L’opinione - Il Ponte sullo Stretto come Pomigliano

L’opinione – Il Ponte sullo Stretto come Pomigliano

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giovedì 21 Ottobre 2010 - 06:22

«Il Ponte sullo Stretto e Pomigliano sono parte di un discorso politico che non lascia spazio a critica»

Il Ponte sullo Stretto e l’accordo di Pomigliano vengono agitati come soluzioni, elementi d’innovazione finalizzati alla crescita economica. Entrambi vengono agitati come simboli di una politica economica orientata a fare ripartire il paese (in questi casi, addirittura, a salvare aree intere destinate alla marginalizzazione). Il Ponte sullo Stretto e Pomigliano sono parte di un discorso politico che non lascia spazio a critica, nel quale la critica è anzi derubricata a comportamento conservativo, marginale, violento se ci va di mezzo qualche lancio di uova. Tale discorso politico agisce sorretto dalla crisi stessa che mette i territori e i lavoratori con le spalle al muro, che incute a

territori e lavoratori la paura di restare soli, soli con la propria povertà, con la propria insicurezza. Piuttosto che questo, la devastazione e la rinuncia ai diritti, si può arrivare a pensare. Una strategia della paura, quindi,finalizzata a fondare un’economia della paura. Ma un’economia della paura non può reggere a lungo se non sorretta da una prospettiva di riscatto. E la prospettiva di riscatto è appunto la narrazione di grandi bugie.

Nell’era dell’infinitamente piccolo, della rincorsa alla miniaturizzazione, delle telecomunicazioni, dei trasporti aerei, il Ponte sullo Stretto si stende sul nostro territorio come un catafalco di cemento e acciaio, vecchio nella propria manifestazione come la prima fila, gremita di ottantenni, nel giorno

della presentazione della “squadra che costruirà Ponte”, il 12 febbraio scorso.

L’accordo di Pomigliano è una sequenza di cancellazioni di diritti, è il paradigma di un nuovo modello di sfruttamento, è l’annuncio della fine della comunità dei lavoratori. Non ha alcunché di innovativo. Il suo guardare al futuro corrisponde solo all’idea terrorizzante di potere competere con altri lavoratori comprimendo sempre più le condizioni di vita.

Entrambi, il Ponte e l’accordo di Pomigliano, sono ancora più odiosi per un motivo in particolare: perché nascondono una grande ipocrisia. Una ipocrisia alla quale la generalità del mondo politico, del mondo sindacale e del mondo dell’informazione si sono adeguati.

Nessuno, infatti, sa oggi cosa ci riserverà il futuro, anche il prossimo futuro. Nessuno è in grado di dire quale sarà l’esito della crisi economica. Non sembra ci sia nessuno all’orizzonte in grado di governarla, la crisi. Men che meno una classe politica impegnata soltanto a garantire la propria sopravvivenza.

E’ più che probabile che il futuro per la parte di mondo nel quale viviamo sarà un futuro senza crescita. E’ possibile che i conti pubblici conducano tutti verso un default che altri paesi hanno già vissuto. E’ evidente, quindi, che il Ponte sullo Stretto e l’accordo di Pomigliano, lungi dall’essere proposte innovative per la fuoruscita dalla crisi, rappresentino solo un modo, molto ben difeso ideologicamente, di grattare ancora un po’ di ricchezza dalla società per trasferirla alle grosse corporation. In un caso attraverso il drenaggio di risorse dal Welfare, nell’ altro spremendo ancora di più i lavoratori. Una strategia unica. Una strategia delle elite politiche ed economiche contro la società al tempo della crisi.

I movimenti in difesa dei territori, i movimenti in difesa dei beni comuni, i movimenti dei lavoratori non possono, quindi, non comunicare tra di loro. Non possono non riconoscere il comune che li attraversa. Non possono non capire che la ricerca di strategie comuni è un obbligo. Non possono non cercare le strade per una politica all’altezza della lotta per una diversa distribuzione della

ricchezza sociale prodotta nel futuro senza crescita che ci attende.

Luigi Sturniolo (Rete No Ponte)

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