Una confessione insidiosa sull'identità performativa teatrale al Teatro dei 3 Mestieri con un'affascinante produzione
MESSINA – Nel solco dell’odierna stagione titolata”10″, Rosario Palazzolo ha proposto il 14 marzo in serale con replica pomeridiana del 15 al messinese Teatro dei 3 Mestieri la densa performance “Cibate” (ovvero, io poco prima che scappo), con sottotitolo assai eloquente. Un suo testo, che ha altresì diretto e inscenato. Una affascinante produzione Marco Pupella e Teatro Sant’Eugenio, con le eccellenti rese di Francesca Garofalo e Chiara Peritore,a contendersi il ruolo nebuloso di Manuela.
La pièce ha già debuttato a Palermo in prima nazionale al teatro Sant’Eugenio stesso il 20 febbraio.
Tanti gli interrogativi ai quali Palazzolo ha tentato di dar risposta, sembrando cercare ausilio nei fruitori per scovare utili riscontri ai dilemmi artistici che fanno arrovellare anche lui, come altri performers.
I toni sono stati ancora una volta in uno drammatici ed esilaranti e il drammaturgo-regista ha confermato anche in quest’ultimo lavoro la propria “vis” creativa nel tentativo,formulando domande,di dare un senso al proprio percorso che, fin qui, è stato di indiscussa rilevanza nel panorama teatrale nazionale.
Aiuto-regista è stato per l’occasione Giuseppe Castelli, chiamato in causa quale possibile destinatario del lascito artistico, unitamente alle due giovanissime interpreti.L’artista, ne siamo certi, non si darà alla fuga, proseguendo in via diuturna la sua opera di ricerca e scandaglio della “ratio” stessa del teatro,non smetterà di fare drammaturgia alla propria maniera e sovente di auto-
dirigersi,non coincidendo con il reale questo suo schermirsi,presumendosi,nel gioco di finzione, irrilevante.
Si può affermare con un certo margine di verità che il suo essersi ritenuto in possesso di armi spuntate anche in questa occasione lo abbia preservato dalla tentazione di abbandonare la spugna, avendo trovato in ciò stesso divertimento, nell’aver potuto porgerci cioè i suoi pensieri bislacchi e i suoi “laz-zi di lacrime”, cibandoci attraverso due donne in scena che hanno saputo replicare la magia, restituendoci il sorriso. La “minaccia”di addivenire a soluzione una volta per tutte ad ogni rovello dis-mettendo il lavoro teatrale,con quest’ultima resa,e l’esposizione,quale vessillo,di una emblematica veste nera che non sarà mai indossata, rimarrà perciò,e per fortuna,solo tale.
Il “modus” di Palazzolo di interagire con gli spettatori, con i lettori e con il mondo tutto è innegabilmente provocatorio, il solo che lo possa naturalmente rappresentare, quello, cioè, di pungolare gli astanti, coloro che per avventura si accostino alla sua opera, per far sì che si possano a loro volta interrogare e fra dubbi e tema di fallimenti, siano in grado di stilare un proprio testamento spirituale per dar conto delle ragioni dello stare al mondo.
In realtà siamo stati al cospetto di un viaggio pregno di ironia ,che talora ha sconfinato nel sarcasmo,in meandri che avrebbero potuto riservare cadute per scandagliare il rapporto dell’artista con quel suo mondo,con gli attori e il pubblico e il ruolo di questi ultimi.Si sono rintracciati gli aspetti identitari dell’arte teatrale in una sorta di confessione al vetriolo che l’autore ha consegnato a due attrici,con destinataria la società stessa,chiamata in causa in cerca di conferme sulla validità del proprio percorso. Una fuga che fuga non è stata, insomma, resa in uno script caustico,dai mille registri, difficile e irto di insidie, che Garofalo e Peritore hanno padroneggiato alla grande,mettendosi all’opera per soddisfare i “desiderata” sfumati della drammaturgia, con meritato plauso degli spettatori presenti.
E oggi che,assurdamente, parrebbe necessaria una perenne rappresentazione di sé per convincersi di esistere,la piece,visionaria anche nell’allestimento scenico perturbante(con quel tulle rosso fragola ad occupare il centro spaziale e una ciotola contenente pollo)valorizzato dalla fantasiosa illuminazione,ha centrato la tematica ,una di quelle all’ordine del giorno, mettendo a nudo il doversi districare fra il bisogno di creare e l’attitudine alla fuga.
Il presente infatti appare con la sua “summa” di contraddizioni quale spettacolo circense che non accenna a sbaraccare anche quando le luci si spengono e sembra essersi smarrito il senso stesso del battagliare e tale constatazione inevitabilmente ha permeato di sé questa espressione teatrale onesta.
Infine,annoto che costumi e accessori di scena-con ripetuti cambi funzionali al dispiegarsi della narrazione-e musiche-brani noti dei decenni passati,e sovente suoni disturbanti-hanno meglio caratterizzato anche con ausilio di balli e esecuzioni canore rap,una magistrale rappresentazione incentrata su script e interpretazione.
