Il legale Cultrera chiede che si accertino le responsabilità. "Un errore il declassamento di vigilanza sul detenuto in carcere a Messina"
MESSINA – La morte di Stefano Argentino in carcere a Gazzi. Il 27enne che aveva confessato l’omicidio di Sara Campanella a Messina avvenuto il 31 marzo scorso. Ora interviene Giuseppe Cultrera, avvocato della famiglia Argentino, con un esposto al Garante dei detenuti, Giovanni Stimolo, e alla Garante dei detenuto di Messina, Lucia Risicato. Secondo la prima ricostruzione, Argentino si sarebbe allontanato intorno alle 17 del 6 agosto dagli altri detenuti. Ed è stato poi trovato dagli agenti di polizia penitenziaria impiccato, con le lenzuola, nel bagno della sua cella. L’ipotesi è quella del suicidio ed è stata disposta l’autopsia. Da verificare i motivi del passaggio dal regime speciale dell’attenta sorveglianza alla convivenza con altri detenuti, come sottolinea l’avvocato Cultrera nel suo esposto, che parla esplicitamente di “morte annunciata”. E chiede che si accertino le eventuali responsabilità perché il detenuto, si evince dall’esposto, era fragile e andava tutelato maggiormente.
Scrive il legale, rivolgendosi ai Garanti, dopo aver fatto riferimento ad altre morti al carcere di Gazzi (“, Lorenzo Vasile, il ventiquattrenne tunisino, Antonio Citraro, etc.”): “Non è la prima volta che all’interno della Casa Circondariale di Messina Gazzi assistiamo a un decesso avvolto dal velo del mistero, dall’analisi erronea sulla necessità di sorveglianza dei detenuti stessi. Stefano Argentino, detenuto in regime di media sicurezza, avendo già manifestato sin dall’ingresso nel carcere di Gazzi istinti suicidi, era stato sottoposto al regime di massima e alta vigilanza. Senonché, improvvisamente e senza che il sottoscritto difensore venisse quantomeno informato, solo dopo la comunicazione di decesso, il sottoscritto è venuto a conoscenza della decisione – addirittura sembrerebbe essere stata assunta più di due settimane addietro – di “declassamento” di sorveglianza per il detenuto reo confesso dell’omicidio di Sara Campanella”.
Continua l’avvocato Cultrera: “Stefano, almeno per quanto da lui riferitomi fino all’utimo colloquio tenutosi lo scorso lunedì, era seguito da quattro psicologi e da uno psichiatra. Ci si chiede come sia possibile che 5 professionisti – non uno ma ben cinque! – non si siano resi conto della evidente e conclamata fragilità mentale del detenuto, di un detenuto che aveva già preannunciato il suicidio ed era stato trasportato in infermeria per non aver bevuto un solo sorso d’acqua per un periodo superiore a 17 giorni”.
L’esposto dell’avvocato Cultrera
Il legale critica pure “l’organo di Procura inquirente che, avendo ordinato ed eseguito le estrazioni forensi sui dispositivi digitali in uso a Stefano, era a conoscenza della previa volontà del detenuto di porre fine alla sua vita, presumibilmente per disidratazione o per impiccagione. Privare un cittadino della libertà personale al fine di sottoporlo a pena significa consegnarlo alla custodia dello Stato: il soggetto perde la propria capacità di autodeterminarsi in libertà e diventa sottoposto a indiscutibile custodia dello Stato stesso, che da quel momento sarà ed è unico e indiscusso responsabile anche della sua vita. A maggior ragione in ipotesi di fragilità mentale”.
“Un errore il “declassamento” di vigilanza sul detenuto Stefano Argentino”
E ancora: “Chi ha autorizzato il “declassamento” di vigilanza sulla persona del detenuto Stefano Argentino – è evidente! – ha compiuto un madornale e non scusabile errore valutativo, sia analitico che clinico e dovrà risponderne. Quanto occorso all’Argentino non può qualificarsi come “causa di forza
maggiore” o “evento eccezionale e imprevedibile”; si tratta un caso di suicidio annunciato, di un vero e proprio dramma nel dramma, di una situazione che avrebbe richiesto una maggiore e più certosina attenzione da parte dello Stato, soggetto cui era stata affidata la custodia del detenuto. Una situazione
che lascia sgomenti e le cui responsabilità vanno accertate”.
“Fra l’altro, non si trattava di un detenuto “difficile” da gestire, ma di un soggetto fondamentalmente innocuo: di un ragazzino che veniva portato ai colloqui senza ausilio delle manette, di una giovane anima, rea dell’orribile reato compiuto e pronta a pagarne il prezzo, che accondiscendeva a qualsivoglia richiesta di controllo e, soprattutto, che aveva già presentato mesi addietro istanza di trasferimento, istanza che, ad oggi, non ha avuto seguito”.
Prosegue l’avvocato: “Altro fattore detrminante da valutare è l’aver dotato, da circa due mesi, la
cella di Argentino di una tv senza limitazione di canali: si tratta di aver fornito al reo un modo per analizzare giornalmente il misfatto a lui addebitato, con soluzione di continuità e in assoluta serenità, con la chiave di lettura spesso distorta dei media, senza il necessario supporto psicologico e
con un totale e marcato disinteresse. Argentino, che avrebbe dovuto essere custodito dallo Stato in regime di media sicurezza e con la più alta sorveglianza possibile, era ormai da giorni nel reparto di chirurgia del carcere di Gazzi, con la finestra della cella affacciata sulla vicina chiesa di San Nicola, finestra dalla quale era possibile assistere, a distanza, anche alla messa giornaliera”.
“Le responsabilità che hanno condotto al prematuro decesso della giovane vita sono tante e andranno accertate nelle sedi opportuni perchè fenomeni del genere, in costante aumento, possano diminuire, ma è chiaro che l’intervento del massimo organo di garanzia in tal senso si manifesta come necessario e
indiscutibile a supporto dei prossimi congiunti che, fra l’altro, avevano già da tempo manifestato agli organi di giustizia la labilità della mente del reo e la possibilità della presenza di una patologia di carattere psichiatrico”.
