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Dall’enciclica “Fratelli tutti” una speranza per il futuro dei giovani in difficoltà

Redazione

Dall’enciclica “Fratelli tutti” una speranza per il futuro dei giovani in difficoltà

lunedì 06 Dicembre 2021 - 09:06

La riflessione dell'ex segretario della Cisl di Messina, Tonino Genovese

L’11 Ottobre 1962 si avvia il Concilio Ecumenico Vaticano II. Quella sera, dalla finestra del palazzo Apostolico della Città del Vaticano, Papa Giovanni XXIII alla folla riunita in Piazza San Pietro per la fiaccolata serale, fece un discorso semplice e breve che è divenuto una delle allocuzioni più celebri della storia della Chiesa: il discorso alla luna. Tale Concilio fu una primavera generativa che raggiunse il mondo non solo ecclesiastico ma anche sociale, politico, culturale. Una primavera chiamata a dare frutti mediante un rinnovamento radicale.

Non a caso, nel periodo in cui la Chiesa commemora in tutto il mondo l’anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Francesco pubblica la sua ultima Enciclica dal titolo “Fratelli tutti”.

Definita dallo stesso Papa “Un’Enciclica sociale”, indica alcune “risposte indispensabili” soprattutto per chi fugge da “gravi crisi umanitarie”: aprire corridoi umanitari; assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali; offrire possibilità di lavoro e formazione.

Propone la speranza, la fraternità e l’amicizia sociale come le vie indicate per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: persone, istituzioni, mondo economico, organizzazioni internazionali, società civile.

Esorta ad educare ad una cultura dell’incontro e del dialogo promuovendo la libertà responsabile quale dono immenso atto a condurre verso scelte animate dal buon senso e dall’intelligenza. Il Pontefice non smette di richiamare il tema della speranza: «Non lasciatevi rubare la speranza!». È fondamentale che questa virtù, spesso sottovalutata, torni ad essere il motore della vita morale, individuale e collettiva poiché essa è l’antidoto evangelico all’indifferenza dei contemporanei.

Al centro di un’azione autenticamente educativa c’è proprio la speranza ed è su di essa che desidero concentrare la mia riflessione ed offrire una prospettiva inclusiva che costruisca sentieri di crescita con i giovani soprattutto coloro che non conoscono,non studiano, non lavorano e rischiano di scivolare, progressivamente, in una situazione di cronica marginalizzazione o, in taluni casi, inseriti nel circuito penale minorile e ignari dell’aver diritto ad un futuro differente nonché gli adolescenti ed i giovani che escono dal circuito della giustizia minorile dopo aver scontato una pena o un periodo di “messa alla prova” (art. 28 DPR 448/88).

È mediante la speranza insegnata come iter laboratoriale, percorso di vita alternativo al vuoto ed alla routine omologante dell’assenza di obiettivi e step da raggiungere che essa si erge come tesoro inestimabile da offrire ai giovani in cerca di un senso. Immagino la costruzione di un percorso educativo-formativo individualizzato di particolare valore, un percorso capace di generare speranza alle famiglie disfunzionali al fine di acquisire competenze professionali e professionalizzanti spendibili, in prospettiva futura, nella società e che rendano la persona libera dalla schiavitù del bisogno.

A tale scopo immagino iter di rinascita per i giovani entrati nel circuito penale. Facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro puntando alla formazione e al trasferimento di skills pratici e teorici che possano arricchire il curriculum dei ragazzi nel tempo sospeso della pena o durante la detenzione. Competenze ed esperienze che consentiranno anche di identificare i propri talenti e alimentare la speranza. Significa ripartire dalla cultura della centralità della persona e di ogni progetto di vita.

Immagino un’autentica sfida socio-culturale agita mediante il lavoro di un team composto da Assistenti Sociali, Magistrati, Psicologi, Formatori che accompagnino i giovani provenienti dal penale a disegnare una nuova vita, una concreta alternativa di vita.

Don Pino Puglisi: grande educatore, testimone autentico dei tempi moderni, Parroco del Quartiere Brancaccio di Palermo , ucciso da Cosa Nostra, ci ha spiegato che in una realtà che sembra andare in senso opposto, si può cercare di costruire percorsi nuovi. Credeva che tutti i ragazzi avessero diritto ad un’occasione per riscrivere la propria strada ed è per questo che fondò il suo impegno educativo sulla speranza di creare opportunità in quel territorio martoriato dalla mafia. In una sua intervista al Giornale di Sicilia disse: “Stiamo tentando di strappare i ragazzi a questo destino, di comunicare loro valori nuovi rispetto a quelli trasmessi dalla strada. Perché fermarci? Chi usa la violenza non è un uomo, chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell’umanità”.

Don Pino ci ha insegnato che ci vuole un coraggio educativo con le persone, con le loro storie a volte difficili e scomode ed è nostro dovere lavorare per dare loro strumenti di formazione, di conoscenza che li aiutino a ritrovarsi e a riappropriarsi del proprio destino.

Ci vuole coraggio per percorrere strade “nuove”, magari incerte ma autentiche e ancora capaci di entusiasmare, trasmettere speranza.

Sant’Agostino diceva che “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle”

Lo diceva tanto tempo fa ma credo che anche noi oggi un po’ di rabbia l’abbiamo nel vedere come vanno le cose. “Noi siamo qui per trovare dentro di noi il coraggio di vedere come le cose potrebbero andare nonostante tutto. Con lucidità e intelligenza nella ricerca della verità, guardando alla realtà che ci circonda in modo attento e puntuale ma anche con la forza di guardare oltre e costruire nuovi percorsi” (Don Ciotti)

Tonino Genovese

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