Per la rubrica fotografica Stefano Bucceri, 63 anni, arrivato in Piemonte in anni difficili per i meridionali che emigravano
VISTI DA LONTANO di Rosario Lucà – Stefano Bucceri è nato a Taormina 63 anni fa e ricorda benissimo la data del suo arrivo a Torino: il 13 giugno 1984.










È arrivato a Torino per frequentare la Scuola Sottufficiali dei Carabinieri e infatti, fino al 31 gennaio 2017, Stefano Bucceri è stato un carabiniere.
Dopo la pensione, anziché “andare a guardare i cantieri”, come vuole il cliché, ha deciso di entrarci davvero nei cantieri: oggi gestisce una società che si occupa di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
È sposato con una pugliese, Franca, che ama la Sicilia almeno quanto lui; hanno un figlio, Valentino, di 24 anni. Franca, si sente siciliana anche lei: pur avendo ancora mamma e sorelle in Puglia, preferisce trascorrere il suo tempo a Taormina.
Ha conosciuto Stefano grazie al lavoro del padre, un importante vivaista del Tarantino che, per scelta, acquistava tutte le sue piante in Sicilia, dalle parti di Villafranca Tirrena.
Trascorrono sempre le vacanze in Sicilia e in Puglia ci vanno la settimana di Ferragosto, mi dice Stefano, quando Taormina diventa invivibile.
Stefano vive a Taormina fino ai 18 anni, è cresciuto sulla spiaggia dell’Isola Bella: e questo è, a tutti gli effetti, il suo imprinting. Mi dice: “Se sei cresciuto a dieci metri dal mare, il mare ti resta addosso per sempre: è la parte della Sicilia che mi manca di più”.
Ha una casa sulla scogliera, affacciata sul mare, ereditata dai genitori, che lui stesso definisce “con una vista mozzafiato”, chi è passato anche solo una volta dalla “Perla dello Ionio” non può faticare a credergli.
Da bambino era tranquillo, taciturno e un po’ timido, sorride e mi dice: “Oggi ci vuole uno schiaffo per farmi cominciare a parlare e dieci per farmi smettere”. Non si definisce un bambino discolo, anche se qualche marachella l’ha combinata anche lui.
Mi racconta la Taormina di cinquant’anni fa che era già una località turistica, ma di un turismo diverso da quello di oggi, meno mordi e fuggi, più ricercato e più agiato.
Questo rendeva quel lembo di terra un luogo privilegiato: grazie al clima mite il turismo non era stagionale e il lavoro nelle strutture turistiche si trovava tutto l’anno.
La sua famiglia, infatti, non ha mai conosciuto disoccupazione.
I nonni materni erano contadini e coltivavano di tutto, ma lavoravano anche nelle strutture turistiche di Taormina: la nonna Carmela al Grand Hotel Paradiso, il nonno Giorgio al ristorante Il Pescatore.
Uno zio pescatore aprì poi un ristorante proprio sopra l’Isola Bella, e così Stefano conosce presto il lavoro: finite le scuole, d’estate, iniziava la stagione nel ristorante dello zio.
Il tempo, in Sicilia, era scandito da due stagioni: quella della scuola, in cui si studiava, e quella estiva, in cui “si faceva la stagione”.
Già ai tempi delle elementari, la sua “vacanza dal lavoro” era la campagna di Graniti che, per lui che veniva dal mare, era come andare sulle Dolomiti.
Andava dagli zii che coltivavano la terra: avevano un vigneto, dove Stefano imparò a potare, e un uliveto da cui ricavavano l’olio.
Ricorda le partenze al mattino molto presto, lo zio che passava dal caseificio per prendere la provola, la zia che poi sfornava il pane casereccio, i pomodori direttamente dall’orto. Quelle colazioni semplici – pane caldo, pomodoro e provola – avevano il sapore meraviglioso delle cose della terra.
Ancora oggi Stefano fa il pane casereccio in casa sua per rievocare quei momenti.
D’estate conosceva molta gente e, inevitabilmente, anche quegli amori acerbi con le turiste di passaggio, le sue prime “fidanziatine”.
Ma i ricordi più belli sono sempre lì, su quella spiaggia; prima di diventare un ristorante, il locale dello zio era un magazzino di pescatori, con una piccola cucina e due fornelli portatili.
Di giorno si andava per mare con la barca e la sera il pescato veniva cucinato direttamente sulla spiaggia.
Stefano, lì, ha visto brillare non solo il sole dell’estate, ma anche le fritture croccanti e le grigliate che profumavano di mare.
Diventato più grande lavorava all’Hotel Miramare ma la sua passione più grande è sempre stata la pesca e lo è ancora.
Con il suo amico più caro, Maurizio con cui si chiamavano “cumpari” , erano così legati che li chiamavano “u sicchio e a corda”; cercavano di avere lo stesso giorno libero per uscire a pescare , mi dice “eravamo “malati per la pesca”.
Gli chiedo di raccontarmi qualche episodio di pesca, i suoi occhi si accendono e i suoi racconti partono accompagnati dalla mimica delle braccia che raccolgono la lenza o tirano la canna.
L’episodio più coinvolgente riguarda una delle loro “uscite a totani”.
Avevano un vecchio gozzo in legno, talmente malmesso che imbarcava acqua e così anche se continuavano a sgottare, il fondo della barca era sempre pieno e pescavano con i piedi a mollo.
Ad un certo punto l’amico aggancia qualcosa e urla: “Cumpari, u ‘ngarammai!” (“Ho incagliato l’amo!”).
Stefano corre ad aiutarlo e insieme tirano su piano piano, l’amo non si era impigliato ma alla fine fanno emergere un totano di sette chili e mezzo, così grande che quando si gonfiava faceva paura .
Lo posarono sul fondo della barca che era piena d’acqua: il totano continuava a gonfiarsi e spruzzare acqua ovunque, fino a bagnarli completamente.
Era inverno: arrivarono a riva fradici e infreddoliti, ma felici per quella pesca straordinaria.
Il giorno dopo erano gli “eroi del mare” e su Corso Umberto non si parlava che di loro e del loro totano .
Stefano andava a pescare anche con il suo fratello minore, Armando; erano impavidi, quando le altre barche rientravano, loro uscivano in mare a pescare.
Con Maurizio quando non potevano uscire in barca, prendevano il bus e andavano a Messina, in un negozio di articoli da pesca in via Garibaldi.
Erano ragazzini, facevano mille domande, chiedevano tutte le novità. Il proprietario, anche lui pescatore, li assecondava divertito.
A Torino, lontano dal mare, Stefano non ha perso il contatto con la natura: fa parte del Gruppo Micologico Torinese.
Si occupano di guidare gli appassionati, ma anche mappare le specie commestibili e non commestibili e formare gli iscritti a una raccolta consapevole.
Quando trovano una specie – anche non commestibile – la fotografano per documentarla ed evitare che qualcuno possa confonderla.
Gli chiedo cosa gli sia rimasto dentro di quella vita e che persona si senta oggi.
Mi dice che si sente siciliano in tutto: nel suo parlare si riconosce forte l’accento di Taormina, riconosco i termini dialettali diversi da quelli messinesi, nonostante la distanza sia solo di 40 km.
Stefano dice che il Piemonte è il suo domicilio, ma non la sua “casa”: non riesce a stare lontano dalla Sicilia per più di due mesi; mi viene da pensare che, in fondo, Stefano non sia mai davvero partito, che il suo cuore e la sua mente siano ancora su quella spiaggia dell’Isola Bella.
Nulla è cambiato nel suo modo di essere e vivere: con orgoglio mi dice “Sono rimasto me stesso”.
Mi racconta di quante persone ha conosciuto che, arrivate in Piemonte, nel giro di due mesi si erano già omologate e “diventate piemontesi”, fino a parlarne il dialetto.
Conosco bene questa realtà: l’ho vista anche io al mio arrivo a Torino; era figlia di un tempo difficile, in cui essere emigrati – specialmente dal Sud – significava affrontare rifiuto e diffidenza. Anche affittare una casa era un problema.
Erano anni difficili per chi arrivava dal sud per lavorare , molti hanno vissuto una vera ghettizzazione e spesso, per integrarsi ed essere accettati , dovevano mimetizzarsi fino a parlare il dialetto locale, magari aggiungendo un “né” alla fine della frase.
Dovremmo ricordarcene oggi, quando guardiamo i nuovi immigrati. E dovrebbero ricordarsene anche quei siciliani che hanno avuto nonni e genitori partiti per cercare fortuna altrove, e che oggi — paradossalmente — cedono al richiamo di chi, un tempo, aveva ben altre idee sull’unità del Paese.
Foto e testi di Rosario Lucà
