall’arte contemporanea, probabilmente perché l’ho sempre sentita etichettare come insensata o brutta. Premettendo il grande rispetto che, come ammiratrice, nutro per ogni artista e per ogni opera, cerco sempre di non giudicare nessun lavoro a primo impatto e piuttosto di cercare il suo significato intrinseco, essendo convinta che ogni artista voglia darne uno, che nessuna opera è semplicemente bella o brutta. Perciò, non ho mai creduto a chi etichetta l’arte contemporanea.
Dopo aver scritto la prima parte di questo articolo, improvvisamente pervasa da voglia di arte, sono entrata sul sito del Daily Mail (secondo quotidiano britannico più venduto), sezione “Art” e ho fatto una bella scorpacciata di arte contemporanea. Ho trovato particolarmente interessanti le opere di tre artisti, che a prima vista sembrano non possedere alcun valore artistico, il quale però è successivamente rivelato nelle interviste correlate alle fotografie.
In prima pagina trovo un’immagine spettacolare che rappresenta dei meravigliosi “dragon flower” rossi su sfondo nero. Cliccando sull’articolo scopro che essi sono in realtà formati da dei corpi nudi lavorati abilmente al computer per creare un’immagine spettacolare. L’artista, Cecelia Webber, fa circa una cinquantina di scatti per soggetto e poi spende ore a lavorarci di fronte allo schermo. Ci sono anche fantastici fiori di ciliegio, lillà, denti di leone. Tutti corpi nudi. Tutte schiene, braccia, gambe, dita, colorati e sovrapposti per creare impressionanti bouquet di corpi virtuali.
Il secondo articolo si intitola: “Aggiunto a matita: un artista trasforma immagini fotografiche in paesaggi surreali con il suo album per gli schizzi”. Un artista belga, Ben Heine, ama fotografare paesaggi e sovrapporre disegni fatti da lui a matita. Così prende vita il panda che si ubriaca, guarda l’oceano e mostra il cartello “triste e solo”, il cavallo passato per metà ai raggi X e l’auto da cui fuoriesce una piccola autostrada e che come targa reca la scritta: “mezzo-reale”.
Il terzo e ultimo articolo che ho letto tratta di modellini umani miniaturizzati e fotografati nelle strade. Troviamo due mini-turisti in costume su un’isola-pallina da tennis in mezzo allo sconfinato oceano-pozzanghera, due mini-teppisti che scaraventano un tassello Lego giù dal cavalcavia dell’autostrada, un mini-pendolare nell’atto di chiamare un taxi, un mini-supereroe che si gode il meritato riposo sul bordo di una lattina. Il nostro artista si chiama Slinkachu.
Opere d’arte apparentemente insensate. Probabilmente la nostra Cecelia sarà etichettata come sconcia e di cattivo gusto, il nostro Ben come artista di strada, e a proposito delle micro-persone del povero Slinkachu si dirà che “i modellini li avevano già inventati qualche decennio fa” e che, per quanto possano essere carini, metterli in mezzo alla strada non gli conferisce alcun merito o valore. E invece un significato c’è. La Webber spiega che il suo intento è di incoraggiare le persone a prendere confidenza con il proprio corpo, smettendo di pensarlo come qualcosa di vergognoso o che vada a tutti i costi compresso e nascosto; cominciando a vederlo come parte della natura, come armonia, come bellezza (le ultime sono mie deduzioni personali). Heine invece tenta di dissipare l’eterna battaglia fra realtà (la fotografia) e fantasia (lo schizzo), dimostrando come possano essere armonizzate in un unico disegno finale, senza contrasti o attriti. Slinkachu invece ha voluto rappresentare la vulnerabilità che tutti avvertiamo nei confronti dell’ambiente urbano, che spesso soffoca, sovrasta, annienta. “Riguarda tutto la volatilità della vita quotidiana in città”, ci dice, spiegando quanto la piccolezza e impotenza che emana dai modellini nei confronti della vita sia il perfetto corrispettivo della nostra.
A questo punto mi chiedo: perché tutta questa non dovrebbe essere arte? Perché si continua a guardarla con diffidenza e scetticismo? Credo la verità sia fondamentalmente che al giorno d’oggi fare dell’arte originale sia molto difficile: tutto è già stato sperimentato, è visto e rivisto, e diventa sempre più complicato essere riconosciuto come artista rivoluzionario. E, nel momento in cui si riescono ad aprire nuove frontiere, il rischio che si corre è di non essere capiti. Spero si smetterà presto di seguire quella massa di turisti ignoranti e confusi e si comincerà a guardare all’arte con mente più aperta.
Silvia Sturlese IIIF
