E' morto Vincenzo Ardizzone, primo presidente della Provincia e cofondatore della Dc. La sua ultima intervista - Tempo Stretto - Ultime notizie da Messina e Reggio Calabria

E’ morto Vincenzo Ardizzone, primo presidente della Provincia e cofondatore della Dc. La sua ultima intervista

Alessandra Serio

E’ morto Vincenzo Ardizzone, primo presidente della Provincia e cofondatore della Dc. La sua ultima intervista

venerdì 06 Marzo 2015 - 23:04

La fondazione della Dc, delle Acli, della Cisl, del Consorzio Autostrade e la nascita della Provincia. Un secolo di storia dei cattolici in politica e dell'amministrazione a Messina raccontata dalle parole del politico spentosi ieri a 93 anni nella sua ultima intervista rilasciata ad Alessandra Serio. Che sui cattolici in politica disse: "non vedo un futuro di unità"

E’ morto ieri a Messina alla bella età di 93 anni Vincenzo Ardizzone, primo presidente della Provincia, creatore del Consorzio Autostrade, uno dei fondatori della Democrazia Cristiana in riva allo Stretto. Un secolo di storia messinese e italiana raccontata da uno dei protagonisti nelle sue parole, raccolte da Alessandra Serio per Mag nel 2008, la sua ultima intervista che qui riproponiamo.

Abbandono l’idea di intervistare – in senso strettamente tecnico – Vincenzo Ardizzone dopo i primi 5 minuti di chiacchierata. Ottantasei anni portati lucidissimamente, la parlantina sciolta e una cortesia e quella modestia che non ti aspetti da un pezzo della storia di Messina e della Democrazia Cristiana italiana. La sensazione, dopo avermi mostrato orgoglioso la sconfinata collezione di campanelli, oltre mille pezzi di pregio di svariati materiali e provenienze – è che questo grande vecchio della politica italiana abbia voglia di raccontare. E raccontarsi. Di come è entrato in politica, è diventato il primo presidente della Provincia di Messina, ha fondato il Cas, ha guadato Tangentopoli e si è ritirato a vita privata. Una vita privata fatta di grandi soddisfazioni ma anche drammi e difficoltà. L’intervista diventa quindi subito il suo racconto, sciorinato con le carte davanti, Ardizzone ha un archivio immane, si è portato a casa copie di atti, progetti, bilanci della Provincia. Tutte testimonianze del suo lavoro, di quel che ha fatto e quel che non è riuscito a fare. Ben poco, a sentire quel che dicono di lui.

Presidente, 86 anni di storia e non sentirseli, le va di tracciare un bilancio? Non sono certo che 86 anni siano abbastanza per fare un bilancio della propria vita. Forse sono abbastanza per raccontare. Sono entrato in politica dalla porta della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, durante il fascismo. Ero delegato alla propaganda nella mia diocesi che comprendeva la provincia tirrenica fino a Falcone. Ero cioè inserito nel territorio e nella rete che poi diventò la Democrazia Cristiana. Ho contribuito a fondare, insieme a Giulio Andreotti, il gruppo giovanile della DC. Un altro uomo simbolo della storia italiana.

Il senatore ricorda spesso l’amicizia che vi lega, lo fece anche a Messina, in Fiera, nel corso del suo ultimo soggiorno. Cosa vi unì? Negli anni ’40 la mia famiglia – siamo costruttori – possedeva l’Hotel Milano, dove alloggiava Andreotti quando veniva in città. Allora era vice di Aldo Moro alla guida della Fuci, veniva per promuovere l’organizzazione, io ero in Azione Cattolica. Un uomo di straordinaria intelligenza Andreotti, mi ha sempre colpito quel suo atteggiamento freddo, glaciale. Me lo ricordo sotto i bombardamenti: anche nei momenti di maggiore pericolo non perdeva la calma, non si scomponeva mai. Con lui fondammo la corrente Primavera, io poi mi dedicai alla nascita delle Acli, l’Associazione Cattolica Lavoratori Italiani. Una stagione di grande impegno politico, il primo ventennio repubblicano d’Italia. E di grande dinamismo anche per Messina.

Che ricordi ha di quel periodo? Grande nostalgia per un modo di intendere la politica che non c’è più. Noi facevamo politica perché credevamo in quegli ideali e in base a quelli agivamo. Ce ne importava molto meno di poltrone, opportunismi, equilibri di potere. Prima delle Acli, quelli che come me venivano dalle organizzazioni cattoliche, ci dedicammo alla nascita del movimento operaio. Prima nel fronte unitario e poi, dopo la rottura con i lavoratori comunisti, con i sindacati liberi. Il sindacato cattolico è nato in una notte: cercai e trovai i locali, chiamai a raccolta tutti, e così nacque la Cisl. Poi, negli anni ’60, il passaggio dalla politica alla pubblica amministrazione. E’ stato il primo presidente della Provincia, dopo decenni di commissariamento, eletto dai consiglieri comunali e provinciali, secondo l’allora legge elettorale: fu un vero e proprio plebiscito. Raccolsi i frutti del mio lavoro giovanile con le organizzazioni cattoliche. Ero stato al centro di tutti i movimenti, ero un grande organizzatore e avevo girato per tutto il territorio messinese: mi conoscevano tutti. Ero stato vicino a Luigi Gedda, incaricato dal Papa di mettere in piedi i comitati civici, nel corso della guerra, quelli che successivamente insieme alle altre organizzazioni cattoliche diventarono la DC. I comitati civici erano vicini alla gente, nel ’48 assicurarono alla Dc la maggioranza assoluta. Nonostante ciò De Gasperi, che io considero un uomo della Provvidenza, decise di governare insieme alle altre forze politiche e diede vita al Quadripartito insieme a Liberali, Repubblicani e Socialdemocratici. Una grande lezione di democrazia. A quel punto, con la struttura della Dc in piedi e radicata nel paese, il partito con la maggioranza in mano, ritenni di aver esaurito il mio compito e tornai alla mia impresa di costruzione. Tornai alla “manicula” come piace dire a me.

E mentre se ne stava con la manicula in mano lo chiamarono alla guida della Provincia… Venni prima nominato consultore. Allora le province erano rette da una giunta, guidata da un delegato del governo regionale e un consiglio di consultori. La Provincia come ente cominciò a funzionare solo nel ’62. Nell’immediato dopoguerra il governo regionale penso che 9 province non potevano bastare per un territorio vasto come quello siciliano e pensarono ad una legge per istituirne almeno il doppio. A Messina ne erano previste ben tre. C’era però un problema: erano però i consigli comunali che dovevano decidere quale paese doveva essere capofila. I comuni litigarono per circa 15 anni senza trovare l’accordo e nel campanilismo naufragò il progetto. Nel 1956 venni nominato consultore, senza neppure essere preventivamente consultato: volevano un uomo super partes, fuori dai giochi. Dal 1956 al 1962, quando venne eletto prima consultore poi delegato regionale: sei anni di instancabile lavoro. I vecchi dirigenti della Provincia la ricordano ancora. Ero il più giovane consultore, venivo tenuto in scarsa considerazione. Mi diedero l’incarico di occuparmi dell’economato, degli affari generali e del brefotrofio. Un incarico, questo ultimo, che ricordo ancora e che mi impegnò molto, anche umanamente. Nel brefotrofio c’erano i figli illegittimi , figli di donne in difficoltà, molto segnate dalla vita, che ho sempre trattato con grande rispetto. Ricordo un episodio in particolare. Ero fidanzato da poco con quella che poi diventò mia moglie e con lei e i suoceri partimmo per un viaggio, eravamo diretti di là dello Stretto. Per imbarcarci e traghettare passammo davanti la Dogana, dove le donne “esercitavano”, e tutte mi salutarono. Mio suocero mi guardò di traverso, mi ci volle qualche minuto per uscire dall’imbarazzo e spiegargli come mai tutte mi conoscessero.

Infatti la cura dell’infanzia fu uno dei principali punti del programma del primo presidente della Provincia regionale di Messina. Il 18 febbraio 1962 venni eletto consigliere e nel marzo successivo presidente. Mi conoscevano davvero tutti in provincia, ero ben voluto e stimato anche da qualche consigliere dei partiti avversi, sono sempre stato un uomo super partes, a volte anche criticato per la rigidità con la quale perseguivo sempre il bene collettivo e mai gli interessi particolari di qualcuno, ero considerato un uomo dal brutto carattere dai dipendenti della Provincia e dai dirigenti partitici. Ho sempre avuto ottimi rapporti con tutti, dall’ultimo dipendente al primo dirigente, ma per me sul lavoro non si transigeva. Arrivato alla Provincia, varai il regolamento organico, inquadrando tutti i dipendenti in base a titolo di studio e lavoro svolto sin lì, ricostruendo la loro carriera, e per questo ho ricevuto gli apprezzamenti delle organizzazioni sindacali. Ma favoritismi e scorciatoie mai, neppure al cantoniere che dicendosi malato voleva un posto d’ufficio. Se fosse stato malato avrebbe potuto usufruire della malattia, fare un altro lavoro non avrebbe avuto senso. Ma nel programma c’era anche la bitumatura delle strade provinciali, la ristrutturazione degli uffici della Provincia, la realizzazioni di una rete di strade rurali.

E le autostrade. Lei ha fondato il Consorzio Autostrade per realizzare in un primo momento la Messina –Patti: 130 km in 5 anni, quando alla guida c’era lei. Poi: una lunga serie di incompiute. Erano i primi anni ’60 ed in Sicilia era tutto un costruire. Messina aveva bisogno di collegamenti rapidi con l’interland, dove c’erano molti cementifici e le industrie di laterizi. Politici ed imprenditori discutevano di un traforo dei Peloritani. Io la vedevo diversamente, ed ero spesso avversato. Venivo guardato come un marziano quando spiegavo che, discutendo di opere pubbliche, bisognava ragionare a 30 anni avanti. Non serviva il traforo dei peloritani, serviva l’autostrada. Passò la mia linea, non senza fatica. Quindi, come avevo fatto con la Cisl, una mattina uscì di casa, affittai un locale a piazza Cairoli e nacque il Consorzio. Dopo 3 anni arrivammo a Patti, in 5 anni coprimmo 130 chilometri. Per reperire dalle banche i soldi che servivano ci affidammo alla Regione, alla metà degli anni ’80, quando la legge dettò nuovi sistemi di finanziamento. Non fu sempre facile, ma fino a che ho avuto le mani libere siamo andati avanti con costanza. Poi nel ’93 andai in pensione e sbarcai dalla nave.

Una nave che oggi affonda. La guerra tra i dirigenti, la mala gestio, un buco da 12 milioni di euro persi tra bilanci e carte che neppure il Consorzio sa che fine abbiano fatto, il ritiro della concessione. Un ben triste epilogo. Che è successo, secondo lei? Non ragiono nello specifico perché non conosco i fatti, però problemi di questo genere nascono sempre dalla qualità degli uomini, dei dirigenti. Anche ai miei tempi la politica non era scevra dai favoritismi e altro, ma c’era anche la volontà del fare, si sentiva il dovere di realizzare i compiti quali eravamo chiamati. Quando tutto diventa un affare di poltrone, tutti gli enti diventano carrozzoni clientelari e nulla d’altro. A queste condizioni, questi epiloghi sono inevitabili.

L’inflessibilità non la salvò da Tangentopoli, a costarle caro fu appunto il Cas. Ancor prima ero stato inquisito insieme all’ex cda del Banco di Sicilia. Ero nel consiglio come rappresentante delle amministrazioni provinciali. Un incarico che avevo accolto con entusiasmo perché venivo da anni di esperienza alla Banca Popolare di Messina, di cui ero stato uno dei fondatori. Nel mirino della magistratura finì l’operato dell’allora presidente, che trascinò tutti con sé. Tutti processati e assolti. Ma il danno era stato fatto. Quando venni rinviato a giudizio per la vicenda del Bds mi dimisi dalla Provincia. Poi ebbi la sfortuna di incappare in Tangentopoli. Fu un altro colpo al cuore, ma ero sereno. Quando, al processo di primo grado mi presentai per rendere dichiarazioni spontanee ai giudici dissi solo 5 parole: non so perché sono qui. Infatti fui assolto in primo e secondo grado. Ho avuto la soddisfazione quando nel 2005, in appello, è stato lo stesso procuratore generale a chiedere la mia assoluzione. Di là degli esiti processuali,

Tangentopoli è stata una stagione che ha cambiato l’Italia e la politica. Un cambiamento che ha riguardato soprattutto i cattolici in politica. E’ stato un processo politico. Si è messo sotto processo il sistema di finanziamento ai partiti bollando solo come corruzione, senza capire davvero qual era il meccanismo. Certo, la corruzione c’era, ma così si è spazzata via la politica e la corruzione è rimasta. Con Tangentopoli la politica ha perso tanti uomini di valore, hanno dato molto all’Italia tutti, senza distinzione di colore e schieramento. Oggi non ci sono più i partiti e neppure politici che credono nella politica. Ci sono solo i movimenti personalistici, la democrazia è stata uccisa, e l’hanno uccisa da sinistra e da destra, concordi. Eliminare le preferenze forse non è stato un male, ma con le liste poi si calano dall’alto uomini e decisioni. Dove andremo a finire mi pare abbastanza chiaro. I cattolici non hanno fatto e non fanno eccezione.

Però c’è una grande ripresa dell’attivismo cattolico in politica, come testimonia il caso Eluana. Ma sono fenomeni diversi. Quando si tratta di discussioni su principi ci sono interventi sporadici, che però non mettono d’accordo neppure gli stessi cattolici. Non vedo un futuro d’unità per i cattolici e la politica e d’altronde non avrebbe senso. La Dc nacque a suo tempo per arginare il pericolo comunista. Adesso chi è il nemico, contro chi dovrebbero coalizzarsi? Dal Pd – attraverso al Margherita – al movimento di Berlusconi, tutti i dirigenti sono ex Dc. Qualcosa vorrà pur dire

Come per molti altri, anche per lei Tangentopoli ha segnato l’addio alla politica. Se vuole dire che sono andato in pensione la risposta è no. A settant’anni sono tornato alla mia impresa. E alla mia famiglia. Poi c’è la collezione di campanelli!

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2 commenti

  1. Il nostalgico autore di questo articolo fà un tributo a Ardizzone, sdoganando con nonchalance la vecchia classe politica (pre-tangentopoli), mentre una parte del popolo Italiano soffre di indigenza!
    Al di là della pietas di fronte alla morte, dico:
    Grazie Ardizzone, presto ti dedicheremo un pezzo di autostrada.

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  2. Il nostalgico autore di questo articolo fà un tributo a Ardizzone, sdoganando con nonchalance la vecchia classe politica (pre-tangentopoli), mentre una parte del popolo Italiano soffre di indigenza!
    Al di là della pietas di fronte alla morte, dico:
    Grazie Ardizzone, presto ti dedicheremo un pezzo di autostrada.

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