La trilogia degli occhiali di Emma Dante

La trilogia degli occhiali di Emma Dante

La trilogia degli occhiali di Emma Dante

venerdì 13 Maggio 2011 - 14:30

Acquasanta era la prima parte de La trilogia degli occhiali di Emma Dante che aveva debuttato ai primi di maggio dello scorso anno nel Teatro Vittorio Emanuele di Noto. Vi si raccontava, come qualcuno ricorderà, del mozzo Spicchiato, interpretato da Carmine Maringola, che è pure il compagno della Dante, abbarbicato e legato alle funi d’una prua d’un barcone, quasi come una polena degli antichi galeoni, deriso e abbandonato sulla terra ferma dai suoi compagni perché ritenuto folle. Nel suo solipsistico delirio simulava la voce del capitano e della ciurma e raccontava immaginari salvataggi, mentre sulla sua testa pendeva una specie di lampadario formato da una trentina di timer luccicanti, il cui ticchettio per lui diventava solo il ricordo struggente del mare che aveva sempre amato. Adesso, sempre nello stesso Teatro, diretto con competenza da Corrado Russo, vi si rappresentano le altre due parti che completano La trilogia degli occhiali, il cui fil rouge, spiazzante in parte, non sono tanto gli occhiali che i vari protagonisti indossano, ma il loro modo di vivere una vita di sofferenze, di solitudine e di vecchiaia. Ecco dunque Il castello della Zisa, abitato da due suorine ( Claudia Benassi e Stephanie Taillandier) che si muovono e si vestono sincronicamente, spostando e tirando quattro piccole croci tenute da corde elasticizzate e che accudiscono un giovane catatonico (Onofrio Zummo) giocherellando con lui con birilli, palline, racchette, hula-op, con l’intento di stimolarlo, mentre lui cade e si rialza, accenna a masturbarsi, sogna di vedere attraverso gli occhiali il castello della Zisa abitato da draghi da sconfiggere. La terza tranche, forse la più bella, s’intitola Ballarini ed è un atto senza parole alla maniera di Beckett, cui si aggiungono canzoni anni ’60 e ’70. E’ una storia d’amore che sprizza poesia e nostalgia, tratteggiata da Emma Dante con fragilità e tenerezza, ispirata alla vita della poetessa Alda Merini. All’inizio lei (Elena Borgogni) è una vecchietta con maschera di gomma china su un baule aperto da cui estrae una spina e una presa elettrica. Non appena le collega accade quello che è successo a Cenerentola quando la fatina le offre una carrozza dorata per andare a corte al ballo del principe. Da un altro baule in fondo alla scena c’è un vecchio, anche lui con maschera di gomma (Sabino Civilleri) che la guarda e le sorride. I due si abbracciano e iniziano a ballare sulle note d’una canzone di Mina (E se domani io non potessi rivedere te, mettiamo il caso….). E’ la sera di Capodanno e sono d’obbligo auguri e baci. Dopo avere lei fatto suonare un piccolo carillon, entrambi si tolgono le maschere da vecchi, inforcano gli occhiali e con nuovi vestiti sembrano due giovani innamorati che riprendono a ballare rivivendo a ritroso la loro storia d’amore sulle note di canzoni cantate da Luigi Tenco, Rita Pavone, Edoardo Vianello e altri, per ripiombare lentamente e irrimediabilmente in un presente senza aspettative e speranze. Gli occhiali sono serviti a tutti i protagonisti della trilogia, solo da schermo, per non vedere la brutalità del mondo che li circonda utilizzato solo per chiudersi nei loro sogni.- Gigi Giacobbe

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