La storia. "Anche da lontano Messina è sempre casa" FOTO

La storia. “Anche da lontano Messina è sempre casa” FOTO

Autore Esterno

La storia. “Anche da lontano Messina è sempre casa” FOTO

domenica 08 Febbraio 2026 - 11:47

L'infanzia a Granatari, la vita a Torino e il sogno di tornare ad ammirare lo Stretto. Giuseppe Arena raccontato per la rubrica "Visti da lontano"

VISTI DA LONTANO di Rosario Lucà –Non ringrazierò mai abbastanza tutte le persone che ho incontrato in questi mesi di impegno per “Visti da Lontano”. Non solo per avermi regalato le loro storie ma soprattutto per aver condiviso con me il loro modo di guardare il mondo, la trama della loro vita.Perché ogni trama rivela un modo di vivere e quindi un modo di essere, offre anche la possibilità di un confronto, di una riflessione sulla propria vita. E ogni storia, in fondo, ha allargato anche il mio orizzonte.

Anche l’incontro con Giuseppe Arena è stato così. Messinese di nascita, ha una sorella più piccola, oggi ha cinquantasei anni e vive a Torino. Ha vissuto a Messina solo il primo anno della sua vita: suo padre, ufficiale dell’Aeronautica, venne destinato a Torino, dove lavorava nella torre di controllo del traffico militare.Giuseppe diventa così “torinese fatto”, ma la sua famiglia resta profondamente messinese. In casa si parlava dialetto, “io non l’ho mai assorbito”, mi dice, “mia sorella più di me”, si mangiava e si viveva come a Messina.

All’inizio la vita a Torino non era facile. Negli anni Novanta i meridionali sentivano ancora forte il senso di estraneità. Nel loro condominio erano tutti “piemontesi doc”, racconta Giuseppe, e loro, pur essendo una famiglia borghese, venivano percepiti come alieni. Qualcuno faceva persino fatica a salutarli.

A Messina, però, tornavano sempre: a Pasqua, Natale, in estate. Non si saltava nemmeno un ponte, anche se breve. Giuseppe perde suo padre quando ha solo cinque anni. Crescono in fretta lui e la sorella ma quella tradizione resta viva. Ancora oggi vanno “su e giù”. Dopo averlo ascoltato ho riflettuto a lungo sulle sue parole, ho cercato il filo della sua storia, il suo messaggio.

La forza silenziosa di chi ha scelto la semplicità in un mondo che ama complicarsi

Poi finalmente ho capito. Giuseppe è un uomo semplice. E parlare con lui, ascoltare la sua storia, mi ha fatto capire il valore profondo degli uomini semplici. In un mondo in cui ognuno cerca di esaltare il proprio ego, snocciolare il proprio curriculum, la performance, in un mondo di divi e superstar, le persone semplici hanno scelto di resistere nel loro volere essere se stessi. Hanno capito cosa conta e hanno smesso di fare finta che conti altro. Non occupano la scena, ma quando ci sono, ci sono davvero.

I loro pensieri seguono linee rette, dicono ciò che pensano senza rumore, sono generose, trasparenti, capaci di condividere, e di stare al loro posto. Davanti a un falò sulla spiaggia non sono quelli che suonano la chitarra: ma sono quelli che cantano appena illuminati dalla luce del fuoco.

Giuseppe racconta cose straordinarie come se fossero normali. Come il modo in cui trovò lavoro, nel 1990, in una grande industria dove lavora ancora oggi.Ha in tasca un diploma da geometra, e si trova a passare davanti agli uffici, si ferma e chiede a un custode: “Come posso fare per lavorare qui ?”“Portami il tuo curriculum domani mattina insieme ad una lettera di presentazione”, gli risponde. Due giorni dopo lo chiamano.

Mi parla poi della sua infanzia a Granatari, nella grande casa sul lago di Ganzirri, “quello piccolo”, precisa. Una villetta singola circondata dal silenzio, lontana dai frastuoni ma vicina alla spiaggia della punta, con un giardino pieno di limoni, fichi, banani, pomodori. Il padre non c’era più, e cosi andava al mare con lo zio, poi con gli amici. La sera i ritrovi nella piazzetta dell’angelo di Torre Faro, i falò sulla spiaggia.Arrivano i vent’anni, qualcuno ha la macchina e si parte: Rodia, Milazzo, anche solo per un caffè.Nel gruppo nascono storie, alcune finiscono, altre diventavano amori che durano ancora oggi.

Un mondo che conosco bene, che è anche il mio e probabilmente quello di molti che stanno leggendo. Giuseppe si definisce una persona attiva ma tranquilla. Ama ascoltare la musica, dipinge acquerelli da autodidatta, soprattutto paesaggi. La sua grande passione, però, sono le automobili: gli piace guidare veloce, ammette, ma mai sulle strade pubbliche.

Messina è casa. È rifugio. È futuro.“Mi basta andare al mare”, mi dice, “mi siedo sugli scogli e guardo il mare in silenzio”.A Ganzirri usa solo la bicicletta. “A Torino non mi passa neanche per la testa” .“Quando arrivo giù, l’orologio comincia a girare più lentamente”.Oggi torna sempre in macchina, per via dei suoi cagnolini: quasi tredici ore di viaggio senza soste. Ritrova gli amici di sempre, “con cui non ci siamo mai persi”.

Rivedersi dopo mesi è come essersi salutati la sera prima. Dopo quasi un’ora di chiacchiere si crea un’intimità diversa. Giuseppe si apre e fa un bilancio. “Solo adesso mi rendo conto di quanto fossero belli quei tempi”, sussurra, ” di quanto fossero unici“.“Emozioni che sembravano infinite e per questo non gli davi il giusto peso. Pensavi: tanto torneranno il prossimo anno, sarà tutto come adesso”.

Un velo di nostalgia gli attraversa gli occhi rotondi e grandi. C’è il suono del rimpianto nella sua voce, “mi sembra di avere sprecato quella ricchezza, di non averle vissute a pieno come avrei dovuto”,

“Quando hai i genitori, ti sembra che tua madre ci sarà sempre. Le vuoi bene, certo, ma con leggerezza. Quando non c’è più pensi: avrei dovuto farle sentire di più quanto le volevo bene”.È quel momento della vita in cui arrivi in cima alla collina: vedi bene il paesaggio davanti, ma anche la strada alle tue spalle. E capisci che la giovinezza è rimasta laggiù.

Gli affetti di Giuseppe sono a Messina. A Torino ha un solo amico del cuore, da quarant’anni. Il suo progetto è semplice: quando smetterà di lavorare, venderà tutto a Torino e tornerà nella casa di Granatari.
Penso sempre più spesso che, se questo mondo si salverà sarà grazie alle persone semplici come Giuseppe. Sono loro i veri eroi, sono loro che ci proteggono delle iperboli dell’eccesso di ego, di inutile velocità, di consumo di parole. La semplicità è una scelta, non una condizione. È togliere invece che aggiungere.E’ chiarezza senza rumore. Non è il contrario della complessità, ma della superficialità.

C’è una frase, attribuita a più autori, che sento vera: “La semplicità è l’ultima conquista dell’intelligenza”.

Giuseppe al momento è single, ma qualcosa si muove nel suo cuore, recentemente ha conosciuto una persona, proprio a Messina. Timidamente mi parla del suo sogno: una vita lenta, con lei, nella casa sul lago, a dipingere albe sullo Stretto ad acquerello. E in quel sogno, semplice e luminoso, c’è già tutto.

Fotografie e testi di Rosario Lucà

Articoli correlati

Un commento

  1. Il padre si chiamava lillo?

    0
    0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Premi qui per commentare
o leggere i commenti
Tempostretto - Quotidiano online delle Città Metropolitane di Messina e Reggio Calabria

Salita Villa Contino 15 - 98124 - Messina

Marco Olivieri direttore responsabile

Privacy Policy

Termini e Condizioni

info@tempostretto.it

Telefono 090.9412305

Fax 090.2509937 P.IVA 02916600832

n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007

Questo sito è associato alla

badge_FED