Imprese che nascono, imprese che muoiono. Cosa succede a Messina?

Imprese che nascono, imprese che muoiono. Cosa succede a Messina?

Imprese che nascono, imprese che muoiono. Cosa succede a Messina?

lunedì 10 Maggio 2010 - 01:19

I numeri della Camera di Commercio e le testimonianze degli “addetti ai lavori”. Tutta colpa della crisi? Limosani: «Le Pubbliche Amministrazioni potrebbero intervenire puntando su un “settore traino” che possa attrarre anche i privati. Come il Turismo»

Qualche settimana fa la Camera di Commercio di Messina ha diffuso i dati riguardanti l’attività delle imprese nel III trimestre 2009. Numeri che in qualche modo fotografano l’andamento del mercato in provincia. Numeri che parlano di nascita e morte di imprese, di ditte individuali e società cooperative. Di trend positivi e negativi. Elementi statistici, senza dubbi utili per valutazioni e interpretazioni, ma dietro i quali si celano storie, situazioni e soprattutto persone. Imprenditori da una parte, clienti dall’altra. E’ il mercato fa “solo” da cornice.

Le principali indicazioni sono riportate nell’articolo correlato in basso. E in allegato troverete anche il dossier completo riguardante il periodo preso in esame. Il dato più importante riguarda il tasso di sviluppo rilevato, che così come negli ultimi anni continua a registrare un trend in diminuzione. Dal -1,1% del 2008 si arriva infatti al -6,4% del 2009, figlio del netto aumento del tasso di mortalità delle aziende, passato dal 6,2% all’11,2% (comprensivo però di cancellazioni di ufficio, cioè di quelle aziende eliminate dal registro delle imprese perché non operative negli ultimi tre anni). «Escludendo queste cancellazioni d’ufficio, lo scenario messinese presenta un timido segnale di risveglio rispetto al precedente anno – ha affermato il presidente della Camera di commercio, Nino Messina – corrispondente ad un incremento di poco inferiore dell’1%. Che va a confermare il trend di crescita che si è sempre registrato nell’ultimo decennio, con eccezione soltanto del 2008». In diminuzione anche il tasso di natalità delle imprese, che dal 5,1% scende al 4,8%.

Ma è inevitabile constatare come in città e in provincia sono diverse le aziende che inaugurano e poi abbassano definitivamente la saracinesca dopo qualche mese. O altre ancora che dopo anni di “onorata” attività sono costrette a chiudere. I motivi? Il collegamento più immediato porta dritto alla “crisi”: questa brutta bestia dai “tentacoli economici” che sembra entrare nelle nostre case e nei portafogli, influenzando in maniera determinante il nostro cervello e conseguentemente i livelli di spesa. Ma può essere “giustificata” dalla sola fase di recessione economica la realtà che vive il Paese e più direttamente il nostro territorio?

Per capirlo ci siamo rivolti all’economista messinese, Michele Limosani, docente di Economia nella Facoltà di Statistica dell’Università di Messina. «La nostra è una città che vive principalmente di servizi e che economicamente si sostiene sugli stipendi – esordisce -. Per questo gli effetti della crisi sono stati avvertiti in ritardo». ll potere d’acquisto delle famiglie risulta essere infatti uno dei principali fattori che influenza il mercato: la contrazione della domanda e quindi la riduzione della spesa complessiva. Che produce i suoi effetti sulle imprese che non vendono e conseguentemente sono costrette a licenziare o a chiudere, riducendo così ulteriormente potere d’acquisto e propensione a spendere.

In realtà la situazione andrebbe analizzata attraverso un censimento per settori, considerando la sussistenza di attività (società Finanziarie, centri scommesse sportive, compro oro) che sembrano essere in crescita, altre che si mantengono su livelli standard (panifici) mentre altre ancora crollano. Lo studio tracciato dalla Camera di Commercio si limita a segnalare che sono le imprese con prevalente vocazione per il terziario, ed in particolare per il commercio, a costituire il settore più corposo, il quale da solo copre un terzo di tutte le attività economiche provinciali (l’elaborazione dei dati dettagliati dovrebbe essere pubblicata nel corso della giornata dell’Economia) .«Non nego che possa essersi verificata una riorganizzazione nelle preferenze dei consumatori – continua Limosani -, con lo spostamento di risorse da alcuni settori ad altri». Con qualche esempio pratico, non “si esclude” che ci sia chi preferisce investire nell’acquisto di un immobile piuttosto che di un’automobile, oppure chi opta per una scommessa sportiva piuttosto che per una birra in un cocktail-bar insieme agli amici.

Oltre a quelle settoriali, altre fondamentali differenziazioni nette andrebbero fatte sul tipo di azienda, tra quelle piccole e medio piccole e quelle medie e medio grandi. E’ chiaro infatti che il mercato sembra andare sempre più verso un’affermazione dei grandi centri commerciali e “poli d’acquisto”, che finiscono ad avere la meglio sulle attività più piccole e “localizzate”. Inoltre qualcosa cambia spostandosi dalla città capoluogo ad altri distretti territoriali, come quello di Milazzo.

Ma alla base del fallimento di diverse aziende sembrano esserci anche altri fattori. Tra questi ad esempio lo scarso studio del mercato e dell’investimento. La ridotta originalità porta infatti ad un eccesso di concorrenza, che spesso si manifesta nell’assenza di risultati per l’ultimo approdato sulla “piazza”, che per mancanza di competitività rischia di pagare lo scotto. Servirebbe infatti valutare tutti le dinamiche del settore di riferimento, la stabilità finanziaria, la potenziale risposta della clientela. Non basta rivolgersi ad un target già consolidato e che funziona in rapporto ad altre attività per avere la certezza che una nuova possa riuscire e sopravvivere. Dunque un mix tra incompetenza imprenditoriale e mercato saturo può risultare “letale”.

Ma una domanda sta alle base di tutto: ci sono in città le risorse da investire? «Di esserci, ci sono – dichiara Limosani -.Ma vengono investite in quantità limitata». Poca sicurezza, fiducia ridotta. «Manca un indirizzo politico, una linea da seguire. E’ qui che le amministrazioni potrebbero intervenire – continua il docente -. Puntando su un “settore traino” che possa attrarre anche i privati. Come il Turismo». A ciò è legato anche l’accesso al credito, se si considera che le banche chiedono garanzie dal punto di vista finanziario ma valutano anche la potenziale riuscita dell’investimento.

Al di là dei “dati” e delle “teorie”, vi sono poi i problemi “pratici”. «Passata la crisi è arrivata la miseria». Commenta così il momento Davide Cardile, giovane imprenditore messinese attivo nel settore della vendita al dettaglio di alimentari di qualità e al contempo gestore di un cocktail-bar (Galleria Vittorio Emanuele).

«Sono sempre stato ottimista. La risposta nel mese di dicembre 2009 c’è stata, ed è stato importante perché in quel periodo ci si gioca la stabilità di buona parte dell’anno. Ma da gennaio la situazione è nettamente peggiorata. Possiamo dire che non si muove una foglia, la condizione è difficile praticamente per tutti. Anche se la clientela di nicchia è presente in maniera costante, si ha la tendenza a risparmiare». Ad incidere la predominanza della grande distribuzione che schiaccia le piccole botteghe, anche se nuove o rinnovate. Dinamiche confermate anche per l’abbigliamento ed altri settori.

Per quanto riguarda i locali serali/notturni, molto dipende dalle “mode”. Ci sono infatti attività che “tirano” per un periodo più o meno lungo e poi vengono abbandonati dalla massa, che si sposta altrove. «Abbiamo provato a puntare su idee innovative, ma purtroppo per avere risposte di livello bisognerebbe fare leva su un grande bacio d’utenza, che Messina non ha – prosegue Cardile -. La gente che popola il centro spesso fa solo “effetto apparenza”, perché sono veramente pochi coloro che consumano».

Ma non sono solo gli imprenditori a pagare la crisi. Ci sono i lavoratori, le vittime “indirette” di quanto accade. «Faccio la commessa a Milazzo e di recente mi è stato diminuito il compenso che ho percepito da quando lavoro in questo negozio – dichiara Valeria, che preferisce mantenere l’anonimato -. Purtroppo le cose non vanno benissimo. Ho preferito accettare la decurtazione dello stipendio davanti alla possibilità di perdere questa possibilità lavorativa. Anche se alla fine del mese mi rimane davvero poco, considerando le spese per raggiungere il posto di lavoro». (E.Rigano)

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