Jacopo e il pescatore

Jacopo e il pescatore

Jacopo e il pescatore

martedì 09 Luglio 2013 - 07:29

JACOPO E IL PESCATORE – DI SONIA CONSOLO GIACCOTTO (con questo testo inedito, Sonia Consolo Giaccotto si è attestata al terzo posto nella seconda edizione del concorso letterario "L'incontro di ieri e oggi" con la motivazione: Sonia Consolo Giaccotto perché ha una verve poco usuale, con stile di socialismi realistici, velocità dell'immaginario e postumi classici. Una penna interessante).

L’abbandono

Era un abisso di latte il mare. Nel cielo velato da una leggera coltre di nebbia. Agitato, urlava la sua inquietudine. Gettando la sua spuma bianca, densa, sul vago celeste che colorava l'acqua salmastra, prima di abbracciare furiosamente la riva.

Jacopo era lì. Fermo. In quella spiaggia bianca, tra le palme che ondeggiavano la loro solitudine.

Era li, alle prime luci del mattino. Insieme al suo abbandono, arreso alla notte.

Più lontano, pescatori sfaccendati, appesi a un porticciolo, tiravano su le barche in preda alla rabbia del mare.

Le salivano alte, sull'arenile chiaro. Tra quella bianchezza irrisolta.

A grandi voci – o forse era solo il vento a dare loro potenza – coordinavamo i movimenti da tenere.

– Tira su! –

– Gira a destra. –

Era affascinato da quel mondo, lontano dalle sue abitudini. E dai suoi pensieri.

Era vuoto adesso e avrebbe voluto riempire la notte irrisolta che si agitava ancora nella sua anima di nuove emozioni. Nuove esperienze. Nuovi gesti. Nuove voci. Di nuovo. Il vecchio lo aveva svuotato. Lasciandogli una coltre spessa di ricordi. Una coperta scura che gli impediva una nuova vita.

Mentre la sua anima giaceva impaurita da troppo dolore.

Ci sarebbe voluto tempo. Il tempo guarisce, cicatrizza. E allora, forse, avrebbe potuto guardare a ciò che era stato con un sorriso malinconico.

Il sorriso di chi può permettersi di soffrire per una fine.

Si sarebbe rassegnato. Infine. Era questa una speranza. La sua. Il desiderio di sentire sulla pelle quelle emozioni che adesso l'anima respingeva. Vestita da un impermeabile di paura.

Fermo, attendeva d'essere.

Si tirò su. Il sole stava crescendo. Asciugando la nebbia avvolta alla rocca, che, immensa e verticale, sovrastava il candore dell'arenile.

Qualche nuvola, ancora bassa, circondava il promontorio.

Le prime famiglie arrivavano in spiaggia. Con secchielli, palette e tutti quegli attrezzi del divertimento per le loro giovani e spensierate vite. Erano felici.

Almeno così immaginava, Jacopo, fossero. Lui lo sarebbe stato.

Una famiglia, dei figli, era tutto ciò che voleva da Anastasia.

Ma era stato troppo chiedere al suo spirito impaurito, travestito da una finta velleità di libertà, di restare.

– Fermati! – le aveva bisbigliato.

Con un filo di voce. Gutturale. Imbrattata di notte.

Quando invece avrebbe urlato a squarciagola.

– Fermati. Non rovinare questo miracolo. Fermati. Pensa. Un attimo. Solo un attimo. Sarà un istante che vale una vita. La nostra vita. Insieme. –

E invece era rimasto fermo. Impietrito dal dolore che lo aveva reso estraneo. Persino a se stesso.

No, non c'è niente d’insensato nel volere una famiglia.

Ma Anastasia era troppo impaurita da se stessa. Da quello che era stata la sua vita. Tanto, da non voler rischiare più.

– No – aveva risposto lei – no, Jacopo.

Sapevi quali fossero i nostri patti.

Non voglio legami definitivi. Voglio una vita libera. Addio.-

Ed era scivolata via. A passi leggeri nella notte. Era andata via in quella notte di luglio. Il cielo splendeva le sue stelle più belle. Ignaro del dolore che si agitava nel petto di Jacopo.

Nello stomaco. Nelle viscere. Non trovava freni quel dolore. Si spandeva, come un cancro incontrollato, nel suo corpo. Dilaniandolo.

Erano i patti. Quei patti che lui, in un momento d’insanabile follia, aveva accettato.

Pensando di poter sopportare quel contratto di libertà, che sarebbe stato la sua rovina.

La amava. Come mai gli era accaduto di amare una donna. La amava nel corpo. Nella mente. Nei pensieri che, sciolti, si dileguavano adesso in quell’orizzonte, orlato da poesia.

La solitudine della spiaggia ora stava lasciando il posto alla spensieratezza di chi era felicità.

Era insopportabile quella gioia per lui che era dolore.

E’ insopportabile la gioia, se l’anima è malata di nostalgia di essere ancora un fiato nella notte. Quel fiato sparso sulla pelle chiara della sua donna.

Fermo, si chiedeva come avesse potuto cedere ai suoi desideri. A quel richiamo di una famiglia. Di figli. Di un altare. Di un vestito buono. Eleganza in onore di un sogno.

Perché stupidamente aveva ceduto alla sua follia. Perdendo l’unica donna che lo avrebbe mai reso felice.

Adesso erano passi scalzi sulla riva illuminata da un sole impietoso.

Si allontanò. Dalle urla gioiose dei bimbi.

Pigro, sotto il sole che iniziava a intiepidire la pelle, restò a osservare quel gruppo di pescatori.

Messe così, al riparo, le barche sulla riva sembravano donne addormentate, che i loro uomini, solerti, accudivano.

Seduti, su quella riva imbiancata di sole, fermi, si godevano il mare in tempesta.

Era rimasto affascinato, Jacopo, da quegli uomini. La pelle cotta dal sole, i corpi sformati dalla fatica. Le enormi pance di alcuni, che però non impedivano loro l’agilità dei movimenti.

E la magrezza di altri, sfatti, lignei, odorava di lavoro.

La loro apparenza rozza – quasi brutale – cozzava con la delicata gestualità, con cui ciascuno si prendeva cura degli arnesi del loro mestiere.

Era un rito navigare il tempo di un mare innavigabile, con la manutenzione dei mezzi.

Jacopo osservava in silenzio. Non lontano dal gruppo di pescatori. Ora silenziosi.

Alla sua destra un uomo alto, magrissimo.I pantaloni arrotolati in enormi pieghe, fino alle ginocchia nodose. I muscoli stirati da una vita di sforzi. Una bandana in fronte, per ripararsi dal sudore. Enormi scarponi ai piedi, che solo a guardarli veniva un gran caldo. Accovacciato su se stesso, con gesti fini e garbati, tinteggiava la sua barca. Riprendendo, qui e lì, le screpolature dell’azzurro che il lavoro in mare o – molto più probabilmente- i sali e scendi dalla riva, avevano provocato.

Lo ammirava mentre imbellettava quella che Jacopo immaginava fosse la sua compagna di viaggio.

Lo osservava riavviarle, delicatamente, il crine.

L’uomo aspettava con pazienza che quei ritocchi si fossero asciugati al sole. Per poi coprire la sua barca, con un telo impolverato di vita, prima di lasciarla in spiaggia. Ferma nella sua solitudine.

Dall’altra parte un gruppo di pescatori rumoreggiava con risa e urli barocchi.

Seduti su quella spiaggia chiara, le gambe incrociate – raccontandosi – rammendavano le reti lì dove avevano ceduto al peso di pesche fortunate.

Come sarti che, con precisione, cuciono importanti vestiti d’occasione.

Ogni tanto qualcuno di loro si alzava e, risalendo per uno dei vicoli che sbucavano sul litorale, ritornava qualche tempo dopo con grandi panini imbottiti e birre fredde.

Allora il silenzio e il brusio quasi addormentato riprendevano a sciamare in un allegro baccano. Ognuno di loro urlava all’altro il proprio epiteto. Senza voler o dover raccontare qualcosa. Ma solo per il gusto di pronunciarlo. Un segno di affettuosa unione tra chi, da una vita, si divideva pane e sudore.

Più in là, verso il piccolo molo, un altro gruppo si dedicava invece alla sistemazione del motore.

Tutti erano indaffarati. E tutti dedicavano queste ore inerti alla cura dei loro mezzi di sopravvivenza.

La loro compagnia – anche se passiva – aveva rasserenato i pensieri curvi di Jacopo. Incupiti dalla fine della sua illusione.

Aveva tradito la fiducia di Anastasia. Chiedendole ciò che non poteva chiedere. Ciò che aveva promesso che mai avrebbe chiesto.

Ma non si possono prevedere le emozioni. I sentimenti. La loro variabilità è ingovernabile.

Non si cerca l’amore. L’amore travolge e non lascia via di uscita. E’ un naufragio d’anima. Senza salvezza.

E il suo naufragio, la sua promessa era stata un suicidio. Lo aveva capito adesso, che – passo dopo passo – affondando sulla fine sabbia i piedi nudi, cercava di recuperare il vicolo che lo avrebbe condotto nella stanza d’albergo. Dove il buio – forse – gli avrebbe donato un po’ di pace.

Andò via. Il gruppo di pescatori a lui più vicino fece un cenno di saluto con la mano. Si erano accorti della sua presenza. E avevano seguito la sua sagoma allontanarsi, fino a perdersi nella luce del sole, che adesso rendeva splendente l’orizzonte. Decorandolo con quella tipica nebbiolina causata dal troppo caldo.

Andò via. Tra le persiane chiuse a quella luce. Non era luce per lui, senza Anastasia.

Il buio aveva rapito la sua anima. Trasportandola adesso in un abisso di tenebre senza fiato.

Risalendo la china del piccolo vicolo, in cui era sito l’albergo, tra quelle mura antiche, notò un piccolo tavolo sulla strada e qualche sedia.

Un vecchio fumava un sigaro. Assorto nei suoi ricordi.

Appeso al nulla, si faceva trascinare dal passato, in un presente assente.

Gli venne voglia di un caffè. Entrò nel bar. Era buio e ombroso. Una donna robusta e trasandata, con un grande grembiule attaccato al collo, gli si rivolse a voce alta, chiedendo cosa gradisse.

– Caffè – rispose.

Venne fuori un tono gutturale. Le corde vocali, a riposo da ore, messe in moto improvvisamente dall’impulso cerebrale fecero il possibile. Ma ne era uscito solo un fiato gutturale e malmesso.

Si rese conto che aveva passato molte ore senza parlare.

Perso nei suoi pensieri, vagava inerte. Spinto dal suo solo istinto di sopravvivenza. La vita era un’altra cosa. Vivere era un’altra cosa.

Sarebbe dovuto tornare in quella società, che adesso si muoveva come un’ombra imbruttita di essere. Lo avrebbe fatto. Per senso del dovere. Ma non ora. Adesso, era silenzio la sua anima. Il cervello si muoveva lentamente tra ricordi e presente. Saltando le brutture insopportabili.

Era un meccanismo di auto-protezione della mente.

La mente sa come salvarsi. Sempre. Spinta dal suo stesso spirito di sopravvivenza, lo avrebbe condotto per le vie ignote della sua inquietudine. Tra abissi d’anima e tunnel oscuri. Ma, alla fine, gli avrebbe mostrato la via d’uscita.

E si sarebbe salvato. E’ la vita stessa che si salva. Lo spirito primordiale della stessa esistenza. L’anima, adesso distrutta in infinitesimali frammenti d’essere, si sarebbe ricomposta.

Alla meno peggio. E le suture, forse, sarebbero guarite. O forse no. Ma si può vivere anche morendo dentro. Si può vivere col cuore in pezzi. Tra cicatrici irrisolvibili e irrisolte. La vita va avanti sempre. Come il tempo. Non aspetta. Si deve rincorrere con l’anima anche spezzata e malata. E sarebbe stato anche per lui così. Ancora. Sarebbe arrivato presto il suo domani. Il suo lavoro. I suoi ragazzi a scuola lo avrebbero inondato della loro energia. Del loro andamento instabile. Appeso all’altalena della loro età.

Avrebbe succhiato energie dal loro polline. Si sarebbe immerso nelle loro menti curiose. Avrebbe insegnato loro ogni suo sapere. Ancora. E ogni sua esperienza. Anche questa sua disillusione. Affinché la conoscessero. Affinché potessero apprendere che anche questo navigare, in un naufragio d’anima, fa parte di quel pacchetto inebriante e imprevedibile che si chiama vita.

Ma adesso era in quel caffè. Scuro, come gli occhi di Anastasia.

Il sapore pastoso e amaro, disilluso dal domani.

Come lei. Come la sua fuga notturna da un presente che non avrebbe mai vissuto con lui.

Adesso si chiedeva, dove stesse riposando. Dove giacesse la sua pelle. Incredibilmente bianca.

O forse, non era a riposo. Forse, in preda alla paura, adesso era confusione senza uscita. Si chiedeva se fosse ancora lì. In quel paese, San Vito Lo Capo, che era magia nelle mani.

E in cui Jacopo l’aveva condotta per mano. Nel suo folle intento di convincerla a condividere le loro vite.

Per sempre, per quel poco che può’ durare il per sempre.

Insieme, nello stesso letto. Nella stessa casa. Nella stessa cucina. A dividere lo stesso pasto. Lo stesso vino. Lo stesso bagno. Spazzolini intrecciati di poesia. E i loro libri, confusi in libreria. I lori pigiami aggrovigliati nella lavatrice, insieme ai panni sporchi. Lo squillo del telefono e la voce di Anastasia, cristallina, che lo avrebbe chiamato. – E’ per te! –

La luce dimenticata accesa e il letto da rifare. Le lenzuola profumate di loro e il disordine in casa. Il loro disordine. I loro appunti. Il computer acceso. Lo stereo che suona. La televisione e un film in bianco e nero. E patatine e birra. Le risate per ciò che si sarebbero raccontati. E le urla per i litigi che avrebbero avuto e la pace a letto. O sul divano. Le scarpe smesse e la doccia insieme. I piedi scalzi sul marmo bianco. E freddo. Il ciao, a più tardi e la porta chiusa. Il traffico del raccordo anulare di Roma e la cena calda, freddata e poi scaldata. E le candele profumate che a lei piacevano tanto. L’incenso da bruciare e le serate calde, in terrazzo, a guardare le stelle. Mentre le zanzare avrebbero nutrito – nella loro inconsapevolezza – le loro sacche.

O Dio, Anastasia, come potevi rinunciare a tutto ciò? – pensava Jacopo – Come potevi temere che questa nostra stabile quotidianità potesse, un giorno, diventare indifferenza? –

Dov’era adesso Anastasia. Jacopo si chiedeva, chiuso nella sua inquietudine.

Era ancora lì tra quelle mura dal sapore antico e profano. In quelle strade di campagna, arredate di nuovo per accogliere amori felici. O malinconie cadute agli occhi. Come le lacrime che- silenziosamente-solcavano la sua pelle abbronzata.

– Dove eri Anastasia?- continuava a chiedersi Jacopo.

Forse era già fuggita da quel paradiso che aveva visto tramutarsi in un inferno di paura.

Forse era corsa via, tra lingue di un fuoco irrespirabile in cui annaspava la sua essenza.

Forse, adesso, era in quell’aereo che solcava il cielo, guadagnando chilometri verso il suo rifugio. La sua libertà.

E lui, Jacopo, adesso avrebbe fatto un passo indietro.

Adesso, avrebbe sottoscritto – di nuovo e di nuovo ancora – quel contratto di folle di libertà. Di un domani senza un Noi.

Ma era troppo tardi. Anastasia non avrebbe mai permesso che lui annegasse in quell’amore. Non l’avrebbe mai accettato.

Aveva sbagliato Jacopo. Aveva scoperto le sue carte, in un bluff insensato, in quella partita ancora più insensata, che era la loro storia.

E aveva perso. Come un pivello di fronte ad un giocatore incallito. Aveva cercato di fare il furbo, fingendo l’infingibile. E, adesso, il suo avversario sogghignava col suo dente d’oro. Di fronte al suo smarrimento.

Lo vedeva arreso nella sua inerte disperazione. Le mani, senza forza, lasciavano cadere le carte.

E, forte della sua forza, adesso il vincitore tirava verso sé tutte le fiche in gioco. Lasciandolo solo – immobile e senz’anima- al suo cospetto.

Così era andata. Adesso Anastasia era fuggita lontano da lui.

E lui sarebbe annegato. In un mare in tempesta. Senza alcuna quiete.

Roma

Un giorno di maggio. Un sabato. Jacopo viveva a Roma da qualche mese. Insegnava in un istituto d’arte italiano, storia e geografia.

Era il suo mondo, quell’antico che odorava di eternità.

Nel tempo libero si perdeva tra le mura del passato.

Un libro in tasca, una sigaretta in bocca. Occhiali da sole per la troppa luce. La primavera urlava forte il ritorno alla vita.

Intorno a lui, voci e calpestii di turisti agitati inseguivano le cartine e il tempo. Che fremeva nei loro passi.

Senza lentezza, quelle mura e quei vicoli di pietra non avrebbero sussurrato loro alcuna magia.

Lo aveva vissuto anche lui. Da turista aveva inseguito guide frettolose e parole a memoria. Per cercare di riscoprire la storia.

La sua amata storia.

Ma solo adesso, passeggiando senza meta, riusciva a godere del tempo che si spandeva. Come un fiore in bocca. Da quelle mura del passato.

Adesso, senza fretta e senza compagnia, poteva fermarsi oltre la confusione. In un bar, a sorseggiare un caffè. Scuro.

Fissava quei gruppi turistici. Sentiva addosso tutta la loro solitudine e quell’infelicità inconsapevole che li avvolgeva. Come un alone. Diramandone i contorni.

Viaggi organizzati in compagnia di estranei. Condivisioni di emozioni chimiche. Flash e scatti che rubano solo sagome d’inutili pietre antiche. Inodori e insapori. Senza alcuna poesia, così.

Aprì il libro. Leggeva. Josè Saramago. – La cecità.-

Niente di più appropriato. La cecità della vita. Quella cecità che svela la vera essenza di vivere. Un velo di bianchezza che rende ciechi al mondo, ma non all’anima.

E che permette di riscoprire l’autenticità delle emozioni.

Leggeva quelle frasi con lentezza. Sorseggiandole, come un buon liquore. Gustava lo scorcio del suo presente, quando un rumore improvviso lo fece sobbalzare.

Voltò lo sguardo. Una sedia era a terra. Inciampata nel manico di qualcosa. Una borsa. Di quelle enormi, In cui le donne portano tutto e niente. E in cui le vedi tuffarsi con l’aria sperduta di chi cerca qualcosa che crede dimenticata o smarrita.

Per poi con lo stesso stupore, stavolta del ritrovamento, sorridere soddisfatte.

Una borsa di pelle. Forse color cuoio. Non lo ricordava più.

Il centro della sua attenzione era stato rapito dai suoi occhi. Scuri come il suo caffè. In mezzo alla bianchezza assoluta, che era il suo viso.

Le labbra rosee, delicate. Quasi a disegnare un cuore su quel volto etereo.

Una montagna di capelli. Scuri anch’essi. Riccioli sparsi al vento, in cui avrebbe Jacopo voluto perdersi.

Sentì a stento il suo – Scusi, non volevo disturbarla. –

Le parole erano scivolate via dalla bocca. Mentre gli occhi scuri si erano incollati ai suoi. Chiari, come il mare. Come il cielo. Jacopo riuscì a mormorare solo un – Prego, si figuri. –

E, senza staccare lo sguardo da quel viso roseo, notò come la donna si guardasse in giro. In cerca di un posto che non c’era.

Gli offrì la sedia. Quella caduta. Fece spazio sul tavolo. Spostò il caffè e il libro. E le sussurrò: – Si accomodi. Il bar a quest’ora è pieno. –

Titubante, lei accettò.

Il suo sguardo, deciso e indipendente, gli aveva però risposto sottovoce: – Va bene. Mi siedo. Ma non ti fare strane idee. Solo perché sento caldo e sono stanca.-

Ordinò un’acqua tonica. Il telefono continuava a vibrare. Non lo prese. Si passò la mano sulla fronte accaldata e sollevò, con un fare naturale, gli scuri ricci che ornavano il suo viso, assurdamente bianco.

A Jacopo giunse la sensualità di quel gesto.

Irrisolto nel suo stesso esistere. Adesso era meno affannata. Prese il telefono. Guardò i messaggi. Scrisse qualcosa. La delusione colorò il viso di Jacopo. Magari scriveva al suo uomo. Non poteva non esserci il suo uomo.

E lo vide, immaginario, perdersi tra quei riccioli e cercare quelle mani.

Dita lunghe, slanciate. Sembravano le mani di una pianista. Forse lo era. Forse lo era davvero. Come fare a non sfruttare un dono di madre natura così evidente?

Fissava le sue mani e le vedeva muoversi. Agili e veloci, sul bianco-nero di un pianoforte a coda.

Su un palco. Il riflettore addosso. Accaldata, ma lontana, immersa in Bach o Chopin, suonava melodie d’anima.

E lì, in prima fila, il suo uomo. Confuso nella folla. E orgoglioso di lei.

Suonò il telefono. Era il suo, stavolta.

Era la sua fidanzata. La sua storica fidanzata. Emma.

L’avrebbe sposata, presto. Appena si fosse sistemato in un appartamento decente. Così era stabilito. Il fato, il suo passato. Il passato di lei, i genitori di entrambi. La Sicilia e i suoi infiniti fidanzamenti, senza tempo.

L’avrebbe sposata perché altro non poteva fare.

Lei, Emma, sapeva già quale abito scegliere. Le bomboniere. La meta del viaggio di nozze. In un susseguirsi di protocolli già vissuti che lo avrebbero imprigionato, in una vita senza uscita.

Era questa la sua vita. Un normalissimo insegnante di lettere. Disilluso e annoiato. Pronto a stringere un legame ufficiale e ancor più annoiato con Emma. La sua epocale fidanzata.

Così antica, che a lui sembrava provenire da un altro tempo, già vissuto.

Il matrimonio, l’abito bianco. Senza stupore ed emozioni. Lo aveva già pensato. E poi, ripensato ancora.

I nipoti di Emma che portavano le fedi. Il padre di Emma che la accompagnava all’altare. Impettito e orgoglioso. E poi il riso e i baci già dati. Auguri scontati e ripetuti. Noia e indifferenza avrebbero colmato la sua esistenza.

Ma adesso no. Adesso, era in un'altra vita. Un'altra ancora. Era nella vita di lei. Pianista innamorata.

Adesso, era nello sguardo scuro di una sconosciuta. E avrebbe saputo come amarla e sorprenderla. In ogni istante. Perché l’amore non si siede. Mai. Corre verso le emozioni. Passeggia sugli istanti. Accarezza labbra e gesti innamorati. E si perde, persino su strade conosciute.

– Non prendi il telefono?- disse la donna.

Era passata informalmente al tu.

Abbandonando quel –lei- formale delle scuse. Il telefono continuava a vibrare. Era l’orario di Emma. Il suo turno. Riusciva a non invadere gli spazi del lavoro di Jacopo.

Ma, al suo turno, si comportava come un’autistica impazzita.

Continuando a trillare. Come il respiro affannoso di chi cerca aria. Senza trovarla.

– No, non m’interessa – rispose.

E davvero non gli interessava quello squarcio di noia, che si sarebbe propagato per un tempo indefinito della sua vita.

No, adesso erano quegli occhi a cogliere i sensi. I suoi. Tutti.

Lo guardò, stupita.

Lui la guardava, con stupore.

Inspiegabile il perché. L’imbarazzo di un’emotività evidente. Di un calpestio d’anima irrequieto e senza strada.

Volteggiava irresoluto tra le trame di un destino fugace e senza senso. Tra l’indifferenza della sua strada, lastricata e corredata dal naturale e scontato moto andante delle cose. Ma adesso, un sentiero stretto, impervio e impolverato, si era aperto al suo orizzonte. Imprevisto e imprevedibile. Nuovo e titubante. Anche la sua mente era proiettata in quella nuova vita. Un assolo di pace e acquietamento. Un approdo, dopo una tempesta non vana. Era un’isola e aveva trovato il suo destino. Adesso era di fronte a lui. Accaldata, sorseggiava un’acqua tonica. Mentre la brezza, leggera, sollevava i riccioli ribelli dalla fronte.

– Leggi Saramago? –

La sua voce cristallina e sensuale gli aveva attraversato gli occhi.

– Mi capita… –

E mentre pronunciava quella frase, si domandava il perché di una risposta tanto idiota.

– Mi capita, uffa … cosa cazzo vuol dire mi capita? – Borbottava dentro di se.

– E ti piace?- ribatté risoluta lei.

Quasi non avesse colto la drammaticità della risposta di lui.

Per lo meno, l’impressione che lui stesso aveva avuto da quella parola sfuggita all’emozione delle labbra.

Stavolta cercò di non perdersi nella sua inquietudine e rispose:

– Si abbastanza. Credo sia molto profondo. Mi piace la sua genialità.-

Il telefono di Jacopo ricominciò a vibrare.

Lei sorrise.

Era bellissima in quella sua espressione divertita.

– Penso che non si arrenderà. – disse

– E invece sì. –

E un gesto risoluto accompagnò lo sguardo, quasi pungente, di Jacopo. Il dito d’istinto spinse il pulsante di spegnimento.

E così Emma e la sua futura vita di noia e indifferenza si spensero al mondo.

E Jacopo volò verso una vita nuova.

Anastasia

Non era una pianista. E non era neanche innamorata. Il suo nome era Anastasia. Aveva tuonato nella quiete immobile di Jacopo. Come un bagliore, in una notte serena e stellata. Improvvisa e veloce. Tempesta d’estasi. Lo aveva travolto con il suo carico di energia. Scuotendolo dalla noia che imbalsamava il suo fiato.

Era una guida turistica. Proprio così. Una di quelle che, col cappellino giallo o rosso e l’ombrello alzato, anche sotto il sole, snocciola parole e discorsi sempre uguali, per offrire divertimento a quei turisti, instabili di poesia.

Parlava lingue orientali. Oltre che il tedesco, il francese e naturalmente l’inglese. Ma preferiva condurre gruppi giapponesi. Erano veloci nei movimenti. Pratici. Succhiavano il nettare della città eterna, senza indugio. E senza tardare.

Al tavolo, quel giorno di primavera, mandava sms di lavoro. Non aveva grandi amici. Solo una.

Era antica. Era la sola ad essere riusciva a sopportare la sua presenza altalenante. Anastasia era una donna che aveva fatto della libertà il suo fulcro e il suo obiettivo.

Nessun uomo le resisteva accanto. Fuggivano. Atterriti dalla sua indipendenza.

Anastasia non era una donna che poteva rassicurare il loro ego.

Non sarebbe mai cascata dai loro sguardi. E non ci sarebbe stata rosa o cesti di fiori che avrebbero potuto far capitolare la sua intransigente indipendenza.

Era sfuggente. Molto naif. Mutevole e veloce, poteva alternare la sua estrema praticità, in sensuale seduzione femminile.

Ma era sempre lei. Jeans e scarpe da tennis. O tacchi sottili e minigonne.

Incomprensibile. Forte eppure arrendevole. Sagace quanto, a volte, ingenua.

Imprevedibile, la rotta del suo andare. Quando ogni sua parola e pensiero potevano far presumere una certa decisione, d’improvviso si ritrovava all’esatto opposto.

Jacopo aveva perso il fiato in quei suoi occhi. Erano follia di vivere.

Un volo d'ali, verso l'azzurrità sconfinata di un cielo estivo.

Gabbiani bianchi che garrivano d'infinito. In una spiaggia bianca. Quella spiaggia bianca che decorava la Sicilia occidentale. San Vito Lo Capo, dove Jacopo avrebbe condotto Anastasia, nel giorno della sua incomprensibile follia.

Col tempo, l’energia ingovernabile di Anastasia lo aveva tramortito. Ma non impaurito. Sapeva che dietro la sua velleità d’indipendenza si nascondeva un’anima impaurita, di mettersi davvero in gioco. Così, aveva accettato quel gioco folle di restare liberi. Pur amandosi.

Non era fuggito, Jacopo. Era restato. Fermo e innamorato.

Ma col segreto intento di riuscire, al momento giusto, a spogliarla di quell’inutile veste, che per lui era solo paura.

Avrebbe voluto l’intimità di essere. Insieme. Una coppia vera.

L’amava. Si amavano. Come fossero, l’uno per l’altra, ossigeno disperato. Primordialità di essere. Vita.

Ma Jacopo sentiva, ogni giorno di più, l’insostenibile volontà di essere un futuro insieme.

Il peso di quell’amore non gli consentiva di vivere il presente. Senza un domani, questo amore era diventato tormento. E lei, il suo chiodo fiosso.

Sentiva la vaghezza dello sperma che, come ossessionato, continuava a imbrattare la sua conca d'estasi. In attesa che quegli spermatozoi impazziti fecondassero la sua attesa. Illuso. Era solo un’illusione. Morbosa. Di una nuova vita, che fosse carne e spirito. Di entrambi. Che avesse i suoi occhi, scuri come quel caffè che sorseggiava quando, come meteora improvvisa, Anastasia era apparsa tra le righe del suo libro. Davanti al suo sguardo. Ed era stato stupore, il suo. Un viso dai tratti dolcemente raffinati. Incorniciato da una pelle chiara. Inverosimile.

Anastasia era diventata la sua ossessione. Non riusciva, né sarebbe mai riuscito, ad accettare il suo senso di libertà.

Si chiedeva – Come avrebbe potuto vivere questa donna, senza il sogno del domani?

Era assenza di prospettive. Pensare all’oggi, senza salutarsi mai con – a domani.-

Tutto ciò lo uccideva.

Cos'era questo timore assurdo di non riuscire a invecchiare insieme? Tremanti sulle gambe o appesi a un bastone.

Insieme ai nipoti, figli dei figli.

Non è assurda la normalità. Ma Anastasia continuava a rivedersi, esitante e timorosa, nell'indifferenza annoiata della sua famiglia.

Immobile e stantia. Senza vita e senz'amore. La noia aleggiava in quella casa come una vecchia coltre, che impediva ad ogni emozione di urlare. E crescere. E vivere. Era un inferno, la sua famiglia. Appesa a vuote abitudini e a finti perbenismi, si muoveva come marionette allineate, nel teatro della vita.

Mai una smorfia d'oltre. Tutto era finzione. Senza meta.

Morte apparente. Ecco. Senza respiro d'essere.

Non poteva non fuggire da quella casa. E ancora ne fuggiva. E adesso, si era ritrovata a fuggire anche da lui.

Non pensava però Anastasia che mai avrebbe potuto essere, per Jacopo, indifferenza.

Il suo sguardo s’insinuava tra pelle e fiato. Fino ad annebbiare i pensieri del suo uomo.

Jacopo non avrebbe mai potuto pensarla, senza poter sfiorare la sua pelle. Senza perdersi tra i suoi seni. Appeso alle sue labbra. Dentro il suo ventre. In un orgasmo di sensi, senza fiato.

Seminando il seme dell’ossessione tra la sua fertile terra. Resa infruttifera da quello strumento di morte, che lei indossava nella sua intimità.

Quel figlio e quella vita comune, così tanto desiderata da Jacopo, aveva però spinto Anastasia nell’abisso della paura.

Così, per un curioso gioco delle parti, che la vita riproponeva, quell'indifferenza che Jacopo avevo allontanato da sé, chiudendo fuori dalla porta Emma e il loro futuro già scritto, adesso, ritornava indietro – come un boomerang – dalla mente di Anastasia. Come la paura delle paure, il timore dei timori. Proprio perché già vissuta. Sulla pelle bruciata dal dolore.

Paura

Era stata paura di essere vita. Insieme. Paura d'essenza. Una sola. Che naviga tra sguardi e tenebre. E, in quelle tenebre, si era nascosta Anastasia. Fuggendo in una notte assetata di magia. Di bocche orlate di sogni. Di passi scalzi, sulla spiaggia fredda. Vestita di luna. Di baci sussurrati all'eterna inquietudine che abbracciava il suo credo. La vita l'aveva distrutta. Era paura di ricostruire pietra dopo pietra, l'eterno di un nuovo amore.

Non è vero che le delusioni passano. Scavano l'anima e creano abisso senza strada. E in quell'abisso si è persi. Nel vuoto di essere niente. Il fallimento dell’amore filiale mai ricevuto l’aveva chiusa in una conca senza uscita. In un tunnel senza ritorno.

-Ma non è mai inutile amare. – Jacopo aveva urlato.

Dentro di se. A squarciagola. Nel silenzio della sua anima. Mentre Anastasia aveva chiuso per sempre quella porta. La porta della felicità.

La paura del dolore – di un nuovo dolore – che potesse ancora accapponare la pelle e, come un bisturi perfetto, incidere il suo veleno.

Aveva creduto – credeva – che la salvezza fosse lontano da quell'amore. Ma è l'amore che salva sempre. Sempre. È l'amore, la cura dell'anima. Il deserto non cura. È aridità. Non sentire. È una platina di zinco che allontana dalla vita. È arresa al nulla. Anastasia era un giocattolo rotto. Un’anima frantumata da un non amore, cui aveva donato il suo amore. Vivo, rosso. Sangue che pompa il cuore. E che irradia, del suo colore, corpo e anima. E a poco erano serviti i sussurri di Jacopo. Le sue parole. I suoi silenzi urlati. Le sue urla sgraziate. Il suo dolore. La sua delusione di non poter coltivare questo amore. Delicato come un germoglio appeso ad una nuova alba. Si era arreso. – Anzi non si sarebbe arreso mai. – Era la sua vita che Anastasia aveva accartocciato, come un foglio inutile e gettato via. In quella notte insensata.

Di fronte a quella domanda insensata, che adesso, come una foglia secca, avrebbe dipinto l'autunno della sua vita.

Il pescatore

Aveva dormito, sfinito da se stesso, il giorno. Ucciso da una notte irreale.

E si era svegliato, nel caldo che faceva impazzire le cicale, nel loro frinire senza volto.

La sua mano aveva sfiorato il cuscino vuoto. Tra le lenzuola, ancora profumate di corpi innamorati.

L’amore era ancora lì. Non era scivolato via, nei vicoli chiusi della paura.

Al buio, nella sua improvvisa eclissi d'anima, la mente si era spogliata di quell’amnesia, dettata dalla sopravvivenza.

Crudo e infranto, era tornato il ricordo dell’assenza.

Adesso era di nuovo vuoto. Una voragine che scivolava verso gli abissi incontrollati delle viscere. Ignoti – fino adesso – anche a se stesso.

Senza Anastasia, le emozioni annaspavano nel terreno fertile della sua fragilità. Era in frantumi adesso, Jacopo. Senza dignità e volontà di recuperare quegli infiniti frammenti in cui si era infranto. Si tirò su dalle lenzuola, incollate di sudore.

Strani brividi vestirono il suo corpo. Era freddo di solitudine. Di non essere.

Eppure avrebbe, più di ogni altra cosa, voluto ritornare ad essere. Ancora.

Avrebbe voluto, più di ogni altra cosa, sentire la vita scorrere ancora tra le vene. Adesso era ferma, nell’assenza di Anastasia.

Uno spietato realismo continuava a infrangersi contro la sua speranza. Ormai disperata.

– Inutile. Non sarebbe più tornata. –

Jacopo lo sapeva. Dentro di se, negli angoli più scuri del silenzio, teneva chiusa la verità. La realtà. Per cibarsi d’illusioni.

L’illusione che, adesso, quella porta – improvvisamente – si fosse aperta e, dietro la penombra stantia che avvolgeva la stanza, avrebbe intravisto i suoi occhi.

Stanchi. Insonni. Le occhiaie. Un corollario di un iride smarrito. Le guance rigate da lacrime insensate. Il passo leggero, adesso fermo. Il ritorno avrebbe risuonato dolce, tra la nebbia dei ricordi e dipanato ogni silenzio.

Avrebbero fatto l'amore. Nudi di respiri e di occhi. Avrebbero respirato la loro pelle. Persi nell'oblio di un non ricordo.

Avrebbero dimenticato ogni momento. E annegato il dolore tra i sorrisi. I loro. Avrebbero gemuto del ritorno. Orgasmi folli senza meta d'orizzonte. Avrebbero vissuto liberi dalla loro inquietudine. L’avrebbe stanata Jacopo, dalla sua gabbia del dolore. Dalla paura dei ricordi. Dal passato che non è presente. E neanche futuro. Avrebbe amato la donna della sua vita, fino all’ultimo respiro. Dolce e appassionato, nella sua virilità. Riempiendo la sua conca del suo seme.

Ma era chiusa quella porta. E la ragione sapeva che tale sarebbe rimasta. Non si sarebbe aperta.

Si alzò. Si sciacquò il viso. L'acqua non riusciva a scivolare tra la lordura del suo dolore. Evaporava d'inquietudine. Indossò una maglia. Portò con sé un giubbotto. Era sudato, ma sentiva freddo.

La nebbia di ciò che era stato aleggiava in quella stanza.

Uscì per respirare. Era sera. L’ affacciarsi della notte. Il vento di scirocco, che aveva imperversato con la sua calura africana per tutto il giorno, dalla costa ai vicoli stretti del paese, era scemato, adesso in una brezza. Pur sempre calda.

A terra tra quelle pietre antiche, sopravvissute all’asfalto moderno che tutto copre, passato ed emozioni, le scarpe crepitavano la polvere del deserto, che avvolgeva ogni cosa.

La sciroccata sarebbe durata qualche giorno ancora. Il vento avrebbe teso i suoi nodi durante il giorno. Per scemare lento alla sera.

Senza meta, si trovò di nuovo in spiaggia. Adesso il mare, stanco di sbraitare la sua rabbia, a grandi onde, risaliva alto verso la strada.

Era irruente, seppur languido. La sua sensualità era la forza della vita. Mai arresa.

Nel buio della baia, tra le luci deboli provenienti dai vicoli lontani, la brace di una sigaretta accesa illuminò lo sguardo sperduto di Jacopo.

Come un faro, nell’immensità del mare aperto. Tra le ombre che tinteggiavano, in chiaro scuro, le due figure, Jacopo intravide un volto scuro, confuso al buio della notte imminente.

Gli occhi chiari contrastavano col colore della pelle, a lungo cotta dal sole della vita.

Osservandolo attentamente, riconobbe nei lineamenti uno dei pescatori.

Era l’uomo alto, magro, che con i pantaloni arrotolati e i muscoli affaticati tinteggiava la sua barca.

I muscoli, tirati al mattino dallo sforzo fisico, adesso riposavano dentro una camicia di cotone chiara.

I capelli radi, che la bandana proteggeva dal sudore adesso, umidi di pulito, fluttuavano nella brezza della sera.

La luna fece capolino dalla rocca, che dritta e scultoria sembrava impennarsi sulla spiaggia. Il suo languore rendeva il dolore più indulgente. L’uomo appoggiò la gamba sul muro che divideva la strada dalla spiaggia.

Il gomito era sul ginocchio. Ossuta e spigolosa, la sua forma s’intravedeva dal pantalone che – adesso in quella posizione –aderiva alla gamba.

Uscì dalla tasca le sigarette e, senza parlare, le avvicinò a Jacopo.

L’uomo – nel silenzio della notte incombente – ne sfilò una dal pacchetto e la portò alle labbra. Ora schiuse.

Una lucciola artificiale, proveniente dall’accendino del pescatore – taciturno ma gentile – si avvicinò al suo volto.

Era il primo gesto spontaneo che riceveva in quelle ventiquattrore di solitudine. Aspirò il tabacco. Un gusto leggermente amaro si profuse nella bocca. Sentiva scivolare il fumo nella gola, tra i polmoni. E il suo calore lo riportò alla vita. Era freddo. Sentiva freddo. D’istinto alzò il bavero del giubbotto sul collo. L’umidità salmastra accentuava il gelo dell’anima.

Stettero così, in un silenzio colmo di calde parole. Un’incontro d’anime, in una notte rapita dal vento. Nel cielo nuvoloso che annebbiava le stelle. E Jacopo si sentì accolto. Profondamente. Rappacificato con mondo. Con se stesso. Con i suoi sogni e con la sua inerme disillusione.

Capita nella vita il miracolo di un’affinità improvvisa. E le parole servono a poco quando il silenzio ne è già pieno.

Il pescatore d’anima finì la sigaretta, affogando la cicca fumante nella sabbia. Umida di notte.

D’improvviso la sua voce sferzò un silenzio illeso.

Il tono era calmo. Inerte. Rassicurante e pacifico. Come quello sguardo che Jacopo intravedeva tra la bruma umida e sciroccata.

– Una volta, tanto tempo fa, amai una donna.

La amai con tutto me stesso. Non era un amore ordinario. Non lo è mai. Nessuno – che ama – pensa lo sia. Ero giovane e pacciu. Pensavo che il mondo fosse mio. E suo. Nostro. La sera venivamo spesso qui, su questa spiaggia. Allora era selvaggia.

E restavamo qui in silenzio. A guardare le stelle.

Poi una notte – come questa – lo scirocco entrava da laggiù e girava da qui. –

Gesticolava con le braccia. E Jacopo, ammaliato, ascoltava la sua voce gentile.

– Era primavera. Faceva ancora freddo. Lei, Savina, mi disse che sarebbe partita per il nord.

Aveva una cugina lassù. Le aveva trovato un lavoro come si deve. Non voleva restare qui, in questa terra di nessuno.

Sognava il nord, le comodità, gli agi che qui le mancavano.

Suo padre, Pippo Vinazza, beveva come una spugna. E la notte, cotto da non capire più niente, rientrando a casa picchiava quelle povere donne. Savina e sua madre.

Questo posto è un dono di Dio, se ci credi. Bianco, pulito. Puro. Eppure Savina lo odiava. Mai e poi mai sarebbe rimasta qui.

Io, felice per questo suo lavoro le risposi – Partiamo, andiamo via.- Ma lei non volle sentir ragioni. Non mi voleva. Il ricordo di tutto ciò che apparteneva a questa terra l’aveva logorata. Rotta. Disamorata. Ed io ero nel mucchio. La pregai. La supplicai senza vergogna e dignità. Le dissi che non avrei potuto amare più nessun’altra. Che la nostra vita era insieme. Che saremmo ripartiti da zero. Lontano da tutto e da tutti. Mi saria ‘nsignato un mestiere. Lassù ci sono le fabbriche. Sapevo fare il carpentiere, il muratore. In paese ci si adatta a tutto, pur di tirare a campare. Ma quell’uomo aveva ucciso ogni sua speranza. Era impaurita anche da me. Perché uomo. Andò via. E andò via da sola. Senza di me. Mi resta il ricordo dei suoi baci. Mai nient’altro tra di noi. Altri tempi. Qui non si usa e Savina era pigghiata i paura i so patri. Quell’animale l’avrebbe uccisa. –

Si fermò. Nel buio della sera – ormai notte – sul volto del pescatore, forse scivolò qualche lacrima di commozione, che Jacopo non vide. Era fermo. Lo sguardo sul mare. Il vento tra i capelli. Le mani in tasca. Aveva finito la sua sigaretta. La rocca imponente sembrava un grande monaco a protezione della cittadina.

– Soffrii come un dannato. Imparai l’arte del silenzio. Non mi chiamavano più Ninu u pacciu, ma Ninu u mutu. Per tanto tempo vissi come un eremita tra la gente. Lavoravo come un mulo e niente più. Mangiavo per lavorare e lavoravo per mangiare. Ero solo. Mio padre morì durante il fascismo. Mia madre quando compii diciannove anni. E solo, in quella casa, mi ero abituato al silenzio.

Non so dirti, figliolo, per quanto tempo vissi così. Non lo ricordo più. Penso che passarono un paio d’anni. Poi, un giorno di marzo, arrivò una famiglia da un paesino, vicino a Como. Erano originari di qui. Di S. Vito. Ma ormai era il nord, la loro terra. Era il figlio du cuzzaru, che si era arruolato nell’arma dei Carabinieri. Durante il servizio in questo paese vicino a Como, aveva conosciuto la figlia del sindaco del paese e si era sposato. Una bella famiglia. Avevano due figli. Mattia e Paola. Paola era una ragazza chiara con gli occhi celesti, come questo mare. I nonni erano morti e avevano lasciato al maresciallo un immobile.

Gianni, u figghiu du cuzzaru, sentiva forte il richiamo di questa terra.

E’ bedda a sicilia. Cu nasci cà prima o poi gira.

Voleva ristrutturare la casa ormai vecchia.

O signuri! Cadia a pezzi da casa.

Io lavoravo per mastro Ciccio. Lavoravo a giornate ma mi stava bene.Perché la paga era buona e il lavoro c’era.

Questo paese, se tu lo avessi visto vent’anni fa, era irriconoscibile.

Li vedi tutti questi alberghi? Sono tutti nuovi. Qui, la spiaggia, era pascolo di buoi e vacche.

Poi i S. Vitesi capirono cosa il buon Dio avesse loro regalato e ne fecero la loro fortuna. Ma la gente restò buona e semplice. Con le mani unte di lavoro. Sempre.

Dunque, Gianni aveva sta bedda figghia. Paola. Non è vero che l’amore non torna, amico mio. Torna esattamente da dove e andato via. Da stissa strada. Ci siamo innamorati. Ma, stavolta, ero io a non credere nella nostra storia. Paola, figlia di un maresciallo di carabinieri, nipote di un ex sindaco, che avia a fare con mia? Carpentiere e muratore. Pescatore quannu capitava. E per passione. Eppure non volle sentire ragioni. Devo dire che suo padre, Gianni, il maresciallo, non impedì la nostra storia.

Le sue titubanze erano anche le mie. Paola era nata al nord, da una famiglia agiata. Cosa avrebbe fatto qui, in mezzo ai muli, le vacche e ai pescatori?

Eppure siamo qui. Ancora felici come allora. Paola è sempre stata una moglie meravigliosa. Ha accudito e cresciuto i nostri figli.

Che adesso studiano a Palermo. Spesso vanno a trovare il nonno al suo paese. E spesso il nonno, ormai anziano viene a passare qui lunghi periodi. Savina non l’ho più vista. Ho saputo che si è sposata e ha avuto dei figli. Che lavora in una pasticceria e che è sempre un po’ matta. Ma, per quello che è stata la sua infanzia, è normale.

Caro amico, tu non mi hai detto niente. Non ce n’è stato bisogno. Lo sguardo parla senza parole. E il silenzio pure. Vivi. Non forzare il destino. E le scelte contro natura. La vita ti ripagherà, ne sono certo.-

Non smise di soffrire Jacopo, no. Non smise l’indomani e neanche la settimana dopo. Soffrì, partendo da quel paradiso. Salutò l’amico con un arrivederci. E non un addio.

E ripartì, lasciando alle spalle la sua amata Sicilia. Per tuffarsi nell’abbraccio dei suoi alunni.

Assaporando il dolore della delusione, tornò a vivere. Ancora.

F I N E

FATTI E RIFERIMENTI A PERSONE E COSE SONO DA RITENERSI ASSOLUTAMENTE CASUALI

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