Viaggio fotografico tra la vergogna e il degrado
Di qualche giorno fa la notizia, diffusa dall’ufficio stampa di Palazzo Zanca, dell’avvio della procedura di valutazione dello studio di impatto ambientale relativo al progetto di costruzione della strada di collegamento tra il viale Gazzi e l’approdo Fs, localizzato nell’area urbana compresa tra il cavalcavia della Stazione ferroviaria centrale e la via Enrico Fermi. Si tratta in sostanza dell’intervento di ristrutturazione della via Don Blasco, di cui si parla ormai da troppi anni.
E mentre dunque c’è che si occupa di valutare quali, in futuro, potranno essere gli effetti determinati dalla realizzione di un’opera che rientra tra “gli interventi urgenti di protezione civile diretti a fronteggiare l’emergenza ambientale determinatasi nel settore del traffico e della mobilità nella città di Messina”, noi ci limitiamo ad osservare e commentare il presente nella speranza che, in attesa che l’iter burocratico faccia il suo corso (davvero troppo lento), qualcuno intervenga per rendere meno imbarazzante una situazione da terzo mondo.
La zona finita stavolta nell’obiettivo di Dino Sturiale è proprio quella di via Don Blasco: superato il cavalcavia che collega via Tommaso Cannizzaro alla strada in questione e al campo rom di San raineri, sembra quasi di varcare i confini di un girone infernale. Spazzatura, sporcizia, suppellettili abbandonate qui e lì ormai non impressionano più di tanto, costituendo ormai “arredo” caratteristico di quella parte dimenticata di città e non solo di quella: a colpire più delle altre sono infatti le immagini che immortalano non oggetti inanimati ma “pezzi” di vita.
Ragazzi che fanno il bagno in acque con tutta probabilità impregnate di scarichi fognari, ragazzi che si sporgono fin oltre la riva per “assaggiare” la temperatura del mare. E poi ancora cani randagi che hanno fatto della spiaggia sottostante via Don Blasco un’oasi di ristoro nelle calde giornate estive; piccoli buchi scavati tra un masso e l’altro che si tramutano in vere e proprie cloache a cielo aperto dove c’è chi lascia le proprie “tracce”: e tutto ciò a pochi metri di distanza da quei ragazzi che “poc’anzi” cercavano ristoro in acqua.
Porcedendo in fondo al tunnel la situazione non migliora di certo: qui il paesaggio predominante è costitutio da capannoni abbandonati diventati depositi di immondizia, di sedie, di poltrone. Un insieme di spazi spettrali, collegati l’uno all’altro attraverso “ingressi” improvvisati ottenuti rompendo vecchie pareti, e lasciati al più completo abbandono. Ambienti “ideali” per chi, soprattutto nelle ore notturne, vaga pericolosamente senza una meta, ma certo non per chi, per una qualsiasi altra ragione (presenti nei dintorni anche alcune abitazioni ed attività commerciali) si trovi a fare un breve viaggio in un “terzo mondo” alla messinese.
(cliccando su photogallery il reportage completo di Dino Sturiale)
