Beppe Alfano fu ucciso la sera dell’8 gennaio 1993 sotto la sua abitazione barcellonese di via Marconi. Giornalista abile e coraggioso non perdeva occasione per denunciare nei suoi articoli il malaffare ed i boss della zona. Quella sera, prima di rincasare, si accorse di essere seguito. Accompagnò a a casa la moglie ed i due figli e tornò in strada per affrontare l’uomo che lo stava pedinando. Poche parole poi i colpi di pistola. Il killer impugnò una calibro 22 e fece fuoco tre volte. Erano da poco trascorse le dieci. Moglie e figli udirono da casa le detonazioni e capirono tutto. Beppe Alfano era stato ucciso per il suo coraggio e la sua onestà intellettuale.
Le indagini, dopo aver ipotizzato moventi di ogni genere compreso quello passionale, seguono subito una pista ben precisa già battuta da Alfano.
I pm Gianclaudio Mango e Olindo Canali scavano nello scandalo della gestione dell’Aias di Milazzo, l’associazione d’assistenza ai disabili. Secondo le Procure di Messina e Barcellona il boss Giuseppe Gullotti avrebbe incaricato il manovale Antonino Merlino di uccidere Alfano per fare una cortesia all’allora presidente dell’associazione Antonino Mostaccio, stanco delle inchieste giornalistiche di Alfano sulla gestione dell’Aias. Mostaccio viene anche arrestato ma la pista si rivela errata. L’ex presidente dell’Aias si rivela estraneo alla vicenda e viene assolto anche dalla Cassazione nel 1999. Intanto però in carcere finisce Gullotti, detto -L’avvocaticchio- per il suo passato di studente in giurisprudenza. E’ lui il padrino incontrastato della nuova mafia barcellonese, quella che ha deposto il boss, oggi pentito, Pino Chiofalo al termine di una guerra spietata a suon di omicidi. L’esecutore materiale viene individuato in Antonino Merlino. Ad incastrarlo è il pentito Maurizio Bonaceto che dice di aver notato il manovale, poco prima dell’omicidio, appoggiato allo sportello dell’auto su cui sedeva Alfano. Pochi istanti dopo si sentono i colpi di pistola. La Corte d’Assise il 15 gennaio 96 condanna Merlino a 13 anni di reclusione, sentenza confermata in Appello il 6 febbraio del 98. Ma il 22 marzo del 99 il colpo di scena. La Cassazione annulla la condanna per difetto di motivazione rinviando gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio. Conferma però in maniera definitiva quella a trent’anni per il mandante del delitto Giuseppe Gullotti, accusato da uno stuolo di pentiti. Per ordinare l’omicidio avrebbe avuto il permesso della cupola di Cosa Nostra.
E’ dal Tribunale di Catania che arriva un input importante. Maurizio Avola, pentito con oltre ottanta omicidi sulle spalle, compreso quello ad un altro giornalista siciliano, Pippo Fava, racconta ai magistrati un’altra verità. Cosa Nostra fece uccidere Beppe Alfano perchè aveva scoperto che Santapaola, ed altri insospettibili imprenditori legati alla massoneria, nascondevano i loro affari sporchi dietro il commercio di agrumi. Avola non era uno qualunque. Il sicario catanese aveva il compito, all’interno del clan, di organizzare gli agguati mortali. Decine e decine di omicidi studiati a tavolino su ordine dei padrini di Cosa Nostra. Avola racconta di un massone d’alto rango, con importanti amici nella magistratura corrotta e legato ai Santapaola, ai clan messinesi e barcellonesi con i quali avvia il florido traffico di arance. Alfano però, da autentico segugio, aveva scoperto i legami ed il nome del vero capo dell’organizzazione, firmando la sua condanna a morte. Cosa Nostra dà il suo assenso e Gullotti incarica Merlino di far fuori il cronista scomodo. Un omicidio pericoloso visto che proprio in quei giorni il boss latitante Nitto Santapaola si nasconde nel barcellonese, protetto dai suoi amici, e c’è il rischio di scatenare nella zona un’offensiva delle forze dell’ordine. Ma al grande personaggio, racconta Maurizio Avola, non si può dire di no.
Il 17 aprile 2002 la Corte d’assise d’appello di Reggio assolve Merlino perché non vi sarebbero riscontri alle dichiarazioni del pentito Bonaceto. Ma la Cassazione annulla nuovamente la sentenza con un nuovo rinvio degli atti a Reggio Calabria. Questa volta Merlino viene condannato a 21 anni e mezzo. Quindi la parola fine viene messa il 28 aprile 2006 dalla Corte Suprema che la conferma definitivamente. Merlino torna in carcere. La giustizia ha assicurato mandante ed esecutore materiale. Ma la famiglia di Beppe Alfano chiede che si cerchi più in alto. Il legale degli Alfano, Fabio Repici, insiste perchè escano i nomi dei mandanti occulti, quelli che avevano l’interesse primario ad eliminare il giornalista. La figlia, Sonia Alfano, si butta a capofitto in una battaglia dura e piena di ostacoli. Immancabili arrivano le intimidazioni. Nel marzo del 2006 due persone l’affiancano in moto a Palermo e le mostrano una pistola. Qualche giorno dopo qualcuno tenta di entrare nella sua abitazione di Barcellona dove si trovava con i suoi tre figli. A Sonia lo Stato assegna e poi revoca la scorta. Ma, intanto, le indagini sul cosiddetto terzo livello continuano senza novità. Sono trascorsi 15 anni ma gran parte della verità sull’omicidio di Beppe Alfano è ancora nascosta sotto il velo nero dell’omertà.
