Il legame Fini-Tulliani alla prova della legalità
A detta di un popolare proverbio pare che ogni uomo, superata l’età adolescenziale, debba per forza finire risucchiato nel vortice (fatale?) del fascino rappresentato dal sesso debole. Che poi tanto debole non è se riesce a tirare molto più di un carro trainato da un branco di buoi.
A tale regola, evidentemente, non fanno eccezione né il presidente del Consiglio né, tanto meno, quello della Camera. Così che a un Berlusconi che preferisce viaggiare in “escort” fa da contrappunto un Fini che mal si accontenta di una notte mercenaria. L’ex leader di An la sua nuova compagna l’ha scelta per tutta la vita (almeno così si spera). Per più notti. A questo punto rimane solo da capire se vale l’esatto contrario, cioè se al disinteresse dell’uno corrisponde quello dell’altra.
In ogni caso capire come un uomo navigato, come il presidente della Camera, possa aver messo l’intera sua fortuna politica nella mani di una donna – che per tanti anni è stata legata sentimentalmente a un uomo d’affari conosciuto non proprio per la sua buona condotta morale e propensione alla legalità – rimane un assoluto mistero. A meno che… a meno che non si faccia riferimento al detto popolare sopra menzionato e cioè che un uomo quando s’invaghisce di una donna non sta mica a badare alle “sottigliezze”! Però, per uno che tenta di ricostruirsi una nuova posizione politica, puntando tutto sulla questione morale e sulla legalità, sarebbe meglio essere più prudenti ed evitare di sottovalutare particolari che potrebbero nuocere gravemente. Già perché sostenere, come ha più volte sostenuto Fini, che la «legalità» è un tema su cui «non si può mollare» e poi cadere su una quanto meno controversa compravendita di case a Montecarlo non è quello che si può definire il massimo della coerenza. Soprattutto se la casa più famosa di Boulevard Princesse Charlotte – di società in società (tutte rigorosamente con sede legale esotica) – è stata prima svenduta e poi presa in affitto da Giancarlo Tulliani.
Fini si è detto esterrefatto di tale situazione e tutti – compreso chi scrive – hanno creduto alle sue parole anche se non si è potuto fare a meno di notare come altri, a esempio il ministro Scajola, per meno alla fine abbiano optato per le dimissioni dalla carica ricoperta.
Con questo non si vuole certo che il presidente della Camera si dimetta. Di più: non importerebbe niente a nessuno della casa di Montecarlo, del cognato (il quale dopo un furtivo avvistamento al lavaggio macchine, con una Ferrari&fidanzata griffatissima, è sparito, volatilizzato, introvabile, che manco Bin Laden a Tora Bora ci era riuscito così bene), della compagna e della suocera (ovvero della sconosciuta casalinga con strabilianti contratti Rai) se non fosse che è stato lo stesso Fini a fare il diavolo a quattro sulla legalità, negli ultimi mesi, dicendo sostanzialmente che quando qualche personaggio con incarichi pubblici è solo sospettato di un qualche malaffare, allora si deve dimettere.
Non ci si meravigli, dunque, se il doppiopesismo di Fini, in alcuni, instilli qualche dubbio. E’ normale in fin dei conti pensarla allo stesso modo del prof. Piero Ignazi il quale, su L’Unità, non molto tempo addietro, ha affermato: «Fini fa un uso strumentale del tema della legalità, per una contrapposizione polemica all’interno del Pdl. Non credo che il tema attiri particolari consensi nell’elettorato cui tende Fini e non penso che egli si faccia tante illusioni».
