A casa del costruttore 81enne gli investigatori hanno trovato 2 pistole. Ora emerge il ruolo di Aldo Ercolano come mandante
Catania – C’è Aldo Ercolano dietro il duplice omicidio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio. Il nome del nipote del boss mafioso Nitto Santapaola e reggente del clan catanese viene indicato come il mandante di due imprenditori uccisi il 31 ottobre 1990 nel sito delle Acciaierie Megara di Catania. La novità emerge nero su bianco nell’atto di chiusura delle indagini siglato dai sostituti procuratori generali di Catania Giovannella Scaminaci e Nicolò Marino. Atto che cristallizza i sospetti anche nei confronti del messinese Vincenzo Vinciullo (leggi qui: avviso di garanzia al messinese Vinciullo) .nLa notizia, riportata dal quotidiano La Sicilia, è stata rilanciata ieri dalle agenzie di stampa e non smentita.
Il ruolo di Vinciullo

La tesi della Procura generale di Catania è che i due siano stati eliminati perché si erano rifiutati il quantum richiesto di pizzo al clan e che la “mediazione” tra i vertici della Alfa Acciai di Brescia e la mafia sia avvenuta attraverso le Acciaierie Megara. L’allora agente di commercio delle acciaierie era proprio Vinciullo.
Le pistole in casa
A casa dell’imprenditore, oggi 81enne, gli investigatori hanno recentemente trovato e sequestrato due pistole legalmente detenute, una calibro 38, ovvero lo stesso calibro trovato addosso alle due vittime. Sequestrati anche dispositivi informatici dei quali l’avvocata Isabella Barone, aveva chiesto la restituzione al Tribunale del Riesame ma che sono stati dissequestrati ancor prima dell’udienza. Il coinvolgimento di Vinciullo nella vicenda nasce dall’intercettazione di una conversazione nella quale il costruttore messinese parla del caso insieme ad un interlocutore ormai defunto: uno dei due interlocutori lo collega esplicitamente alla richiesta di pizzo.
Gli altri indagati
L’avviso di conclusione indagini è stato siglato, insieme ad Ercolano e Vinciullo, anche ad Antonio Alfio Motta, Francesco Tusa e Leonardo Greco, che sarebbe stato l’organizzatore. Secondo la ricostruzione della Procura generale catanese i vertici di Alfa Acciai di Brescia, indicati come parti offese nell’inchiesta, sarebbero stati costretti a versare dal 1991 in più tranche la somma di un miliardo delle vecchie lire a Cosa nostra.
