A tu per tu con due dipendenti delle cooperative sociali da dicembre senza occupazione. «Riusciamo ad andare avanti grazie al lavoro delle nostre mogli ma non tutti possono contare su questa possibilità. Per molti ragazzi il lavoro in cooperativa è l’unico punto di riferimento»
A parlare stavolta sono loro, alcuni dei “protagonisti”, loro malgrado, della vertenza che vede coinvolti i lavoratori delle ex-cooperative sociali Ato3, da dicembre costretti ad un riposo forzato. Tanto è stato scritto e detto negli ultimi mesi da rappresentanti istituzionali e sindacali rispetto al futuro di quanti, proprio attraverso il lavoro, sono riusciti a reinserirsi in una società che, per un motivo o per un altro, li ha costretti all’angolo: tossicodipendenza, disagi familiari, disabilità fisiche o psichiche: questi alcuni dei principali problemi che i ragazzi impiegati nelle cooperative sociali sono riusciti pian piano ad affrontare e “combattere” proprio lavorando insieme.
Lo si riesce ad intuire facilmente dando uno sguardo alle fotografie appese alle pareti di quel “piccolo rifugio”, così come i due lavoratori con cui ci troviamo a parlare definiscono la sede della cooperativa di cui fanno parte, e in cui sono ritratti nel pieno della loro attività: «Questo posto per noi rappresenta una casa, nel vero senso della parola; è qui che, anche se adesso non abbiamo la possibilità di lavorare, ci ritroviamo per parlare e cercare di darci una mano» ci spiegano i ragazzi, entrambi sposati e con bambini: «Io ho due figli – interviene il primo – uno di tre anni e l’altro di appena 20 giorni». Inevitabili gli auguri a cui l’uomo risponde con un sorriso che gli illumina il volto, un volto su cui però è impossibile non leggere un pizzico di preoccupazione per un futuro che ora più che mai appare privo di qualsiasi certezza.
Chiedo ad entrambi con quale spirito e soprattutto con quali propositi affrontano le giornate in cui il “tempo libero” di certo non manca: «Cerchiamo di darci da fare per aiutare le nostre famiglie – dichiara l’altro, papà di una bimba di otto anni – ma non è facile perché di lavoro purtroppo qui a Messina non c’è ne. Noi possiamo considerarci fortunati perché le nostre mogli lavorano ed in qualche modo riusciamo ad andare avanti, anzi dobbiamo dire loro un grazie enorme perché non ci hanno mai fatto pesare la situazione. Per altri colleghi però questa attività è l’unica e sola fonte di sostentamatento. Nonostante, grazie al lavoro in cooperativa, siamo riusciti ad acquisire anche numerose competenze nel settore della scerbatura, della potatura e del giardinaggio in genere, ma a 40 anni è difficile mettersi nuovamente in gioco e soprattutto ancor più difficile sperare di trovare qualcuno disposto ad investire su di te». Una quotidianità difficile, dunque, fatta di sacrifici, privazioni e rinunce, cui si riesce a far fronte solo grazie ad un profondo spirito di solidarietà familiare.
E tuttavia gli ex-lavoratori delle cooperative sociali Ato3 hanno ancora tanto da dare alla città e hanno soprattutto tanto da dire a chi questa la città la governa: «Girando e lavorando per strada in questi anni abbiamo imparato a conoscere uno per uno alberi ed aiuole e sappiamo bene come “curarli”. Oggi invece vedendo come quelle stesse strade sono ridotte ed abbandonate – affermano – è come se fossimo assaliti da un senso di rabbia, sconforto e solitudine: sensazioni dovute non solo alle nostre storie ma a un profondo senso di impotenza di fronte ad una città completamente abbandonata a sé stessa». Riflessioni che non fanno una piega quelle esternate dai due lavoratori, e che esulano dalla pure e semplice questione occupazionale.
A tal proposito, i rappresentanti della cooperativa, papà e mariti in attesa di conoscere il proprio destino lavorativo, ci raccontano un breve aneddoto utile a far capire come si sentano semplici “pedine” nelle mani delle istituzioni: «Ci rivolgiamo a colui che attualmente ricopre il ruolo di sindaco e che fino a qualche anno fa, incrociandoci per strada mentre eravamo impegnati in qualche servizio di scerbatura, non dimenticava mai di rivolgerci un saluto e di augurarci buon lavoro e una buona giornata. Un gesto da nulla che ci ha però spinti ad apprezzarlo e a volerlo come nostro sindaco. Vogliamo tornare ad avere che fare con quella persona, che nel giro di pochi mesi è invece riuscita a perdere la nostra fiducia con la stessa rapidità con cui l’aveva guadagnata». Girare per strada, conoscere la città e soprattutto capire quale sia il “biglietto da visita” con cui Messina si presenta a chi magari vi fa scalo per la prima volta: «I nostri politici dovrebbero smetterla di spostarsi a bordo delle loro comode auto blu e cominciare piuttosto a camminare a piedi per capire quanto la città sia agonizzante e soffocata: solo così, forse, si renderebbero conto di non dover perdere più tempo».
Il tempo sta infatti per scadere esattamente come la pazienza dei lavoratori non più disposti a rimanere in stand-by: «Abbiamo atteso perché consapevoli dello stato di difficoltà economica in cui versano le casse del comune di Messina, e lo abbiamo fatto a dispetto dell’organizzazione di manifestazioni culturali e di assegnazione di appalti a nuove cooperative. A questo punto non siamo più disposti a fare finta di nulla, non siamo molto d’accordo con la proposta, pur se provocatoria, di lavorare gratuitamente, e al contrario esigiamo delle spiegazioni: come lavoratori di quelle cooperative che da cinque anni a questa parte, si occupano di curare il verde pubblico e le spiagge dei nostri litorali non siamo più disponibili a nessun compromesso».
