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‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni: la nostra terra raccontata in versi da Paolo Musarra

Emanuela Giorgianni

‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni: la nostra terra raccontata in versi da Paolo Musarra

sabato 29 Giugno 2019 - 08:06
‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni: la nostra terra raccontata in versi da Paolo Musarra

‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni è una raccolta poetica che il suo autore Paolo Musarra dedica interamente alla Sicilia, partendo dal suo amato Borgo del Ringo. La presentazione è avvenuta alla Libreria Ciofalo, Mondadori Bookstore di Messina, con Patrizia Danzè e Sergio Todesco.

Un elegante e appassionante elogio alla Sicilia, a Messina e al suo Borgo del Ringo in primis ma non solo, anche Favignana, Noto, Letojanni, Belvedere, luoghi in cui i componimenti sono stati scritti, un inno alla sua bellezza e ai suoi valori; questo e molto di più è ‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni. Storie di un borgo marinaro di Paolo Musarra. Una raccolta di poesie che si fanno leggere tutte d’un fiato, tra sorrisi ed emozioni, tanto nella versione originale in dialetto, quanto nell’altrettanto poetica traduzione accanto, il tutto accompagnato da foto intense ed emblematiche, in una simbiosi perfetta.

L’autore ha presentato il suo lavoro alla Libreria Ciofalo, Mondadori Bookstore di Messina, insieme a Patrizia Danzè e Sergio Todesco, dinanzi a un pubblico vastissimo ed entusiasta. Leggono i brani, restituendone la forza e l’intensità, Caterina Oteri e Lillo Gusmano.

Musarra, così, si racconta: “Iniziai a scrivere a 13 anni per un giornalino parrocchiale e crescendo la vena poetica mi apparve sempre più forte; quando a 16, 17 anni, da ragazzino, per le prime volte, mi innamorai, composi le mie poesie perché, dopo due mesi di corteggiamento, quello che si poteva fare era scrivere oppure cantare; poi, durante gli anni dell’università, vidi la mia passione alimentarsi sempre di più. Per lavoro dovetti abbandonare questo amore, finché intorno all’anno 2000, passando dal mio Borgo del Ringo, assistetti alla scena di un pescatore che tirava una barchetta e mi apparve l’immagine particolare di Don Petru, cui sono molto legato, l’uomo che mi ha cresciuto e insegnato a nuotare. Da tal momento ho avuto desiderio di rivalutare il borgo e tutto parte da lì, da quel luogo stupendo che, purtroppo, ha perso tanto oggi. L’idea iniziale fu quella di un romanzo, Giovanni Molonia era il mio riferimento, ma poi l’ispirazione poetica ebbe la meglio. E proprio a Molonia dedico la mia silloge, grandissimo amico e grandissima fonte di cultura per la nostra città”.

La sicilianità, a partire proprio dall’amato Borgo del Ringo (così chiamato, in rimando al lemma “aringo”, perché si era soliti arringare lì i cavalli), trionfa protagonista tra le pagine, i suoi versi dialettali ne rievocano suoni, odori, colori, e valori, la sua essenza fuoriesce in tutte le sfaccettature e con questa il forte amore dell’autore per la sua terra. “Non si parla mai abbastanza di poesia, e quella dialettale è ancora più negletta, perciò raccogliere parole arrugginite e balbettanti e riscoprirle è un’opera di valore estremamente importante” dichiara Danzè.

Questi racconti in versi colpiscono il cuore, come succede per “U cuntu”, la storia di Santa che una nonna racconta alla nipotina e che la nipotina riconosce, con tanta tenerezza, non essere un racconto qualsiasi; o per la vicenda di Alessandrina che va a salvare un suddateddu pensando al proprio figlio in guerra per, poi, avere una grande sorpresa.

Sono le straordinarie storie della nostra ordinaria quotidianità, le memorie popolari, le descrizioni di un magico borgo marinaro. Tra brividi ed emozioni ma anche sorprese e risate, apprendiamo la storia di Don Petru il pescatore, che non pensa a ‘i so’ mani stanchi di tirari; di Pippinu che ha una strana malattia, soffre per amore; di Margherita che aspetta ancora il ritorno del suo amato dalla guerra; di Turiddu che chiede alla morte di ritardare un po’; di Nella che prepara, con amore, al marito l’agghiotta alternativa; della strepitosa Nunziata che stronca due ragazzi che si sfidano tra loro per conquistarla, come se fosse un oggetto, dando loro una grande lezione sull’amore, che fa sorridere ma al tempo stesso riflettere “l’amuri è lu ‘cori c’ ‘u cumanna e non si cancia comu ‘na mutanna, pusati ora ‘sti minchi di cuteddi e ricittati ‘i vostri ciriveddi”.

È questo un grande merito di Musarra, la capacità di far emozionare e, dietro un sorriso o un’inflessione dialettale simpatica, far riflettere il suo lettore. Le sue memorie popolari si intrecciano, infatti, anche ai grandi avvenimenti della storia, racconta i miti e le tradizioni della sua terra, come avviene nella poesia San Francesco; presenta l’avvento di Garibaldi con I mille, descrivendo quel imponente albero sotto cui sono passati Pippinu cu tutti i so’ milli; ma sa anche fare satira della politica come nel ‘U referendum, in cui due giovani urlano, finalmente, ai potenti ‘mbrugghiati puru i santi.

“Incontriamo poesie basate sulle riflessioni di un passato coincidente con una vita che era diversa, ‘prima della scomparsa delle lucciole’, direbbe Pasolini, era diverso il modo delle persone di rapportarsi le une alle altre, era un mondo più semplice. Vi è pudore, ironia, non c’è sbracamento di sentimenti, ma una onesta restituzione di sensazioni, per essere testimonianza del presente. Poesie raffinate e veramente godibili che si articolano su due piani narrativi: uno riguarda i personaggi descritti, più oggettivo, in cui l’autore si cala a pieno nelle situazioni intessute; e un piano più intimo, soggettivo, in cui ci si abbandona all’interiorità, alle sensazioni, a contatto con elementi della natura, in primis il mare” spiega Todesco.

Cuore di ogni avvenimento sono quei valori unici e fondamentali, in Sicilia più che mai, senso di ogni cosa, incentivo di qualsiasi azione di quella gente speciale, che nella sua semplicità porta con sé una forza eroica; sono i valori di cui parla la poesia “Il testamento”: l’onuri, lu curaggiu e ‘a dignitàe l’amuri granni e forti pi la vita, che l’autore narra, facendosi, come afferma Elisa Roccazzella nella prefazione, “paladino della sua terra e dei suoi valori”.

Il sodalizio incredibile, tra parole, foto e momenti descritti, fa vivere questa terra così unica e particolare dinanzi agli occhi dei lettori; accanto alle figure caratteristiche raccontate, divengono personaggi fondamentali la luna, le lampare, le stelle, lo scirocco d’agosto, anche il maggio “misi di cori afflitti e scuncassati”; il mare e il vento sono, poi, protagonisti indiscussi, come è percepibile già dal titolo. Amati e odiati, danno tanto alla nostra terra ma tanto sanno anche toglierle, sono pericolosi, ma come farne a meno? “I vecchi piscaturi sannu chi ‘u mari e ‘u ventu sunnu assai periculusi…, ma pi iddi chisti non sunnu mutivi pi lassari a barca ‘nterra”. La rappresentazione di essi, che l’autore delinea, si ripropone tra tutte le poesie, ne diviene il potente filo conduttore e l’emblema di ciò che la raccolta poetica racchiude.

È proprio la poesia finale a dare il titolo all’opera e, nei suoi versi, vi è il lascito che Musarra vuole consegnare ai lettori. Le sue poesie, così come avviene nella sua terra, dove si trovano “promesse eterne d’amore e speranza scritte sui muri”, sono una celebrazione della vita, dell’amore, della forza, della speranza, una celebrazione che non dimentica accanto al bene la presenza del male, ma che vuole esserci nonostante questo. “Musarra tocca con mano la carne palpitante di questo passato, fatto di fatiche, sofferenze, traendone una meditazione generale sull’esistenza umana” ritiene, infatti, Todesco.

Leggere ‘U venti chiama e ‘u Mari rispunni non è mai sfogliare passivamente le pagine, o apprezzarne, semplicemente, la sonorità (perfettamente studiata e realizzata, con i suoi metri, dattili, giambi, endecasillabi, rime, assonanze e consonanze), è vivere un’esperienza profonda, che fa riflettere e cambiare, insegna ad apprezzare quello che abbiamo, per niente poco, e a godere la vita senza scoraggiarsi durante le difficoltà perché, come dice Catarinedda, “campa filici, c’ ‘a vita è troppu bedda!”.

Un’opera d’altissimo livello, che leggere fa bene, con un fine altrettanto alto, tutti i proventi andranno, infatti, alle Piccole Sorelle dei Poveri.

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