L'archeologia della sala d'attesa: dalla piazza dei corpi all'anestesia digitale

L’archeologia della sala d’attesa: dalla piazza dei corpi all’anestesia digitale

Autore Esterno

L’archeologia della sala d’attesa: dalla piazza dei corpi all’anestesia digitale

venerdì 03 Luglio 2026 - 17:19

Il racconto. Come è cambiata la sala d'attesa di un ospedale pubblico. Tutti ora sono catturati dagli schermi degli smartphone

di Nicola Bozzo

Intermezzo. Come è cambiata nel tempo la sala d’attesa di un ospedale

C’è stato un tempo in cui la sala d’attesa di un ospedale pubblico era una sorta di agorà capovolta, una piazza solenne ed elementare in cui l’umanità celebrava, senza saperlo, il proprio patto costituzionale più profondo. Tra quelle mura scrostate e sotto la luce livida dei neon, si realizzava l’oggettivazione ontologica della coesistenza. Non c’erano recinti, non c’erano secessioni. Il professionista in carriera, l’operaio della fabbrica di periferia, la madre di famiglia e il bracciante sedevano sulle stesse seggiole di plastica arancione o di finto metallo. In quello spazio regnava una democrazia viscerale: la democrazia del corpo vulnerabile. La ricchezza e lo status sociale venivano lasciati fuori, sulla soglia, perché di fronte alla malattia la carne tornava a essere quel “chiunque” anonimo di cui parla Simone Weil. Non servivano codici per intendersi. Operava il linguaggio degli occhi, una reversibilità originaria dello sguardo in cui l’altro diventava lo specchio della propria fragilità. Ci si racchiudeva nello stesso destino e, nel guardarsi, ci si istituiva vicendevolmente come simili.

L’insonnia collettiva della sala d’attesa

Nelle ore della notte, specialmente, quell’attesa mutava di segno e si trasformava in una vera e propria insonnia collettiva, assumendo i tratti di quella vigilanza forzata che Emmanuel Lévinas ha descritto come l’esperienza pura e impersonale del “c’è”. L’insonnia della sala d’attesa non era una banale mancanza di sonno, ma l’essere inchiodati alla propria carne indifesa di fronte al silenzio del mondo. In quella veglia forzata, spogliati di ogni ruolo sociale, i corpi sperimentavano l’impossibilità di fuggire da sé stessi e dal proprio patire.

Eppure, proprio in quella notte della coscienza, l’insonnia cessava di essere un soliloquio tragico per farsi co-presenza sensoriale. La paura non era un fatto privato da consumare in solitudine; era ritualizzata nell’attesa comune, scandita dal respiro pesante del vicino, dal rumore dei passi del medico, dal silenzio sospeso che precedeva una chiamata. Quel patimento viscerale, che María Zambrano rintraccia nel modello di Giobbe, trovava una cassa di risonanza collettiva. Stare insieme nell’insonnia della stanza, condividere la medesima aria densa e lo stesso tempo immobile, era il modo con cui l’intelligenza sociale rispondeva al grido muto dell’esistere.

I ricchi hanno compiuto la loro secessione e si rifugiano nei salottini delle cliniche private

Le istituzioni giuste erano innanzitutto questo: una stanza in cui i corpi condividevano l’insonnia del mondo per non esserne schiacciati. Oggi, se si entra in una sala d’attesa, quel “rumore di fondo” della carne sembra evaporato, sostituito da una pulizia asettica che è, in realtà, desimbolizzazione profonda. I corpi ci sono ancora, ma non sono più co-presenti. I ricchi e – attraverso le polizze del welfare aziendale – una certa aristocrazia di lavoratori garantiti hanno compiuto la loro secessione. Hanno abbandonato la piazza comune per rifugiarsi nei salottini ovattati delle cliniche private dove la cura è una prestazione contrattuale e la vulnerabilità viene nascosta dietro il luccichio della solitudine.

Nelle sale d’attesa del servizio pubblico rimangono gli esclusi, ma anch’essi sono stati confinati in quella condizione paradossale che Günther Anders, nel suo profetico “L’uomo è antiquato”, ha battezzato come la nascita degli “eremiti di massa”. I corpi sono ammassati l’uno accanto all’altro nello stesso perimetro fisico, ma l’esperienza della copresenza è stata interamente disintegrata.

La macchina ha trionfato sulla carne, l’essere umano è stato ridotto a un codice a barre

Non c’è più il linguaggio degli occhi. Gli sguardi non si incrociano più: sono tutti catturati, sequestrati dagli schermi retroilluminati degli smartphone. Ciascun individuo produce e consuma la propria solitudine nello stesso istante e nello stesso luogo, isolato in una bolla protesica ed estrattiva per fuggire la prossimità fisica del vicino.

L’insonnia originaria di Levinas, carica di gravità, di alterità e di ascolto del corpo, è stata sostituita da un’insonnia artificiale alimentata dai flussi di dopamina degli schermi. La paura non è più ritualizzata in comune, ma anestetizzata dal flusso continuo di notifiche. Di fronte alla perfezione instancabile della macchina e del codice che stringono tra le mani, i malati sperimentano quella “vergogna prometeica” di avere un corpo biologicamente fragile, imperfetto, che invecchia e patisce. Sulla parete, un display elettronico scandisce numeri freddi ed esegue chiamate impersonali. L’uomo è stato ridotto a un codice a barre, la sua sofferenza è diventata una variabile inserita in una griglia di gestione del rischio probabilistico.

La macchina ha trionfato sulla carne: ha preso il grido delle viscere e lo ha silenziato, trasformando la sala d’attesa da luogo dell’epifania dello sguardo e dell’insonnia condivisa a terminale burocratico della governance dei numeri. Ciò che è andato smarrito non è solo un servizio pubblico efficiente, ma l’autocoscienza collettiva della nostra specie, la patria immanente del nostro gusto della vita comune.

Nicola Bozzo

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