Immagini desolanti: ecco come si presenta la struttura alberghiera all'obiettivo della macchina fotografica, a distanza di cinque anni dalla chiusura: abbandono, degrado, sporcizia. I paradossi di una città che intende affermare la propria vocazione turistica. Su photogallery tutti gli scatti
Da -Veranda sullo Stretto- a Discarica sul mare. E’ ormai questo il destino di uno degli alberghi più caratteristici di Messina, il Motel Faro. Chiuso cinque anni fa, al termine di una lunga parabola discendente e dopo una trentennale carriera in riva allo Stretto, l’ex albergo di via Circuito è oggi in condizioni desolanti. Ci siamo recati sul luogo per constatare l’effettivo stato e le condizioni della struttura. Il vecchio parcheggio è ormai totalmente invaso dalle erbacce e dai rifiuti, ovunque giacciono vecchie pedane smembrate e cassette di legno. La recinzione in ferro è completamente consumata dalla salsedine e divelta in più punti.
L’area che un tempo ospitava la pizzeria\ristorante è totalmente devastata e pericolante, ovunque giacciono travi di legno, calcinacci e pezzi di ferro acuminato. Al centro della sala quasi come un grottesco monumento abbiamo trovato un passeggino quasi nuovo. La hall è anch’essa un ammasso di macerie e lerciume. La porta a vetri che un tempo accoglieva gli ospiti non esiste praticamente più, al suo posto reti di materasso arrugginite a voler simbolicamente chiudere l’accesso. Sempre sul lato di via Circuito, dietro una finestra rotonda dai vetri, naturalmente, rotti, una saletta è completamente invasa da materassi vecchi e scuciti. Ovunque ci sono cumuli di immondizia, bottiglie di vino e di birra portate di recente.
La situazione non migliora entrando nella zona adibita alle stanze. Il viottolo interno che conduce alle varie scale del motel è ingombro di vetri rotti, materassi e masserizie varie. Dai balconi arrugginiti pendono cuscini e materassi squarciati, sedie e tavolini di plastica. I muri sono ricoperti di murales, disegni e un variegato florilegio di frasi d’amore miste a bestemmie. Ci addentriamo nella scala A, la prima a partire dall’ingresso. Le porte delle camere hanno i vetri in frantumi, mobili, scrivanie cassettiere sono gettati alla rinfusa, spesso sfondati o con parti mancanti. Il pavimento non si vede per la polvere, il vetro, i calcinacci e il truciolato sparsi. In ogni stanza vi sono disposti dei materassi e dei cuscini come se qualcuno dovesse occuparli per passare la notte.
In una stanza al secondo piano troviamo vecchie ricevute fiscali, un registratore di cassa distrutto e un vecchio specchietto illustrativo contenente i prezzi delle stanze in lire. Escrementi umani e animali danno bella mostra in ogni angolo, insieme a bottiglioni di vino da 5 litri, bottiglie di birra e di altri alcolici non meglio identificati. Ogni tanto incontriamo anche qualche bottiglia di acqua minerale vuota o dal contenuto giallastro. La situazione nelle altre scale non è molto migliore. Alcune camere sembrano più in ordine di altre, hanno le persiane intatte e sembrano protette da vere e proprie barricate fatte di mobili e suppellettili, l’interno è più “pulito”. Probabilmente l’ex albergo è abitato da qualcuno, inquilini abusivi che utilizzano la struttura per proteggersi dal freddo e per avere un tetto sopra la testa.
Abbandoniamo l’avvilente spettacolo delle camere e ci dirigiamo verso gli altri locali del pianoterra.
Per primo incontriamo l’ufficio del portiere. Lo spettacolo è sempre il solito, materassi e bottiglie ovunque. In un vecchio mobile che occupa un’intera parete vi sono conservati vecchi scontrini ormai marci, alcuni gagliardetti probabilmente un tempo appesi alle pareti e altri oggetti. Ovunque ci sono calendari fermi al 2005.
Ci intrufoliamo nelle cucine, passando davanti ad un triste ex forno a legno. I grandi banconi e le cappe in acciaio sono ancora intatte e conservano un po’ della lucentezza di un tempo, ma tutto il resto è distrutto e saccheggiato. Parte del tetto è caduto e il cammino è ostacolato da cumuli di detriti, calcinacci e pezzi di mobilio. Continuiamo a vagare nelle viscere dell’hotel e ci imbattiamo in locali dalla funzione ormai irriconoscibile. Alcuni hanno ancora le pareti a rustico. Dal soffitto pendono tubi del gas e cavi elettrici, sembra di essere in una specie di giungla post moderna. Spesso incontriamo i soliti materassi sporchi, i tavoli e le sedie del ristorante fatti a pezzi e resti di focolari.
Infine, aprendo una porta chiusa entriamo in un piccolo locale che un tempo ospitava il laboratorio di gelateria. Su una parete è ancora attaccato con del nastro isolante un foglio con le dosi e i suggerimenti per il gelatiere. In fondo alla stanza, mangiata dalla ruggine vi è una vecchia gelatiera e di fronte alcuni stipetti contenenti alcune boccette mezze piene di essenze.
L’ultima tappa di questo nostro viaggio è la splendida terrazza, proprio sopra l’ingresso, dalla quale si gode un panorama eccezionale. Il degrado è, ovviamente, giunto anche qui. Piccole pile di escrementi, pezzi di ombrelloni e di plafoniere ci osservano silenziosamente mentre affacciati guardiamo lo Stretto e la spiaggia sottostante. Andando via e ripensando a tutto il sudiciume, il degrado e la devastazione che abbiamo visto, ci riesce difficile pensare questo hotel in piena attività. Sembra un impresa immaginare le stanze in ordine occupate da turisti e bagnanti, le vaste cucine all’opera, i saloni colmi di gente intenta a pranzare o a gustare una buona pizza.
Ma il lato veramente drammatico di questa vicenda è un altro. E’ incredibile come, in una città come Messina, a vocazione turistica, una struttura di questo tipo, in una posizione ottimale e con uno dei panorami più belli del mondo a disposizione versi da cinque anni nell’abbandono e nell’incuria più totale.
Dario Ganci – Massimiliano Arceri – Gabriele Lando
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