Caso Manduca, Corte d'appello di Messina annulla risarcimento ai figli - Tempo Stretto

Caso Manduca, Corte d’appello di Messina annulla risarcimento ai figli

Alessandra Serio

Caso Manduca, Corte d’appello di Messina annulla risarcimento ai figli

venerdì 22 Marzo 2019 - 10:08
Caso Manduca, Corte d’appello di Messina annulla risarcimento ai figli

I tre figli della donna uccisa dal marito dopo 12 denunce inascoltate dovranno restituire il risarcimento riconosciuto in primo grado. "Indignata" la Carfagna. "La sentenza dice alle donne: inutile denunciare" dice l'avvocato D'Amico.

Ha avuto una svolta inaspettata la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Marianna Manduca, diventato un caso nazionale dopo il nostro articolo. (LEGGI QUI la sentenza di primo grado)

La Corte d’Appello di Messina ha annullato il provvedimento di primo grado che imponeva allo Stato di pagare il risarcimento ai tre figli minorenni della donna, rimasti orfani dopo che il padre Saverio Nolfo, nel 2007, ha ucciso la loro madre.

“La sentenza mi lascia incredula e indignata per la sentenza – commenta il presidente di Forza Italia alla Camera Mara Carfagna – La Corte d’Appello dice quindi agli orfani, e a tutti noi, che quel femminicidio non poteva essere evitato, denunciare i violenti è vano”.

Il risarcimento era già stato giudicato dalla famiglia e dai legali, gli avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico, comunque irrisorio, perché non copriva i danni morali. Adesso Carmelo Calì, cugino di Marianna e padre adottivo dei tre ragazzi, già genitore di due figli naturali, dovrà restituire 259.200 euro.

Quello che serviva a nutrire, vestire e mandare a scuola tre ragazzi”, commenta l’avvocato D’Amico. “Adesso come provvederà a questi bambini?”, si chiede il legale, amareggiata per l’esito processuale del giudizio.

Ma ancora di più per gli esiti a lungo termine, il riflesso di questa sentenza. Che dice alle donne: voi potete denunciare, ma non c’è niente da fare, diciamo alle donne comprate un loculo al cimitero, stiamo dando un segnale di via libera agli uomini violenti”.

Alla base delle 21 pagine di sentenza della Corte (presidente Sebastiano Neri) –hleggi qui la sentenza integralec’è infatti l’assunto che i giudici che trattarono allora la vicenda, chiamati in giudizio perché non avevano fermato Saverio Nolfo nonostante le 12 denunce della moglie, hanno fatto tutto quello che era possibile fare, in base alle leggi vigenti all’epoca. E comunque l’uomo avrebbe in ogni caso ucciso Marianna. Motivazioni sconcertanti, secondo i legali di Calì, che mirano ad autoassolvere la magistratura, non a dare una risposta di giustizia.

“E’ vero, la legge sullo stalking non esisteva ancora – spiega l’avvocato D’Amico – ma il codice penale sì, e nel 2007 puniva chi se ne andava in giro armato a minacciare la gente. La verità è che Marianna non è stata creduta, sono state sottovalutate le sue denunce e si è ascritto tutto a beghe tra coniugi in fase di separazione per l’affidamento dei figli. Ma così non era e con 12 denunce e svariate testimoniane non accorgersene era impossibile”.

I legali della famiglia Calì annunciano ricorso per Cassazione, che però ha margini sempre più stretti, dettati dall’accumulo di arretrato a carico della Suprema Corte. Insomma, i tre figli orfani di Marianna e chi si è preso l’onere di crescerli rischiano di subire oltre il danno anche la beffa.

L’associazione “Insieme a Marianna” nata sulla scorta della vicenda Manduca,raccontata dalla fiction andata in onda sulla Rai intitolata “I nostri figli”, ha annunciato una mobilitazione nazionale.

“Questa sentenza non è stata scritta in nostro nome”, commenta l’avvocato D’Amico, “non nel nome del popolo italiano e del diritto che il popolo italiano si è dato, giuridicamente si apre una falla nel nostro ordinamento”.

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