Al centro dell’incontro il pensiero del filosofo francese e il suo libro “Autocritica”, tra disincanto politico, complessità e libertà di pensiero
MESSINA – Prosegue il ciclo di incontri della Scuola di liberalismo a Messina. Nella giornata di oggi, giovedì 22 ottobre, la dottoressa Fabiana Russo, ricercatrice di Storia della filosofia presso il Dipartimento di Civiltà antiche e moderne (Dicam) dell’Università degli Studi di Messina, ha approfondito il pensiero di Edgar Morin attraverso la lettura e il commento del volume Autocritica, ripercorrendo le tappe fondamentali della formazione intellettuale e dell’evoluzione politica del filosofo francese.
Ad aprire i lavori è stato il professor Pippo Rao, che ha salutato i corsisti presenti in aula e quelli collegati online, richiamando alcune riflessioni di Morin. Il filosofo, scomparso nel maggio scorso all’età di 104 anni, è noto soprattutto per aver elaborato una concezione del sapere fondata sul pensiero complesso e sulla teoria della complessità, in opposizione a una visione riduzionista e frammentata della conoscenza.
Nel corso della sua relazione, la dottoressa Russo ha illustrato con chiarezza e rigore il percorso umano e intellettuale di Morin, soffermandosi in particolare sul progressivo distacco dal comunismo staliniano e sulla maturazione di una coscienza critica sempre più autonoma. La scoperta dei crimini commessi durante il regime di Stalin rappresentò, infatti, un momento decisivo nella sua evoluzione, spingendolo a mettere in discussione le certezze ideologiche che avevano orientato una parte significativa della sua giovinezza.
Morin si allontanò così dal comunismo radicale, mantenendo un orientamento socialista ma rifiutando espressamente il liberalismo economico. Un itinerario complesso, segnato dalla necessità di confrontarsi con le contraddizioni della propria esperienza e di riconoscere i limiti di ogni appartenenza ideologica quando questa finisce per soffocare il libero esercizio del pensiero.
«I pensatori liberi sono spesso respinti per tutta la vita»: questa riflessione, richiamata durante l’incontro, sintetizza una delle questioni centrali emerse dalla lettura di Autocritica. La libertà intellettuale, nel percorso di Morin, non si presenta come un approdo semplice e immediato, ma come il risultato di un confronto doloroso con le proprie convinzioni e con la realtà storica. Nel suo pensiero, anche la politica assume un significato più ampio della semplice partecipazione di un gruppo di cittadini alla vita pubblica, mentre l’entusiasmo giovanile può lasciare spazio a una crisi profonda, capace tuttavia di aprire nuove prospettive di consapevolezza.
La relazione ha ripercorso anche alcuni aspetti della biografia del filosofo, a cominciare dalla perdita della madre, avvenuta quando Morin aveva appena sei anni. Un trauma che segnò profondamente la sua infanzia. Il padre, per proteggerlo dal dolore, gli aveva raccontato che la madre era partita per un lungo viaggio e che sarebbe tornata. Per molto tempo, il bambino visse dunque nell’attesa di quel ritorno, fino a quando la scoperta della verità incrinò la fiducia nelle parole degli adulti e contribuì alla nascita di un atteggiamento scettico e interrogativo.
Di fronte alla sofferenza, Morin cercò nelle letture e nello studio strumenti per comprendere se stesso e il mondo. Tra gli autori che maggiormente contribuirono alla sua formazione figurano Karl Marx, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Blaise Pascal e Jean-Jacques Rousseau. Pensatori diversi, attraverso i quali maturò una visione aperta al confronto tra prospettive differenti e alla ricerca di una conoscenza capace di tenere insieme le contraddizioni dell’esperienza umana.
Anche il passaggio dalla letteratura alla politica si inserì in questo percorso di ricerca. Morin si avvicinò allo studio della Rivoluzione francese e frequentò diversi ambiti universitari, interrogandosi sul rapporto tra individuo, società e storia. Una delle consapevolezze progressivamente acquisite fu l’impossibilità di considerare l’osservatore come una figura completamente estranea agli eventi osservati: ogni interpretazione è infatti condizionata dal contesto storico e dal rapporto tra passato e presente.
In gioventù, il comunismo staliniano gli era apparso come una necessità storica e come una possibile risposta alla tragedia della guerra. L’adesione a quell’orizzonte politico fu accompagnata dalla convinzione di trovarsi dalla parte giusta della storia, in nome della solidarietà, del rispetto e dell’obbedienza alle regole condivise. Proprio questa certezza, tuttavia, avrebbe reso più difficile riconoscere e ammettere gli errori del sistema nel quale aveva riposto la propria fiducia.
È qui che si colloca uno dei passaggi più significativi di Autocritica: il meccanismo dell’autogiustificazione. Quando l’appartenenza a un’ideologia diventa assoluta, anche le evidenze che la contraddicono rischiano di essere interpretate o respinte pur di preservare la coerenza delle proprie convinzioni. La scoperta delle responsabilità dello stalinismo mise progressivamente Morin di fronte a una contraddizione impossibile da ignorare.
«Lo stalinismo è orribile», scrive Morin, come ricordato durante la lezione. Il riconoscimento di questa realtà aprì una fase di disincanto che lo portò a interrogarsi sul rapporto tra mezzi e fini, tra la promessa di una società giusta e la violenza esercitata in nome di quell’obiettivo. La repressione del dissenso e l’allontanamento di chi metteva in discussione la linea ufficiale del partito resero sempre più evidente la distanza tra gli ideali proclamati e le pratiche effettive.
Dopo circa dieci anni di fede comunista, cominciò così a emergere con maggiore forza il valore della libertà individuale e del pensiero critico. Durante la Guerra fredda, Morin maturò un atteggiamento sempre più distante dagli ambienti del partito. La sua attività pubblicistica e le posizioni assunte contribuirono infine alla rottura con il Partito comunista francese, che decretò la sua espulsione attraverso una votazione alla quale parteciparono anche persone che egli riteneva amiche.
Da uomo di fede politica, Morin si avviò così verso una nuova consapevolezza della propria autonomia intellettuale. Il distacco non significò soltanto abbandonare un’organizzazione, ma soprattutto riconoscere la necessità di combattere il dogmatismo presente anche dentro di sé. La sua cecità, come emerge dalla riflessione autobiografica, non era semplicemente il frutto dell’ignoranza, bensì di una condizione di acriticità: la difficoltà di sottoporre a verifica le convinzioni alle quali si è profondamente legati.
La lezione di Fabiana Russo ha restituito, in questo senso, l’attualità di un percorso che invita a interrogarsi sul rapporto tra ideologia e libertà, tra appartenenza e responsabilità personale. Il pensiero complesso di Morin non elimina le contraddizioni, ma sollecita a riconoscerle e ad affrontarle, evitando che una sola interpretazione della realtà pretenda di esaurirne tutta la ricchezza.
Al termine dell’intervento, accolto dagli applausi dei presenti, la parola è tornata al professor Pippo Rao, che ha definito Morin un «filosofo del pensiero», invitando i partecipanti a proseguire la riflessione soprattutto sulle implicazioni politiche della sua opera.
Il prossimo appuntamento della Scuola di Liberalismo è fissato per martedì 27 ottobre, con il professor Gembillo, che guiderà i corsisti alla scoperta di Il futuro alle spalle di Tim Ingold.
Fulvio Arena
Tirocinante in Giornalismo – Università degli Studi di Messina

