Concorso Cavaleri, 4°posto Claudio Messina: "Mi chiamo Amir, ho 8 anni e sono tessitore" - Tempostretto

Concorso Cavaleri, 4°posto Claudio Messina: “Mi chiamo Amir, ho 8 anni e sono tessitore”

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Concorso Cavaleri, 4°posto Claudio Messina: “Mi chiamo Amir, ho 8 anni e sono tessitore”

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martedì 11 Giugno 2019 - 07:47
Concorso Cavaleri, 4°posto Claudio Messina: “Mi chiamo Amir, ho 8 anni e sono tessitore”

Messina- I temi dei vincitori del concorso Cavaleri

Continua la pubblicazione dei temi dei vincitori del concorso Silvana Romeo Cavaleri sull’argomento “Come i giovani vedono i migranti” e che ha visto la partecipazione di 120 studenti dei licei messinesi.

IV POSTO – CLAUDIO MESSINA (II C MAUROLICO)

Racconto

La luna era la cosa più bella che avessi mai visto. Era splendente, rassicurante e soprattutto faceva viaggiare la mia mente in posti lontani, lontani dall’orrore che ormai era diventata la mia vita.

Mi chiamo Amir Saborì sono un bambino di 8 anni con gli occhi di un uomo di 80, mia madre è una donna bellissima quando il suo volto non è solcato da lacrime piene di preoccupazione e rabbia. Ho una sorellina di quattro mesi che per fortuna non ricorderà nulla di quello che sta vivendo, mio padre è sempre con me anche se ormai è morto da circa due anni. La guerra lo aveva chiamato e non lo fece ritornare mai più. Quando i soldati vennero a casa, mia madre non versò neanche una lacrima. Forse perché non voleva renderci tristi oppure perché in fondo lo aveva sempre saputo che quando prese quel fucile sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbe visto. Mia madre riuscì a racimolare i soldi per partire vendendo la nostra casa, la sua collana e tutti i vestiti di papà. Quando salimmo sul barcone ricordo che mi teneva la mano stretta come se da un momento all’altro avesse potuto perdermi e con quello libera si asciugava le lacrime appena le scendevano sul viso. Uno spintone abbastanza forte mi fece risvegliare dal mio triste solitario tuffo nei ricordi: era Leia uno degli scafisti più cattivi che fossero mai esistiti. Era a torso nudo, vestito con un pantalone di lino e degli scarponi e in mano  aveva il suo giocattolo preferito, il coltello con il quale puniva quelli che osavano avanzare quando lui diceva di stare fermi, quelli che si mettevano tra di lui e una ragazzina di 13 anni; lui non parlava mai, agiva. Mi prese dal polso e mi condusse, facendosi spazio fra i corpi sdraiati, a mia madre che, tremante, dava dei baci leggeri a mia sorella che piangeva senza sosta. Capii subito il messaggio di Leia: o la fai smettere tu o lo faccio io. Mi misi accanto a lei per calmarla ma non funzionò. Poi cominciai ad accarezzarla ma lei cominciò ad agitarsi e a piangere più forte come non aveva mai fatto; Leia alzò il coltello e mosse il braccio con la forza e la precisione di una persona che già ha ucciso molte volte ed io, come Leia d’altronde, invece di urlare agii ponendomi come bersaglio di quella mano omicida. Era un colpo netto, ben assestato mi fece cadere a terra, non ebbi nemmeno il tempo di sentire dolore che chiusi gli occhi.

La luna era la cosa più bella che avessi mai visto, ma io l’ho già vista la luna, mi allontanai velocemente dalla finestra e mi guardai il grembo, era illeso, neanche un graffio né una ferita né un livido, io un minuto prima ero steso a terrai in una pozza di sangue con gli occhi semichiusi, com’era possibile tutto questo? Io non stavo sognando, ne ero convinto, ero spaventato, non trovavo nessuna risposta a quello che mi era successo, cominciai a correre sul ponte della nave e mi misi ad urlare e subito accorse Leia puntandosi il coltello contro ma poi rallentò come se fluttuasse; anche l’acqua era strana, come si muovesse a rallentatore, potevo sentire la brezza sul mio viso, tutto rallentava; nel silenzio tombale della scena sentii una voce: «la prima volta ha fatto paura anche a me». Mi girai e vidi un uomo col volto stanco e solcato da rughe aveva una folta barba e sulle mani un dettaglio che mi fece rabbrividire: una ferita sulla mano identica a quella di mio padre: «sei tu?» dissi, «Si, sono io Amir» mi lanciai su di lui e lo abbraccia ma lui mi allontanò e mi disse: «non appartengo  a questo  mondo figliolo e non ho tempo per scene commoventi, dimmi, per caso è successo qualcosa di strano?», «Papà, io sono morto dieci minuti fa e mi sono ritrovato davanti alla finestra dove mi trovavo prima, poi improvvisamente il tempo che rallenta, ti prego, dimmi cosa sta succedendo, chi mi sta facendo questo?», «Figliolo, sei tu a fare questo; noi discendiamo da una dinastia di sciamani che si chiamano “tessitori”, infatti quello che facciamo è tessere un tessuto molto particolare. Lo spazio tempo, vedi figlio mio, ogni cosa, dall’aria al nostro corpo, vive nello spazio e agisce secondo un tempo, noi facciamo in modo che questi due elementi vivano in equilibrio tra di loro, ma ciò ci dà la capacità  di controllarli, quando sei morto non sei resuscitato ma hai soltanto avvolto il tessuto temporale mentre adesso lo hai rallentato». Abbassò lo sguardo verso il coltello di Leia, «Concentrati verso quel coltello ed altera lo spazio» disse mio padre, «Ma sei impazzito, come pretendi che possa  fare qualcosa del genere?» dissi io sbigottito, ma non feci in tempo neanche a finire le mie parole che il coltello si trasformò in delle manette che legarono i polsi di Leia,«Figliolo, non c’è più tempo, usa i tuoi poteri, ti serviranno».

Un’esplosione concluse le sue parole e il fuoco spazzò via la sua figura nell’aldilà, corsi verso mia madre e mia sorella e le feci rifugiare sul ponte del barcone che era il punto più lontano dal centro di controllo, mia madre mi prese dal braccio e mi disse: «Amir fai qualcosa, sei un tessitore» mi lasciò andare con uno sguardo di fiducia.

Mi fermai davanti alle fiamme che divampavano e subito dentro di me salì una rabbia devastante piena di domande che dicevano tutte: “Perché tutto questo accade? Perché la mia vita deve essere stravolta? perché una persona non può sentirsi al sicuro nemmeno nel proprio paese, perché queste centinaia di persone devono morire”. Urlai forte verso il fuoco e questo si abbassò andandosi a trasformare in metallo che prima componeva il barcone, poi l’acqua si alzò e incominciò a trasportare la nave, l’ultima cosa che vidi fu una spiaggia e delle luci soffuse. Mi risvegliai sulla sabbia con tutti i vestiti bagnati, con mia madre che mi accarezzava e con tutti i nostri compaesani che si abbracciavano piangendo.

Il mio nome è Amir Saborì ho 8 anni e sono un tessitore e ogni potere che ho l’userò per aiutare tutte le persone che come me hanno vissuto quello scempio che per due settimane ho chiamato vita.

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