Omicidio Marchese, confermato il carcere a vita per due dei mandanti

Omicidio Marchese, confermato il carcere a vita per due dei mandanti

Omicidio Marchese, confermato il carcere a vita per due dei mandanti

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mercoledì 07 Dicembre 2016 - 06:50

A decidere la seconda sentenza di condanna è stata ieri la Corte d’Assise d’appello, presieduta dal giudice Alfredo Sicuro.

Ergastolo confermato in appello per Marcello D’Arrigo e Rosario Vinci, due dei mandanti che, l’11 febbraio 2005, decretarono la morte del ventisettenne Stefano Marchese. A decidere la seconda sentenza di condanna è stata ieri la Corte d’Assise d’appello, presieduta dal giudice Alfredo Sicuro.

LA VICENDA. Erano da poco passate le 15, quel pomeriggio di 10 anni fa. Stefano, uscito di galera, stava aspettando in macchina che aprisse il distributore di carburante Esso dell’Annunziata, dove lavorava da qualche mese in regime di semilibertà. Due persone gli si sono avvicinate in moto e gli hanno puntato la pistola calibro 7.65 addosso. Stefano ha cercato di scappare, uscendo dall’auto, ma è stramazzato a terra con 4 colpi di pistola. A quel punto il killer è sceso e lo ha finito, per poi fuggire a bordo della Honda 600 Transalp ritrovata poco tempo dopo, abbandonata nel greto del torrente. Attorno al suo corpo in pochissimo si è radunato tutto il quartiere Giostra, dietro le transenne, mentre il medico legale e gli investigatori della Squadra Mobile e della Scientifica compivano tutti i rilievi necessari, sotto la prima pioggia della sera.

LO SCENARIO. In quegli anni il clan criminale di centro città era in un periodo di fermento: i reggenti, i fratelli Minardi, erano in carcere, e la guerra che vedeva contrapposti i gruppi cittadini aveva già seminato diversi morti. Da subito la morte di Stefano venne collocata in questo scenario: di lui si sapeva infatti che stava cercando di “farsi largo”. Ci vollero diversi anni, però, perché killer e mandanti avessero un nome e cognome. Nel 2009 furono indagati Gaetano Barbera, accusato di aver sparato, e il suo affiliato Salvatore Irrera, indiziato di essere stato alla guida della moto. Nel 2011, poi, il sostituto procuratore della Dda Vito Di Giorgio chiese e ottenne l’arresto di Barbera facendo emergere come, nello specifico, il delitto si inserisse nella lotta tra due clan ben definiti, quello di Giuseppe Minardi e quello di Gaetano Barbera.
Secondo le ipotesi, fu la decisione di Minardi di voler contrastare il rivale per prendere la leadership di Giostra a far scatenare il delitto. Nonostante si trovasse in carcere, infatti, Minardi aveva deciso che una volta tornato in libertà avrebbe fatto di tutto per mettersi contro Barbera e sottrargli il controllo delle estorsioni a Giostra. Gli inviò anche una lettera, a cui Barbera rispose colpendo una delle persone più vicine allo stesso Minardi, Stefano Marchese. Una tesi che ha trovato conforto nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, a cominciare dallo stesso padre di Stefano, Tommaso Marchese. Ma soprattutto quelle di Barbera, che nel 2012 si è pentito, autoaccusandosi del delitto.

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