“Egregio Signor Salvatore Riina le scrivo....”

“Egregio Signor Salvatore Riina le scrivo….”

“Egregio Signor Salvatore Riina le scrivo….”

martedì 14 Luglio 2009 - 03:16

Lettera all'ex “capo dei capi” da parte della madre di una ragazza ferita nell'attentato di Via dei Georgofili

La “Signora” – in questo caso l’espressione è certamente più appropriata – Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage mafiosa di Via dei Georgofili a Firenze, ha scritto a Salvatore Riina per informarlo che la figlia Francesca, rimasta ferita in quell’attentato, si è laureata presso la Facoltà di Architettura di Firenze, con 110 e Lode.

-Una rivincita – scrive la madre della neo laureata – su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere, ancora una volta, le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento-.

Si tratta della terza lettera pubblica che la Maggiani Chelli indirizza al boss mafioso nei 16 anni trascorsi dalla strage di Via dei Georgofili che risale, per l’appunto, al 1993.

La figlia, Francesca, all’epoca ventiduenne, fu tra i 48 feriti dell’attentato, e il fidanzato, coetaneo, Dario Capolicchio, tra le cinque vittime.

La giovane coppia abitava in Via dei Georgofili, quando nella notte fra il 26 e il 27 maggio, venne fatta esplodere una Fiat Fiorino, imbottita di esplosivo, nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l’Arno, sede dell’Accademia dei Georgofili.

Oltre alla Torre vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti.

La strage fu inquadrata nell’ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all’applicazione dell’articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l’isolamento per i mafiosi.

«Suo cognato Leoluca Bagarella brindò quando esplosero le bombe nel 1993….Io brinderò pubblicamente – scrive la Maggiani Chelli- quando moriranno coloro che nel 1993 ci hanno messo nelle mani della mafia. Ogni volta che ne morirà uno, solleverò un calice e urlerò come fece Bagarella quando morirono i nostri figli»

«Non è una laurea in architettura che restituirà la vita rubata alla mia grandissima figlia -continua la presidente dell’Associazione- ma lo sforzo compiuto per ottenere questa laurea in Architettura, per non darla vinta a Lei e ai suoi arroganti mafiosetti, per non darla vinta a quei politici,…. ai banchieri,…a quei capi militari,…a quegli uomini di Chiesa,….e infine a quegli uomini delle Istituzioni che si sono venduti, che hanno fatto e fanno affari con lei….ebbene oggi quello sforzo compiuto è riuscito».

«Pur fra mille difficoltà, – la ragazza ha, infatti, riportato in seguito alcune gravi malattie degenerative – con uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere quell’obiettivo che si era prefissata. …

Il sistema marcio, colluso con ‘Cosa Nostra’, colluso con lei , ha cercato di fermarla, ma non ce l’avete fatta».

Nella lettera Giovanna Maggiani Chelli ricorda di aver già chiesto un pentimento del boss ma -Lei ritiene di non essere ‘un infame’, -Lei una coscienza non ce l’ha” per questo conclude: -Dica a sua figlia di trovarlo lei il coraggio di raccontare tutto quello che sa, di dirci con chi il padre andava a braccetto e anche sua figlia ce l’avrà fatta, alla faccia di chi, ogni giorno, dice fra sé e sé ‘tanto i Riina non parlano perché sono mafiosi con la coppola e loro non tradiscono, noi invece con i colletti bianchi li sappiamo tradire eccome-.

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