Appassionata messa in scena con la drammaturgia di Arimatea, regia di Tripodo e le interpretazioni di Conti e Failla
MESSINA – A rendere una potenziale risposta a questo interrogativo di tutto rispetto ha inteso dedicarsi la performance “Nel silenzio che ci unisce”, in scena alla messinese Saletta Laudamo il 19 e il 20 ottobre alle 20.30 e in replica anche il 21 stesso orario. Un debutto, melius una prima nazionale ben congegnata, di Stretto Off correnti creative, con lo script della prolifica e vulcanica Giusi Arimatea, qui una volta ancora in veste di drammaturga, che ha costituito la perfetta intelaiatura tesa a sondare le sofferenze generazionali, che giungono a sedimentarsi nel profondo in quanto non riconosciute e affrontate, con finalità dichiarata di lavorare interiormente, per cercare di arrestare la lunga catena di dolore, che in epoche differenti domina lo scenario, e non quello di finzione “tout court”.
La resa attoriale dei valenti Daniela Conti e Mauro Failla, ad interpretare differenziati personaggi che hanno abitato e abitano tempi in successione, è stata apprezzabilmente armonica e ciascuno ha generosamente donato le proprie indiscusse attitudini di artista non lesinando di mettersi in gioco completamente anche sotto il piano emozionale. Alla regia di Vincenzo Tripodo è spettato il ruolo di valorizzare ciascuna interpretazione senza forzature, intervenendo a favore di una corretta funzionalità delle storie, per consegnare al folto pubblico un percorso contrassegnato da scorrevolezza e uniformità, ove rintracciare senza fatica i fondamentali della drammaturgia.
Il tempo scenico è apparso come sospeso e volutamente non è stata ravvisabile alcuna cesura fra le quattro diverse epoche che hanno fatto da canovaccio alle storie familiari, con uomini e donne nei ruoli primordiali di mariti e mogli, padri e madri e con una variegata discendenza: tutti hanno ritrovato unità lungo il fil rouge comandato da una sorta di forza oscura che nel silenzio governa i meccanismi psico – sensoriali e tacitamente, quasi si trattasse di una condanna, si tramanda, destinata, in assenza di adeguati correttivi, a perpetuarsi all’infinito. I traumi transgenerazionali quindi continuano incontrastati a costituire tarlo sotterraneo e persistente rovello che minano alla radice i nuclei familiari in una infernale coazione a ripetere. Se differenti possono esserne le remote cause, come, e solo a titolo esemplificativo, la negazione dell’amore, la violenza, le pesanti ideologie, gli effetti giungono a somigliarsi, da inspiegabili sensi di colpa, a paure che possono paralizzare le esistenze o, al meglio turbamenti privi di logiche motivazioni e il tutto condito da ostinati silenzi, non volendosi togliere quella sordina che pure paralizza le vite non rendendo possibile una conduzione serena in connessione con il proprio se’. E se il silenzio può assumere valenza positiva quando è volto a tutelare e preservare quanto ci è caro, essendo fortemente ambivalente, lo stesso può anche generare un terribile blocco.
La tesi della rappresentazione punta sul complesso sistema delle costellazioni familiari, consegnandoci non una scontata soluzione di promessa di luce ma la reale possibilità di operare una scelta, riprendendo il controllo sulle nostre vite e selezionando scientemente cosa si desidera tramandare alle future discendenze. Allora si può giungere a sciogliere il nodo iniziale, ritenendo con sana ragionevolezza che la spirale si può interrompere lavorando sul proprio mondo interiore senza passività e comode assoluzioni. Le scene innegabilmente minimaliste e la scelta indovinata dei costumi a contrassegnare le epoche della sequenza temporale generazionale, ascrivibili ad Angelica Oliva e il giusto disegno di luci di Giovanni Rando, hanno valorizzato maggiormente la riuscita piece, molto apprezzata con plauso continuo dagli astanti.
Un’opera teatrale corale, risultante dell’impegno appassionato di cast e staff, che essendo sincera e scevra di orpelli formali, ha meritoriamente convinto i fruitori, e per la quale si può indovinare un fortunato prosieguo.

