Kean. Il mio regno per un cavallo - Tempo Stretto

Kean. Il mio regno per un cavallo

Domenico Colosi

Kean. Il mio regno per un cavallo

lunedì 30 Aprile 2018 - 06:39
Kean. Il mio regno per un cavallo

Al Clan Off l’applaudito debutto dello spettacolo firmato da Adriana Mangano

Solo vittorie di Pirro per Edmund Kean, attore, commediante, re della pantomima e del teatro scespiriano. Dalla miseria degli inizi alla sbornia del successo, con un delirante egotismo a condurlo tra le scalcinate sale di provincia e i fastosi teatri londinesi: lava ardente in grado di piegare burocrazia e biechi impresari, rivali di palcoscenico e tragedie private, fino al trionfo in groppa ad un cavallo di nome Shylock. Attorniato di prostitute, con un regno in frantumi, Kean vaneggia ancora per una condanna ad Arlecchino impressa come una lettera scarlatta. Non c’è più tempo, tuttavia, per ricominciare uno squallido gioco dell’oca: incombe il sipario.

Molte mani e decine di volti intorno alla storia del divo Kean, terreno privilegiato per affabulatori e mattatori: Alexandre Dumas, Jean Paul Sartre o Raymund FitzSimons a redigere il perfetto inventario del genio malato di egocentrismo, Anthony Hopkins, Ben Kingsley, Vittorio Gassman e Gigi Proietti (nomi tra i tanti di una lista ben più nutrita) a illustrarne la materia. Per il debutto del Clan Off, la giovanissima regista messinese Adriana Mangano privilegia la corda tragica per limitare possibili straripamenti ironici; nel flusso di coscienza dell’Edmund Kean di Alessio Bonaffini – in cui anche la notizia della morte di un figlio resta schiacciata tra le informazioni marginali – le dimensioni temporali si sovrappongono con grazia, rivelando l’intero spettro dei sentimenti del protagonista: dal risentimento alla pietà, dalla cenere all’alloro. Al controllo totale della prima parte segue il lungo cammino verso il climax finale, un cupio dissolvi che non cede mai a possibili ammiccamenti, passando per momenti di cupo lirismo (con tendenza autobiografica per ogni buon teatrante) come quello del dialogo con la moglie Mary. Opportune in questa direzione anche le scelte musicali, con il barocco kitsch di Rondò Veneziano o il calcolato struggimento del “Waltz of the Eyes” di Stavros Lantsias.

Con la possibilità di sfrondare ancora un testo su cui si è già operato con intuito e armonia, Adriana Mangano affida ai costumi di Liliana Pispisa i cambi di registro per gli scarti interni: gli inserti scespiriani (da Otello a Shylock) nobilitano l’intensità della narrazione, mentre la furia e la piena aderenza di Bonaffini al personaggio muovono l’attenzione verso l’impossibilità dell’ideale in arte, oltre i territori della dialettica tra etica ed estetica. Dilemma irrisolvibile anche per Edmund Kean, vittima consapevole del proprio trionfo.

Domenico Colosi

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