Messina, il caso La Residenza: 100 famiglie che rischiano la casa, tra sentenze e leggi. VIDEO - Tempostretto

Messina, il caso La Residenza: 100 famiglie che rischiano la casa, tra sentenze e leggi. VIDEO

Silvia De Domenico

Messina, il caso La Residenza: 100 famiglie che rischiano la casa, tra sentenze e leggi. VIDEO

giovedì 18 Novembre 2021 - 07:20

Il Comune pensa ad un recupero edilizio e un credito abitativo per gli inquilini de La Residenza, scettici su questa ipotesi ma con la spada di Damocle della demolizione

Servizio di Alessandra Serio e Silvia De Domenico

Dopo la sentenza della Cassazione che ha sancito che il complesso La Residenza è abusivo e il Comune di Messina deve abbatterlo, Palazzo Zanca ha aperto uno spiraglio per le quasi cento famiglie che ci abitano prospettando, se pur informalmente, un percorso che consenta loro di non perdere le case acquistate con tanto sacrificio.

Una soluzione che però non sembra convincere la maggior parte dei residenti. Nell’intervista una degli abitanti spiega perché, e ripercorre parte dell’intricata vicenda che riguarda il complesso. Una vicenda che si snoda tra sentenze penali e leggi regionali e finisce in un paradosso, quello che vivono oggi 100 famiglie che a fronte di tante battaglie, pur essendo parti lese, si ritrovano senza alcuna tutela legale. Le posizioni dei vari inquilini sono molto diversificate, tutti aspettano comunque di capire con più precisione cosa prospetta il Comune.

L’IPOTESI A CUI LAVORA IL COMUNE DI MESSINA

Cateno De Luca a La Residenza
Cateno De Luca a La Residenza

Qualche settimana fa, 11 mesi dopo la sentenza della Cassazione e 8 mesi dopo il deposito delle motivazioni della sentenza stessa, è stato il sindaco Cateno De Luca in persona a presentarsi al complesso, chiamando a raccolta i residenti e prospettando questa soluzione: che siano gli inquilini a cedere gratuitamente le abitazioni al Comune. In cambio ne avrebbero un credito abitativo, ovvero la possibilità di avere un’altra abitazione messa a disposizione dal Comune. Allo stesso tempo Palazzo Zanca si impegnerebbe comunque a percorrere la strada del recupero edilizio: entro cinque anni potrebbero essere realizzate delle opere “compensatorie” sull’area e il progetto andrebbe all’approvazione del consiglio comunale. Costo del progetto: un milione di euro, a carico del Comune. Se il progetto di recupero non fosse possibile, gli inquilini potrebbero comunque far leva sul credito abitativo e avere diritto ad un’altra abitazione.

Una soluzione allo studio di Palazzo Zanca, quindi, che deve ancora trovare concretezza negli uffici comunali, e che così prospettata agli inquilini piace poco soprattutto per le tante incertezze che porta con sé. Dove andiamo, mentre il Comune realizza il piano di recupero edilizio? Se non venisse realizzato, quale sarebbe l’abitazione ulteriore che potremmo avere? In tanti poi possono contare su atti legittimi, “risparmiati” dalla sentenza penale, e rivendicano quindi il diritto di restare nelle loro case. Palazzo Zanca, però, deve stringere i tempi. Anche perché il WWF, dopo la sentenza di dicembre 2020, ha a più riprese sollecitato la demolizione del complesso.

L’INTRICATA MATASSA GIUDIZIARIA E LEGISLATIVA

La sentenza della Corte di Cassazione del dicembre 2020 parla chiaro: respingendo l’appello del dirigente comunale Rando che voleva ridiscutere la sentenza di condanna d’appello, la Suprema Corte ha reso definitiva quel verdetto stabilendo che: le concessioni edilizie sono illegittime, il complesso è abusivo e il Comune di Messina deve abbatterle.

Il complesso è abusivo anche per la Regione, che con la Zps ha istituito un vincolo preciso in quella zona. Dal punto di vista “giudiziario”, gli inquilini sono i così detti terzi di buona fede: hanno acquistato gli appartamenti sulla base di concessioni edilizie regolari, che soltanto in seguito sono risultate essere tutt’altro che regolari. Loro però non potevano saperlo. Per loro quindi esiste la possibilità che venga revocata la confisca proprio in quanto terzi di buona fede appunto. Nessun giudice, però, può tornare indietro rispetto alla pronunzia sull’abusivismo del complesso, che abusivo resta, appunto.

Ecco perché, tra vincoli regionali e sentenze penali, anche la strada del recupero edilizio sembra tutta in salita: paradossalmente realizzare nuove opere nell’area, pur di riqualificazione, non sana l’abusivismo del complesso ma al contrario finirebbe per mettere il Comune nella condizione di realizzare ulteriori abusi. Ma sui progetti in corso, come scritto, tutti aspettano di capire qualcosa in più, in attesa che Palazzo Zanca prospetti una strada più precisa e che tenga conto delle differenze tra le varie posizioni.

VIVERE SUL TORRENTE TRAPANI

Vivere sul Torrente Trapani a sentire gli abitanti non è semplice, soprattutto per quelli della parte sommitale, tra La Residenza e il complesso Aurora, che più volte hanno denunciato il degrado dell’area e hanno spiegato di sentirsi abbandonati dal Comune. Eppure nessuno di queste 100 famiglie guarda volentieri alla prospettiva di doversene andare.

Vivere a La Residenza in particolare toglie il fiato e fa girare la testa, per lo strapiombo su cui è arroccato come per la bellezza del panorama che si gode da lassù. Dieci anni fa, qualcuno ancora prima, hanno messo insieme il denaro, fatto tanti sacrifici, ed hanno comprato quelle abitazioni nuove di zecca immaginando come sarebbe stato abitarci, crescerci i figli, o invecchiare in serenità.

Qualcuno ha pagato in contanti, qualcuno si è messo un oneroso mutuo sulle spalle che ancora deve essere estinto, altri hanno firmato un preliminare o un atto di acquisto che non hanno fatto in tempo a registrare perché la società costruttrice è stata dichiarata fallita prima. E le hanno comprate a caro prezzo, quelle case, perché il complesso veniva venduto come abitazione nuova in una zona residenziale a forte espansione. Adesso si trovano con in mano un pezzo di carta che vale niente e una casa che vale molto meno di quando l’hanno acquistata, ammesso e non concesso che possa essere venduta. Nell’intervista, una delle inquiline spiega tutta la situazione e il dramma di quel paradosso in cui vivono: vittime di un reato senza alcuna tutela legale. Non sono tutti d’accordo con lei ovviamente, e nel tempo qualche intervento pubblico di miglioria c’è stato. Le telecamere, per esempio, sono state collocate in quasi tutte le aree, e la raccolta della differenziata è migliorata notevolmente. Ma sicuramente, secondo tutti, l’area ha bisogno di più attenzione.

Dopo la sentenza del 2019, i loro legali si sono attivati su più strade. L’avvocato Gualtiero Cannavò, che assiste buona parte degli inquilini, come l’avvocato Antonio Arena, ha sollecitato più volte una conferenza di servizi sia al Comune che alla Regione, nella convinzione che l’unica soluzione possibile, che tuteli gli inquilini, passi per un intervento legislativo. Tutti solleciti rimasti senza risposta, anche dopo la sortita di De Luca al complesso. Il legale ha anche messo in mora il Comune, e non esclude di farlo anche nei confronti della Regione.

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